Virus, Cento anni fa la Spagnola. Oggi il Coronavirus. E l’Africa?

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Motta San Giovanni

Era una giovane donna di 36 anni, madre di sette figli, Filippa dall’animo buono e dal carattere mite. Viveva in un paese della Calabria greca, Motta San Giovanni, a 450 metri sul livello del mare e malgrado la sua giovane età aveva vissuto già il dramma del terremoto del 1908 che distrusse tutto e poi la prima guerra mondiale. 

Nella primavera del 1918 quando arrivo la “spagnola”, un’influenza causata da un virus del ceppo H1N1, Filippa si ammalò e per tre giorni ebbe la febbre altissima. 

La “spagnola” fu una delle più grandi pandemia della storia umana, che nei due anni successivi uccise molti milioni di persone in tutto il mondo.

In Europa fu portata dagli americani, sbarcati in gran numero dopo il 6 aprile 1917, giorno della dichiarazione di guerra degli Stati Uniti d’America agli Imperi centrali: l’influenza, che probabilmente era arrivata dall’Asia, aveva già colpito i soldati di due guarnigioni in Texas e in Kansas.

Il virus non era di per sé letale, e l’infezione finiva dopo 72 ore: è per questo che, inizialmente, la malattia fu chiamata “influenza dei tre giorni”. Ma nell’estate del 1918 si diffuse come un vento devastante.

In Italia contagiò 4 milioni e mezzo di persone

In Italia i contagiati furono 4 milioni e mezzo, e i morti 375 mila, ma secondo alcune stime potrebbero essere stati quasi il doppio! Se si ricorda che la popolazione italiana era di 36 milioni di persone, si ha un’idea dello spaventoso tasso di mortalità, inferiore soltanto a quello della Russia, dove il freddo aggravò la situazione.

Filippa superò la febbre e dopo tre giorni di quel terribile male, pensò di uscire di casa e andare ad aiutare la madre. Lei che aveva già una famiglia numerosa, con figli piccoli, pensò di portare aiuto e così andò alla fiumara a lavare i panni. Filippa, già debole, ricadde malata e dopo poco morì. 

Filippa era la mia bisnonna. La mamma di mio nonno materno Davide, che sempre mi raccontava di questa terribile “spagnola” che gli portò la mamma via a soli 10 anni e lui si sentì per sempre orfano.

La “spagnola” colpì più nelle città che nei villaggi, e fu difficile curarla per la mancanza di medicine adatte (la penicillina era di là da venire), e anche perché colpì e uccise molti medici, costretti a vivere (e a morire) accanto ai malati.

L’influenza Spagnola, chiamata così perché le prime notizie su di essa furono riportate dai giornali della Spagna che, non essendo coinvolta nel conflitto mondiale, non era soggetta alla censura di guerra. Il virus contagiò mezzo miliardo di persone uccidendone almeno 25 milioni, anche se alcune stime parlano di 50-100 milioni di morti. Si calcola che morì dal 3 al 6% della popolazione mondiale.

Oggi ad un secolo dalla Spagnola siamo qui a combattere il coronavirus ma siamo più preparati e con condizioni migliori. 

Certo qui in Europa la battaglia è difficile e oltre che ad affrontare l’emergenza sanitaria si dovranno fare i conti con l’economia. 

Se il coronavirus arriva in Africa

Ma cosa accadrà invece in Africa se il coronavirus dovesse arrivare e colpire le aree più marginali con villaggi già provati dalla fame e dalla povertà?

Al momento in Africa, al momento, si sono registrati soltanto tre casi di coronavirus uno in Egitto, uno in Algeria e uno in Nigeria. E nessuno di questi è deceduto. Si tratta, senza dubbio, di un numero decisamente ridotto rispetto a un continente dove vivono quasi 1,3 miliardi di persone e in relazione agli oltre 86mila casi registrati in tutto il mondo (con 3mila vittime appurate).

Eppure, poco dopo la comparsa del Covid-19, gli esperti hanno subito avvertito sui rischi della sua diffusione in Africa perché lì non solo le strutture sanitarie sono inadeguate a contenere un’epidemia ma anche perché ci sono stretti legami commerciali con la Cina.

Secondo l’Onu, il continente africano ospita solo il 3% del personale medico mondiale, nonostante sopporti oltre il 24% del carico globale di malattie. La media italiana è di circa 376 medici ogni 100mila abitanti. E, nonostante la debolezza del sistema, l’accesso all’assistenza sanitaria è limitato dalla capacità di pagamento dell’individuo. Inoltre, le malattie infettive sono la causa del 40% dei decessi nei Paesi in via di sviluppo – l’1% in quelli industrializzati.

Ancora non si sa con certezza il perché il coronavirus non ha colpito, come in Europa e in Cina, l’Africa. Probabilmente c’è da evidenziare che è difficile lì accertare la presenza del virus e che i tamponi non vengono effettuati non essendoci un sistema sanitario avanzato.

Si avanzano ipotesi anche che ci siano fattori climatici favorevoli: «Forse il virus non riesce a diffondersi nell’ecosistema africano», ha affermato il professor Yazdan Yazdanpanah, capo del dipartimento delle malattie infettive dell’ospedale Bichat di Parigi.

Un’ipotesi, però, respinta dal collega Rodney Adam, che dirige la task force sulle infezioni presso l’ospedale universitario Aga Khan di Nairobi, in Kenya: «Non ci sono prove attuali per indicare che il clima influisca sulla trasmissione. Mentre è vero che, per alcune infezioni, ci possono essere differenze genetiche ma non ci sono prove attuali in tal senso per Covid-19».

In Africa si muore ancora di colera

Non c’ dubbio per gli scienziati, però, che il principale colpevole fra le malattie infettive in Africa è ancora oggi il colera, una delle principali malattie della povertà, che riflette la scarsità di servizi sanitari e di infrastrutture fognarie per tutti in modo da non contaminare le acque. Lo stesso vale per la Febbre di Lassa: nelle zone dove la malattia è endemica (principalmente in Africa occidentale), la prevenzione dell’infezione consiste essenzialmente nell’adozione di norme igieniche che riducano l’accesso dei roditori nelle case.
In soli sei mesi del 2018, per fare un esempio, si sono ammalate di colera 20 mila persone in Sud Sudan, 14 mila in Nigeria, oltre 12 mila in Repubblica Democratica del Congo, 5900 in Zambia, 5400 in Kenia. Hanno invece contratto il morbillo, seconda malattia per incidenza, oltre 14 mila persone nella Repubblica Democratica del Congo, 9800 in Nigeria, oltre 3000 in Liberia e oltre 2000 in Etiopia, Uganda e Algeria, e più di 1000 in Guinea.