In un fumetto la storia del naufragio del Venerdì Santo

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In un fumetto la storia del naufragio del Venerdì Santo

Ricostruire memoria, condivisa, per dare voce a chi non l’ha mai avuta, a chi ancora a distanza di anni aspetta giustizia. E’ la storia di una strage rimossa, ma forse mai fino in fondo raccontata. E’ la storia della motovedetta Kater I Rades, partita dal porto di Valona e affondata nel Canale d’Otranto. Nello specchio di acque antistanti il porto di Brindisi. Al largo del Mar Adriatico.

Ecco dopo 17 anni ancora pesa la storia del “naufragio del venerdì santo”. Era il 28 marzo 1997 ma quello era solo l’inizio della tragedia, dei morti nel Mediterraneo.
Così ecco che dalla matita di Francesco Niccolini e Dario Bonaffino nasce “Kater I Rades. Il naufragio della speranza”, fumetto uscito proprio in questi giorni per i tipi di BeccoGiallo.
Raccontano la storia dei respingimenti in mare, delle decisioni prese dal Governo Prodi, dal ministro degli esteri Lamberto Dini e da quello della Difesa Beniamino Andreatta, davanti allo sfacio dell’Albania, una guerra civile provocata dal fallimento della maggior parte delle società finanziarie nazionali, le cosiddette società piramidali, che aveva condotto il Paese alla miseria, alla bancarotta, costringendo molti alla fuga, all’esodo, nel tentativo di mettersi in salvo, e costruirsi una nuova vita in un altro Stato.
Raccontano di questa piccola imbarcazione, progettata per 10 membri dell’equipaggio, ma che in quel venerdì di Pasqua ha imbarcato quasi 120 profughi, intere famiglie in fuga da un Paese allo sbando. L’Italia risponde mettendo in atto il primo respingimento in mare, a cui ne seguiranno molti altri. Avvistata dalla fregata Zeffiro della Marina militare che le intima di tornare indietro, la Kater I Rades viene in seguito speronata dalla corvetta Sibilla. L’urto è violentissimo. In 15 minuti la nave affonda portando con sé il suo carico di profughi. Muoiono in 81, in gran parte donne e bambini, bloccati nella stiva dove pensavano di essere al sicuro. Ma solo 57 corpi vengono recuperati, degli altri 24 non v’è traccia. Dopo 17 anni e un processo che ha portato alla condanna nel 2011 solo del capitano della Marina italiana (2 anni per omicidio colposo, poi derubricato a lesioni colpose) e del pilota della nave albanese (3 anni), quello che viene ricordato come il ‘naufragio del venerdì santo’ nel Canale di Otranto viene raccontato con parole e disegni da Francesco Niccolini e Dario Bonaffino.
“Al centro del racconto c’è la storia di queste persone, la percezione che avevano del nostro Paese, i loro sogni”, racconta lo sceneggiatore Francesco Niccolini che frequenta questa vicenda da tanti anni e l’ha portata anche a teatro con la compagnia Thalassia di Brindisi. “Erano persone normali, che avevano perso i primi risparmi con lo scandalo delle piramidi finanziarie, che scappavano da un capitalismo che le schiacciava tanto quanto aveva fatto il socialismo fino a pochi anni prima, persone che volevano raggiungere i parenti, già in Italia. Ho provare a dare loro la parola, perché non l’hanno mai avuta”, dice.
A destare l’interesse di Francesco Niccolini per la vicenda della Kater I Rades è l’incontro con la compagnia teatrale Thalassia e con Luigi D’Elia, attore, scenografo e operatore ambientale che vive a Brindisi. “È stato Luigi a raccontarmi di quando, da ragazzino, aveva assistito agli sbarchi degli anni Novanta, dai primi a Brindisi a quello dei 20 mila albanesi arrivati a Bari con la Vlora e poi rinchiusi nello stadio fino a quelli successivi”, spiega Niccolini che, nel 2011, partecipa alle iniziative del Comune di Brindisi per i 20 anni degli sbarchi con un testo teatrale letto da Anna Bonaiuto. Il passo successivo è raccontare l’episodio più tragico, quello della Kater I Rades. Con la ricerca del materiale, iniziano anche le coincidenze. In quegli anni, esce “Il naufragio” (Feltrinelli), il libro con cui il giornalista e scrittore Alessandro Leogrande racconta la tragedia del Canale di Otranto. Contemporaneamente, Niccolini si ‘imbatte’ nel relitto della Kater I Rades da uno sfasciacarrozze di Galatina (Lecce). La chiglia era stata tagliata in due e la parte superiore data a Costas Varotsos, uno scultore greco che ne ha fatto un monumento collocato sulla banchina del porto di Otranto. “La parte inferiore, i legni e il motore, li ha comprati Luigi – racconta Bonaccini – Sono legni con una forza espressiva incredibile, per i segni del tempo, un anno in mare e gli altri abbandonati nel porto di Brindisi, e della tragedia”. Poi c’è stato l’incontro con l’avvocato di parte civile delle vittime, Stefano Palmisano, e con uno dei sopravvissuti, avvenuto per caso a Firenze. “Mi ha raccontato tutto quello che si ricordava, i piccoli dettagli che nessun verbale riportava – dice Niccolini – : l’effetto del buio, l’elicottero che pensavano fosse lì per salvarli e invece serviva solo per illuminarli in modo che la corvetta riuscisse a vederli”. E alla fine è arrivata la richiesta della casa editrice BeccoGiallo di raccontare una storia sugli sbarchi. “E io ce l’avevo già”, afferma. E così è nato ‘Kater I Rades. Il naufragio della speranza’, una storia “non cupa ma attraversata da pensieri semplici come li abbiamo tutti, le sigarette, la maglia della Juventus, il pallone”.
La prefazione è scritta dal giornalista Alessandro Leogrande che definisce il naufragio del venerdì santo, “una strage di Stato”, più che altro per il post-naufragio. “Sono d’accordo – dice Niccolini – La Marina militare si è comportata come l’Aeronautica con Ustica, cancellando documenti, foto, video e facendo finta di niente, ma è stato commesso un crimine e, anche se non ci sono prove per accusare gli ammiragli, un capitano è stato condannato: la Marina se la sarebbe cavata meglio ad ammettere di aver sbagliato”. Ma dopo 17 anni, un processo, lo spettacolo teatrale, il monumento nel porto di Otranto, i legni e il motore restituiti al governo albanese lo scorso giugno e il progetto del Museo della memoria migrante, perché raccontare questa storia? “Questa domanda me l’ha fatta uno degli attori, l’anno scorso, mentre preparavamo lo spettacolo teatrale – risponde Niccolini – Il giorno successivo è arrivata la notizia della strage di Lampedusa. Ecco perché l’abbiamo fatto, perché non la stavamo raccontando per la storia in sé ma come inizio della tragedia”. Tutto questo però ancora non basta per risolvere i conti con la vicenda della Kater I Rades, conclude, “quelli li risolveremo quando capiremo che dobbiamo trovare, insieme a loro e non contro di loro, il modo perché non siano più costretti a partire per potersi costruire una vita”.