Il giorno del Ricordo degli Italiani inghiottiti nelle Foibe e la memoria degli esuli del mondo

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A Reggio Calabria la proiezione del film “Il segreto della miniera” della regista slovena Hanna Antonina Wojcik Slak

Anna Foti


Nasce da un esilio doloroso e dal desiderio di una vita libera dalla prigione della negazione della verità e dell’oblio, la storia di Aljia, un minatore bosniaco incaricato in Slovenia, dove ormai vive, di esplorare una vecchia miniera dismessa da tempo, al fine di chiuderla. Ispirata ad un fatto vero, questa storia è al centro del film diretto da Hanna Antonina Wojcik Slak, regista Slovenia di origine polacca, e selezionato per il miglior film straniero al 90esimo Academy Awards. L’opera del 2017 intitolata “Rudar” (“Il segreto della miniera”) è stata scelta per riflettere sul dovere della memoria e della ricerca di verità su fatti della Storia spesso mistificati e dimenticati, in occasione del Giorno del Ricordo dedicato al dramma delle Foibe. 

L’iniziativa è stata promossa dal Cineclub Internazionale Distribuzione in collaborazione con il circolo del cinema Cesare Zavattini e il gruppo locale di Amnesty International di Reggio Calabria.

Tra un fiume colore zaffiro e i campi dorati, si stagliava l’argento della città bosniaca di Srebrenica, prima di quell’11 luglio 1995. Aljia non era lì perché era rimasto in Slovenia e solo per questo è sopravvissuto. Inizia con questa suggestione e con questa consapevolezza il racconto di Hanna Slak che punta molto sul percorso interiore e complesso che il protagonista compie dentro la Storia e dentro ciò che nella sua vita è rimasto irrisolto. Una narrazione che valorizza e ci ricorda la profonda dimensione interiore e personale che la Storia possiede. 

A Srebrenica Aljia aveva lasciato la sorella che insegnava e che, nonostante una guerra fratricida stesse dilaniando la Jugoslavia, aveva scelto di non abbandonare i suoi bambini. Così lei era lì e lui no, quando l’orrore si consumò: oltre ottomila uomini musulmani bosniaci furono trucidati dalle milizie serbo-bosniache che espugnarono la cittadina musulmana con il sangue e la violenza. Quell’enclave divenne una trappola in cui furono reclusi civili inermi colpevoli soltanto di essere bosniaci musulmani, mentre forti spinte nazionaliste serbe legittimavano una vergognosa pulizia etnica. Furono uccisi in migliaia dopo essere stati separati da donne e bambini. Una pagina esecrabile e dolorosa della storia dei Balcani, scritta con il sangue innocente, incredibilmente consumatasi sotto gli occhi delle forze Onu; fatti che hanno a lungo cercato voce e giustizia, che non smettono di logorare cuore e anima di chi in quel massacro ha perduto per sempre un figlio, come le Madri di Srebrenica. 

Alla luce offuscata e tagliente di questa drammatica vicenda, la miniera diventa metafora di una Storia chiusa in se’ stessa, avviluppata nell’oscurità e destinata a sprofondare negli abissi dell’oblio con tutti i suoi terribili segreti. Tutto è segno di una società che, abdicando alla coscienza, non volendo ammettere e riconoscere gli orrori commessi, condanna il prossimo a non avere neppure l’occasione di scegliere di non ripeterli e le vittime di quell’orrore ad esserlo di nuovo. 

In quel tempo dentro la miniera Aljia capisce che, pur non potendo fare nulla per Srebrenica e pur non avendo cercato il corpo della sorella, può fare invece qualcosa per chi potrebbe cercare quei corpi. La sua storia personale è perduta ma non anche quella di altri. Lontano dalla Bosnia aveva assistito impotente al dramma di Srebrenica e ai tentativi di negare e manipolare la verità. Adesso ha l’occasione di riscattare quel senso di profonda impotenza e, in questo caso, di orientare il destino della Storia verso un orizzonte di luce e verità piuttosto che di negazione e dimenticanza. Questa possibilità passa attraverso quelle rocce, attraverso quella luce alla ricerca di un varco per irradiare il buio di una storia inconfessabile. 

In quella miniera, in quell’oscurità profanata dall’orrore e dalla morte, Aljia percepisce la pienezza inquietante di quel vuoto solo apparente; scopre, traccia dopo traccia e sensazione dopo sensazione, che quello è un luogo privo di vita ma colmo di morte e menzogne. La ricostruzione non è facile, la scoperta è terrorizzante, la verità è scomoda.

Quella miniera è una “fossa malefica” in cui alla fine della Seconda guerra mondiale furono sepolti vivi, rifugiati provenienti dai campi profughi in Austria perché nemici. Ma nemici di chi? Invece che al porto di Trieste per tornare a casa, furono con l’inganno e con la forza condotti alla miniera dalla quale non uscirono più. In migliaia, in un pozzo profondo di 70 metri. 

Quella presenza della vita già tradita e uccisa e che adesso si intende affossare e uccidere ancora, non può essere ignorata e nascosta di nuovo. Questa volta non può bastare sminuire e classificare come tomba militare una vergognosa fossa comune. 

Ma Aljia è solo in questa opera di cambiamento e di restituzione della verità dei fatti. Basterà il suo coraggio, basterà una treccia di donna a dimostrare che quegli scheletrì non erano di tedeschi rimasti indietro durante la ritirata e che una verità sconvolgente era rimasta sepolta per decenni?

Può un uomo solo arginare le potenti forze che mistificano la Storia? Il suo dovere soccombe rispetto alla pressoché nulla possibilità di riuscita? Interrogativi pesanti come macigni sulla coscienza; interrogativi che restano come la certezza che a questo rischio di manipolazione e negazione continuiamo ad essere esposti e che non bisogna dismettere l’ostinazione di capire, ne’ deporre la volontà di porre domande e cercare risposte. 

La scelta di questo film si rivela affine al dovere di memoria, giustizia e verità al quale il Giorno del Ricordo si propone di richiamare tutti noi. Il dramma delle Foibe si inquadra anch’esso sul finire della Seconda guerra Mondiale e nello stesso tormentato e insanguinato luogo al confine tra Italia e Balcani, nelCuore dell’Europa. 

L’epoca in cui viviamo ha rivelato storie di esilio e di allontanamento da patrie in cui le persecuzioni e le guerre prendono il sopravvento su ogni desiderio e su ogni possibilità di restare nella propria terra. Interi popoli e comunità in fuga, spesso attraversando il mare, pur non avendo mai avuto occasione di imparare a nuotare, e gettandosi incontro ad un destino spesso impietoso. Così la storia contemporanea ci ha consegnato il Mare Mediterraneo, luogo di mito e fascinazione, di incontri e contaminazioni come cimitero dei popoli migranti. Popoli non sopravvissuti all’esilio in cerca di pace e libertà, lontano da casa. La storia custodisce nelle sue pieghe anche altre storie di esili forzati, segnati da persecuzioni ignobili e violente perpetrate in nome di una presunta superiorità e della nazionalità e che hanno reso, in momenti storici contemporanei,la nostra terra ventre freddo per milioni di corpi esanimi e corridoio sotterraneo verso la morte.

In questo frangente di inizio anno, sempre pregno di anniversari di dolore e di morte – tra la memoria dell’orrore della Shoah e il ricordo delle vittime delle Foibe – e in un’epoca in cui recrudescenze ideologiche alimentano venti di intolleranza e odio, non dimenticare è sempre più necessario.

La testimonianza

“Abbandonammo tutto e scappammo dalla fame cui il destino ‘titino’ ci condannava”, racconta nelle scuole Lidia Muggia esule istriana, presidente onorario del comitato 10 febbraio di Reggio Calabria, oggi residente a Pellaro con la famiglia.

Il contesto delle foibe e l’esodo degli italiani

Incastonata con il sangue nell’epoca dei nazionalismi, l’intolleranza nei confronti degli italiani in terra d’Istria, in Dalmazia, a Gorizia, Trieste, Fiume, Zara, in quel lembo di terra dell’Adriatico Orientale in cui convivevamo popolazioni italiane e slave, sfociò in un massacro ignorato dalla Storia e gravemente strumentalizzato.

Fosse scavate nel Carso, regione comune ad Italia, Slovenia e Croazia, e altre gole ricavate in territorio istriano, le foibe erano inghiottitoi naturali, lontani dall’essere tali solo in apparenza, dove vennero gettati ventimila italiani (difficile la ricostruzione precisa del dato), molti dei quali ancora vivi, torturati, massacrati e fucilati dai partigiani di Tito negli anni tra il 1943 e il 1945. La complessità della storia, la sua assurdità.

Mentre l’Italia si accingeva a vivere un nuovo capitolo, liberata per mano degli Alleati dall’occupazione nazista, mentre finiva la Seconda Guerra Mondiale a Trieste, solo dal 1954 provincia esclusivamente italiana, a Gorizia (dal dopoguerra divisa tra Italia e Jugoslavia) e in Istria, solo dallo stesso anno sotto la piena amministrazione jugoslava, si consumava una tragedia che ebbe i contorni netti e drammatici di una pulizia etnica per mano dell’Armata Popolare di Liberazione della Yugoslavia con chiare mire espansionistiche. Dissidenti, intellettuali, antifascisti, ed italiani furono i principali bersagli di persecuzioni, annegamenti, deportazioni, omicidi di massa. L’immagine più drammatica di questo accanimento furono appunto le foibe.

In questo clima, in migliaia divennero esuli per sfuggire alla repressione. Il 90% della popolazione italiana si ritrovò condannata all’esilio per sopravvivere. Anche calabresi furono trasferiti forzatamente in Slovenia nel 1945 e non fecero più ritorno.

Tra chi nega la gravità di quanto accaduto e chi cerca di strumentalizzarla, c’è anche chi, come le attuali popolazioni slave, affermano che i massacri siano stati atroci ma anche frutto di una violenta reazione alle brutalità fasciste, dunque una vendetta, ascrivendo a questa pagina vergognosa un numero di vittime notevolmente inferiore.

Invece le radici di quell’odio etnico non promanavano solo da un passato di assimilazione forzata delle minoranze etniche in epoca fascista. La questione era molto più complessa e poggiava anche sull’annessione di parte della Slovenia per mano delle truppe italiane dopo il colpo di stato di Belgrado nel 1941, sulla feroce e violenta guerriglia che scoppiò tra slavi e italiani mentre cresceva la tensione tra comunisti e tedeschi in est Europa nello stesso anno.

Le atrocità furono reciproche e la repressione delle truppe italiane cruenta, specie a seguito della nascita di movimenti di resistenza. Fu l’armistizio del 1943 a segnare l’inizio dell’ingresso delle truppe tedesche a Trieste intanto in tutta la Venezia Giulia – Trieste, Gorizia e Fiume – i partigiani di Tito sopprimevano migliaia di italiani, tra cui la studentessa di origini istriane, Norma Cossetto, medaglia d’oro al Valore Civile cui è intitolata una targa presso l’area archeologica “Griso- La boccetta”, in via Torrione a Reggio. Fu un genocidio.

Terribile fu anche la sorte della Dalmazia, oggi distribuita tra Croazia, Bosnia Erzegovina e Montenegro, occupata nel 1944 dalla Jugoslavia che nei mesi successivi avrebbe puntato all’annessione della Venezia Giulia. Nel 1945 infatti i massacri si estesero a tutta la Venezia Giulia. Migliaia le persone scomparse. Centinaia di migliaia gli esuli. Uomini uccisi, donne abusate e poi gettati in queste fosse in un feroce progetto di eliminazione degli oppositori politici e di affermazione ad ogni costo del dominio slavo.

Infoibati calabresi

Tra i deportati verso le foibe ci furono anche uomini calabresi, come si legge nell’elenco delle 1048 anime tradotte forzatamente in Slovenia nel maggio del 1945; vite strappate nella Gorizia occupata da Tito. Le anime che non fecero mai ritorno a casa furono quelle dei carabinieri Pasquale Pellegrino ed Umberto Abate, rispettivamente di Falerna (Catanzaro) di San Lucido (Cosenza), del civile Gregorio Malena di Rossano (Cosenza), dei fratelli Mario e Oscar D’Atri di Castrovillari (Cosenza), rispettivamente esercente e sergente maggiore dell’Esercito. In quella lista nera come la tenebra ci sono anche i nomi dell’agente di pubblica sicurezza Giuseppe Crea di Motta San Giovanni (Reggio Calabria), Michele Lubrano di Radicena (Reggio Calabria), portato via dal carcere di Monfalcone prima di scomparire, Severino Quartuccio, nato a Chorio (Reggio Calabria).

La violenza e la morte non hanno, inoltre, risparmiato il caporale bersagliere Antonio Muraca (o Muracca), ucciso a Tolmino (Slovenia), Giacomo Spezzano, guardia di pubblica sicurezza scomparso da Gorizia il 10 settembre 1944, entrambi di Reggio Calabria, l’appuntato dei carabinieri Gaetano Mirenzi di Vazzano (Vibo Valentia), arrestato il 5 maggio 1945.

Il giorno del ricordo

Solo dal 2004 alla memoria è stato consentito di far riemergere quella storia vissuta ma troppo poco raccontata, del dramma delle Foibe. Una legge ha infatti istituito “Il giorno del Ricordo”. Fu indicato il 10 febbraio, il giorno in cui venne firmato il Trattato di pace nel 1947 Parigi e fu sancita la cessione di quelle terre alla Jugoslavia. In quell’anno, dalla città di Pola (Istria- Croazia) il 90% della popolazione divenne esule e perse ogni cosa. La memoria è necessaria ma non si creda che essa possa neanche lontanamente sopperire ad una giustizia che avrebbe dovuto essere in grado di ricostruire la verità e consegnare a quella stessa Storia i responsabili. Crimini contro l’Umanità rimasti impuniti che generano ancora oggi ferite e dolore. Esiste tuttavia anche una eredità sopravvissuta alla cieca violenza. Le contaminazioni etniche tra Slavi ed Italiani, tutelate dalla legge, sono ancora oggi una ricchezza in Friuli Venezia Giulia e in Veneto.

Vittime di violenza perché Italiani

Cittadini perseguitati perché italiani, in minoranza anche di nazionalità slovena e croata, tedesca e ungherese, tanti abitanti dell’Istria, della Dalmazia, di Fiume, di Trieste, di Gorizia; furono migliaia i cadaveri occultati di cui il governo De Gasperi chiese lumi a Tito che mai smentì anche se non vi fu mai collaborazione per le successive inchieste. Centinaia di migliaia le persone costrette a lasciare la loro casa e la loro patria, centinaia di migliaia gli esuli, 20 mila quelle che pagarono con la vita.

Denegata giustizia

L’amnistia Togliatti del giugno 1946, l’amnistia e l’indulto per i reati politici commessi entro il giugno del 1948 approvata dal Governo Pella impedirono di fatto i processi di accertamento delle responsabilità di quella che fu un’esecuzione di massa per mortivi etnici, ascrivibile a crimine contro l’Umanità

Un processo fu poi istruito in Italia contro alcuni responsabili dei massacri. Ma fu negata la competenza italiana dei giudici e il massacro è rimasto impunito. Nel 2003 si concludeva questo processo favorito dall’avvocato Augusto Sinagra presentò denuncia formale per gli eccidi avvenuti nella Venezia Giulia e, raccogliendo testimonianze dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti, le consegnò alla procura di Roma. I carnefici indicati erano tutti esponenti della OZNA, servizi segreti militari jugoslavi, tra cui Oskar Piskulic, IovoMladenic, VickoLarkovic Minarci, Milan Cohar, NorinoNalato e Giuseppe Domancic.

Tante ricerche negli archivi e tuttavia rimase un processo senza colpevoli. Nei confronti di Oscar Piskulic e Ivan Motika, quest’ultimo il presidente del tribunale del Popolo che decideva anche del destino degli italiani, non caddero le accuse ma fu rilevato il difetto di giurisdizione e dunque essi, nonostante il processo e le condanne non furono estradati per via di questo difetto e non perchè innocenti.