IDOS/Dossier Statistico Immigrazione, j’accuse verso le politiche migratorie

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Far lavorare i migranti

E’ un duro j’accuse verso le politiche migratorie del nostro Paese quello che esce fuori dal corposo Dossier Statistico Immigrazione 2019 presentato oggi, 24 ottobre, contemporaneamente in tutta Italia, con eventi in tutti i capoluoghi, da Nord a Sud, ai quali hanno partecipato tante scuole, attivisti, esponenti politici, giornalisti e cittadini interessati ai temi delle migrazioni.A Roma la presentazione si è svolta al Nuovo Teatro Orione. L’incontro odierno, moderato da Maria Paola Nannidi Idos e Stefania Sarallo di Confronti si è aperto con il video che riassume i contenuti del Dossier, realizzato da Vibes-Radio Beckwith.

Un Dossier che esce dopo mesi di sovraesposizione politica, mediatica e sociale dei migranti, ingiustamente considerati come causa di molti problemi e disfunzioni endemici e strutturali al sistema paese. “Problemi e disfunzioni la cui soluzione, – dicono i relatori – potrebbe spesso essere efficacemente cercata lavorando insieme agli immigrati stessi, che, avendo spesso maturato una storia di insediamento e radicamento in Italia pluridecennale, costituiscono una parte integrante del tessuto sociale, culturale, produttivo e occupazionale del paese”. 

Anche quest’anno il Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il Centro Studi e Rivista Confronti, offre al pubblico un’edizione aggiornata del Dossier, la 29esima, cofinanziata dall’Otto per mille della Chiesa Valdese – Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, alla cui realizzazione hanno contribuito decine di studiosi ed esperti in materia. 

L’Annus Horribilis 

Tra le estati 2018 e 2019 è indubbiamente trascorso un annus horribilis per l’immigrazione, con ben due decreti “sicurezza”, immediatamente convertiti in legge, che hanno colpito sia gli immigrati già presenti in Italia, il primo, sia quelli diretti verso il paese, il secondo. 

Tutta l’attenzione mediatica e la comunicazione politica hanno continuato a insistere sugli arrivi via mare dei richiedenti asilo, riproponendo – come da quarant’anni a questa parte – la retorica dell’invasione. 

In realtà, a seguito dei discutibili e onerosi accordi che l’Italia ha stretto con la Libia, non solo già nel 2017 il numero dei migranti sbarcati nel paese era diminuito di oltre un terzo rispetto al 2016, scendendo a 119.310 casi, ma durante tutto il 2018 si è attestato ad appena 23.370, un numero crollato in un anno di oltre l’80%, per ridursi, nei primi 9 mesi del 2019, a soli 7.710 casi. 

Si tratta di una cifra inferiore di ben 5 volte ai 39.000 migranti che nel frattempo sono giunti in Grecia e di circa 2,5 volte ai 19.000 approdati in Spagna, oltre che sostanzialmen- te equiparabile ai 6.400 richiedenti asilo che, nel 2018, l’Italia ha dovuto riammettere sul proprio territorio dai paesi comu- nitari in cui si erano trasferiti violando il Regolamento di Dublino. 

Come è noto, questo crollo degli arrivi via mare è stato ottenuto al prezzo di un elevato numero di migranti, o fermati lungo la traversata dalla Guardia costiera libica (apposita- mente finanziata, addestrata e rifornita di mezzi dall’Italia e dall’Unione europea) e riportati nei campi di detenzione del paese nordafricano (dove sono tornati a subire sevizie, stupri e torture), oppure annegati lungo la rotta del Mediterraneo centrale, ancora la più letale al mondo con più di 25.000 morti o dispersi accertati dal Duemila ad oggi: oltre la metà di tutti quelli calcolati nelle rotte marittime a livello mondiale. 

“Nell’anno trascorso – ha dichiarato Luca Di Sciullo, presidente Idos – c’è stato il tentativo di portare la nostra società a fasi storiche passate, abbiamo visto realizzarsi un’eclissi del senso dell’umano, dinanzi a quella che è stata chiamata la crisi dei migranti, che a essere onesti,dovremmo chiamare crisi dell’Europa”. Serve allora “riabilitare il principio della fratellanza umana, di là dellaretorica, perchè abbiamo, immigrati e italiani, comuni bisogni e fragilità. Allo scontro tradizionale tra poveri e ricchi abbiamo sostituito una guerra tra poveri e impoveriti: non facciamo quest’errore, sarebbe il più grande favore a un potere inetto che vuole conservare il proprio status”.

Luciano Manicardi, priore della Comunità di Bose, ha focalizzato l’attenzione su “la parola, il volto dell’altro e la memoria” come “tre elementi per ricostruire un’umanità degna di questo nome”, di fronte a quella che Ernst Bloch negli anni Trenta, a proposito del consenso di massa al nazismo, chiamava “la metamorfosi in demoni di gente comune”. E contro questo odio “dobbiamo riconoscere in noi l’alterità, lo straniero ci aiuta a restituirci a noi stessi, è una rivelazione che dice qualcosa di “noi”.

Una metamorfosi che è basata spesso su luoghi comuni, quei “luoghi comuni spesso slegati dalla realtà dei fatti, contro i quali”, come ha dichiarato Elly Schlein, già parlamentare europea, “il Dossier è come una bibbia laica, una fonte essenziale per costruire politiche migliori, mentre spesso le politiche sono state frutto della propaganda”. Politiche come la legge Bossi-Fini, “una legge criminogena, che va cambiata” perchè ha costruito “irregolarità e caos” e i decreti sicurezza, che “vanno cancellati”, e infine occorre riformare la legge per ottenere la cittadinanza italiana.

Takoua Ben Mohamed, graphic journalist, “tunisina di Roma”, usa il fumetto per raccontare le sue “battaglie quotidiane e l’immaginario sulle donne musulmane, costruito dall’informazione mainstream, che non mi rappresenta per niente”. L’autrice ha raccontato anche la storia della sua famiglia, una storia che ha disegnato anche nei suoi libri “La rivoluzione dei gelsomini” e “Sotto il velo” (editi da Becco Giallo), della sua vita in Italia, della costruzione dell’identità, da “musulmana che porta il velo” e che ha incontrato anche un'”umanità che viene prima dell’ideologia”.

“Fugare le percezioni sbagliate – ha concluso Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese – è un obiettivo che il Dossier persegue e realizza. Percezione errata di cui anche noi, evangelici, siamo stati vittima: ci “accusano” di occuparci solo di migranti. Una percezione alla quale noi resistiamo fortemente: non dobbiamo mai mettere in competizione i diritti, perchè devono essere tutti tutelati. E fra le pieghe di questo Dossier c’è un fenomeno che mi preoccupa molto, a fronte del taglio dei progetti di accoglienza ed integrazione, ovvero la mutata percezione da parte dei migranti della possibilità di vivere nel nostro Paese, una perdita di fiducia che comincia a realizzarsi. Ma c’è anche un’altra Italia, che crede nell’inclusione e nel pluralismo, che vorremmo diventasse più visibile, attraverso il dialogo paziente con chi la pensa diversamente”.

Effetti di esclusione del Decreto Sicurezza 2018 

È verosimile che a causa del primo decreto sicurezza siano sensibilmente aumentati gli stranieri irregolari: questo decreto, infatti, da un lato ha abolito i permessi per protezione umanitaria, rendendone impossibile rinnovi e nuovi rilasci, dall’altro, istituendo permessi “speciali” più labili e difficilmente rinnovabili, ha ridotto e reso più precaria la platea dei beneficiari. Anche a seguito di tali revisioni, dai 530.000 stranieri irregolari stimati a inizio 2018, si è calcolato che entro il 2020 possano arrivare a oltre 670.000: un numero secondo solo a quello emerso nella grande regolarizzazione del 2002. 

Effetti particolarmente critici ha prodotto anche la rimodulazione del sistema di accoglienza prevista dal decreto, che ha separato fisicamente i titolari di protezione dai richiedenti asilo, riservando esclusivamente ai primi la fruizione di percorsi di inserimento sociale e lavorativo all’interno dei centri Siproimi (ex Sprar), e relegando invece i richiedenti asilo nei Centri governativi di prima accoglienza (Cara e CdA), affiancati in caso di indisponibilità di posti dai Centri di accoglienza “straordinari” (che continuano così a svolgere un ruolo “strutturale” nel sistema). Qui sono destinati ad aspettare l’esito della loro domanda per un tempo che può durare da 1 anno a 2 (e in diversi casi anche oltre), senza poter seguire nel frattempo alcun corso di orientamento e di inclusione, con un conseguente decurta- mento del massimale giornaliero procapite nei bandi prefettizi per l’affidamento dell’accoglienza ad enti gestori privati (da 35 euro a 26 o 21 euro, in base al numero di richiedenti asilo ospitati, secondo una modulazione che favorisce i grandi centri). 

Tale riforma – complici le direttive di vari prefetti che, all’indomani dell’entrata in vigore del decreto, hanno indebitamente fatto espellere dai centri Sprar sia i titolari di protezione umanitaria sia i richiedenti asilo, mettendo letteralmente “sulla strada” intere famiglie di migranti – ha contribuito, insieme al forte calo degli sbarchi, a svuotare il sistema di accoglienza di migliaia di persone, facendole disperdere sul territorio. Nel 2018 il numero di migranti ospitati nei centri di accoglienza è calato, rispetto ai 186.800 del 2017, di circa 51.000 unità, arrivando a 135.800 e diminuendo ancora di quasi 27.000 unità nei primi 6 mesi del 2019, quando è sceso a circa 108.900, di cui 82.600 nei Cas e 26.200 – meno di un quarto – nei centri Siproimi. 

Il taglio dei fondi, inoltre, non solo ha reso disoccupati migliaia di professionisti, tra operatori, psicologi, educatori, formatori, consulenti ecc. che lavoravano nei Cas per offrire assistenza, tenere corsi di italiano e gestire servizi di inserimento per i migranti ivi accolti, ma ha anche indotto la diserzione dei bandi di affidamento prefettizi da parte di una serie di enti che non hanno ritenuto congruo il ridotto massimale economico rispetto al livello minimamente dignitoso di accoglienza da garantire. 

Infine, nel confinare migliaia di richiedenti asilo in strutture prive di queste figure e senza possibilità di fruire di tali percorsi, destinandole a rimanerci per mesi e anni, le ha ancor più espo- ste, in questo ozio forzato, al reclutamento della criminalità organizzata, che ancor più agevolmente trova in questi centri la disponibilità di manodopera da sfruttare illegalmente. 

ll crollo dei flussi

 «Se alla drastica riduzione degli arrivi via mare si aggiunge la sostanziale chiusura, da diversi anni, dei canali regolari di ingresso per i non comunitari che intendano venire a lavorare stabilmente in Italia, ben si capisce perché in realtà è da almeno 6 anni che la popolazione straniera non è in espansione. Anche nel 2018 essa è cresciuta di appena il 2,2%, arrivando a 5.255.000 residenti, pari all’8,7% di tutta la popolazione. Una tendenza che stride con l’andamento mondiale delle migrazioni, se si pensa che nello stesso anno i migranti nel mondo sono aumentati di oltre 14 milioni».

Calano anche i figli di immigrati 

«Tra gli stranieri residenti in Italia, all’aumento netto di 111.000 presenze rispetto all’anno precedente, hanno contribuito anche i 65.400 bambini nati nel corso del 2018 da coppie straniere già presenti nel Paese, i quali non sono quindi “immigrati”. Anche il loro numero, comunque, continua a calare insieme a quello delle nuove nascite nel loro complesso: 439.700 nel 2018, il livello più basso registrato da decenni, delle quali poco più di un settimo riferite a genitori stranieri (14,9%). È un dato preoccupante, che conferma l’inesorabile declino demografico dell’Italia, prossima ad avere oltre un terzo della popolazione complessiva con più di 65 anni e giovani minorenni solo ogni 8 abitanti».