Horcynus Festival Reggio Calabria, il canto dell’Umanesimo Mediterraneo dei Radiodervish emoziona il pubblico

0
116
Radiodervish

Storie e melodie, note e parole, accordi ed emozioni, lingue diverse e variopinte sonorità per cantare l’amore e la lontananza, l’esilio e la nostalgia, il viaggio e l’inquietudine, la libertà e la speranza, le ingiustizie e la guerra. Un poliedrico e sorprendente mosaico di vissuti che attraversa il Mediterraneo dall’Occidente all’Oriente fino a Gerusalemme, Beirut, Istanbul, Gaza, è il frutto dell’incontro alchemico tra Nabil Salameh (voce, buzuki e percussioni), Michele Lobaccaro (chitarra, basso e cori), Alessandro Pipino (tastiere, fisarmonica e cori) e Pippo Ark D’Ambrosio (percussioni). Loro sono i Radiodervish che da oltre vent’anni generano musica e alimentano un’idea di cultura forte di una vocazione mediterranea e della volontà di costruire un inedito umanesimo e contribuire, con la musica, ad un mondo libero e plurale.

Il tempo, con la sua clemenza, ha premiato il quartetto italo-palestinese, nato in Puglia, per la dedizione e il pubblico dellHorcynus Festival Reggio Calabria per la tenacia e la pazienza; così un meraviglioso concerto, sotto un cielo nuvoloso che a Ecolandia copriva le stelle e la luna crescente, è stato il dono migliore di una congiuntura meteorologica dal risvolto positivo per nulla scontato.

I Radiodervish hanno dato vita ad un viaggio tra le pagine di una storia comune che la sapiente contaminazione di sonorità e lingue – italiano, arabo, inglese, francese, spagnolo – ha saldato nel sentire universale. Un afflato corale al quale questo appuntamento dell’Horcynus Festival Reggio Calabria, grazie ad un pubblico motivato e coinvolto, può spingersi a dire di avere avuto il privilegio di contribuire

Una poetica musicale profondamente ispirata al dialogo tra mondi diversi, caratterizzata dall’accurata scelta delle parole, portatrici di significato e musicalità, e da testi colti che uniscono lingue diverse: molto italiano, perché l’esperienza ha inizio in Italia, ma anche arabo, francese, spagnolo e inglese. I Radiodervish, da oltre vent’anni, affinano un cantautorato mediterraneo pregno di rimandi storici, letterari e di contaminazioni linguistiche che lo rendono assolutamente unico e particolarmente rappresentativo sulla scena musicale internazionale

I Radiodervish, nati nel 1998 dall’incontro tra musicisti provenienti da diverse realtà del Mediterraneo, da Oriente e Occidente, che nel segno della Musica hanno iniziato a dialogare, sono stati ospiti dei più importanti palcoscenici italiani ed internazionali: il Blue Note di Milano, il Dingwalls di Londra, l’Olympia di Parigi, l’Opera House del Cairo, il Festival de Carthage in Tunisia. Si pregiano di numerose collaborazioni con Franco Battiato, Giovanni Lindo Ferretti, Noa, Giuseppe Battiston, Nicola Piovani e molti altri.

Il concerto, la poetica e l’Umanesimo Mediterraneo

“Mi incammino per Itaca, nelle mani i coralli dipinti da un Sole che non può finire. Senti il vento che scivola sulle rughe sapienti di eroi naviganti che sanno morire”.Con la canzone Itaca, isola greca e patria dell’eroe leggendario Ulisse nel poema epico di Omero “Odissea”, i Radiodervish hanno scelto di aprire il concerto a Reggio, Sud della Calabria e sponda della Stretto che lo stesso Omero richiamò per narrare le gesta del re della stessa isola. Una canzone evocativa e intensa che ha incantato subito il pubblico di Ecolandia, presente nonostante l’incertezza delle condizioni meteo. 

«Ringraziamo Giacomo Farina per averci invitato e per essere stato, con i Kunsertu, un costante riferimento per la nostra ispirazione e la nostra musica. Ringraziamo voi del pubblico per essere qui in questo momento delicato dal punto di vista sanitario e nonostante il rischio di pioggia. E’ solo grazie a voi che il nostro mondo, così duramente colpito da questa emergenza, può andare avanti», ha dichiarato Nabil Salameh, musicista di origini palestinesi, cittadino italiano dal 2007 e impegnato con i Radiodevish nella riscoperta di un Umanesimo necessario per una convivenza pacifica. 

«Facciamo dialogare tante storie e diverse poetiche tipiche del Nord e del Sud del Mediterraneo. Per noi quest’area è una miniera di civiltà che, però, in questo momento storico sembra avere poca consapevolezza di sé, pare assediata da un’influenza atlantica che la spinge verso l’individualismo e la frenesia piuttosto che lasciarla libera di essere, come in origine, luogo di dialogo tra pari e di incontro. Altri comportamenti, quelli tipici del cosiddetto neoliberismo più legati alla produttività e al senso di illimitatezza, che lascia credere di non avere doveri verso gli altri e verso la natura, hanno preso il sopravvento. Auspichiamo un ritorno alle origini. Dunque porre l’attenzione sul Mediterraneo, per noi equivale a contribuire a recuperare una dimensione più autentica per uscire dal tunnel stretto e scuro in cui ci siamo infilati», ha spiegato Michele Lobaccaro.

Il nome Radiodervish, infatti, deriva dal termine Radio, quale mezzo di comunicazione che faceva viaggiare con la mente e consentiva di andare oltre l’orizzonte quando ancora il collegamento globale non era così a portata di click, e Dervish’ (Derviscio) praticante del Sufismo (dimensione mistica dell’Islam), considerato saggio, curioso e incline alla spiritualità e all’incontro con l’altro. Molti sufisti sono mendicanti, votati alla povertà, mentre altri lavorano. 

«Per me la musica è un mezzo di esplorazione del mondo esterno e della mia dimensione interiore. Un modus vivendi che ho abbracciato, pur mantenendo la mia passione per i numeri, essendo laureato in Ingegneria; un sentiero che ho scelto di percorrere e che mi ha portato ad essere ciò che oggi sono. Le storie e gli argomenti che io e il mio fratello cosmico Michele Lobaccaro tocchiamo, sono una traccia viva della nostra prospettiva e del contributo all’incontro tra mondi che ci proponiamo di dare con la nostra musica», ha spiegato ancora Nabil Salameh

Il melting pot linguistico è tratto distintivo dell’orizzonte assolutamente aperto al quale i Radiodervish hanno scelto di guardare per raccontare, attraverso la loro musica, le molteplici culture alle quali si ispirano.

«Amiamo definire come originale cantautorato “mediterraneo” il frutto della nostra attività musicale, molto attenta anche ai testi e all’aspetto letterario, al quale teniamo molto. Ogni canzone è in realtà un laboratorio in cui dare corpo, attraverso la scelta accurata delle parole, dei simboli e della lingua, a questo incontro tra mondi diversi, mondi anche nuovi che nascono dal dialogo, dalla consapevolezza e dalla valorizzazione della diversità, mondi che si lasciano fecondare dall’incontro con l’altro“, ha commentato Michele Lobaccaro.

Tante le storie che hanno preso corpo sul palco di Ecolandia. Con “Il sogno delle Lucciole”, reso un tributo al sindaco pescatore di Pollica, Angelo Vassallo, ucciso nel 2010, e con “Una candela nel buio”, ricordato il poeta, scrittore e giornalista palestinese Mahmoud Darwish. Il brano si ispira alla sua poesia “Pensa agli altri” e a quella “libertà disegnata come un ‘isola”, a quei “versi di oscurità sussurrati alla luna”. Canzoni estratte, come il mago fa dal suo cilindro, dall’album “Il Sangre e il Sal” del 2018. Un titolo tanto evocativo quanto pregno di significato e rappresentativo dello spessore artistico dei Radiodervish.

«Inseguiamo sonorità nuove che possano nascere dallo stupore e dalla sorpresa e che possano generare emozioni. Durante questo viaggio – ha spiegato Michele Lobaccaroguardando al Mediterraneo come luogo di incontro in cui il desiderio di comprendersi supera qualunque barriera linguistica e immaginando un marinaio che dedica una canzone al suo amore incontrato durante il suo cammino, è nato “Il Sangre e il Sal”. Il sangue e il sale, lo sradicamento e l’appartenenza  in questo titolo che è un modo di dire in Sabir, antica lingua spontanea parlata appunto nei porti del Mediterraneo e custodita in un vecchio dizionario risalente 1830, quando i francesi invasero l’Algeria. Si tratta, forse, dell’unico testo che rappresenta un riferimento organico di questa lingua franca», ha concluso Michele Lobaccaro.

La poesia, nobile ed eccelsa espressione dell’animo dell’uomo, e la guerra, violento, brutale e ferale fenomeno di cui l’umanità continua a macchiarsi nonostante le drammatiche esperienze già vissute, sono solo due delle direttrici tra le quali si orienta lo poetica originale dei Radiodervish. Dal vasto repertorio dei loro tredici album proposte anche le canzoni “Del bene del male”, “Centro del Mundo”, L’immagine di te”, “L’esigenza”, “In fondo ai tuoi occhi”, “Istanbul” dove “Squarci rossi apriranno cieli eterni” e “Rosa di Turi”, manifesto di una civiltà che si estranea dall’umanità: “(…)è logico che questa civiltà
è in nome del progresso il tuo cuore devastò
(…). In fondo ai tuoi occhi rinasce la storia
Di notte l’aurora fa parte di me”.

Immancabile l’omaggio all’attivista e giornalista italiano, Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza nel 2011, con “Stay Human”, il suo profetico invito a non dimenticarci di ciò che essenzialmente siamo, una sfida ancora oggi drammaticamente attuale. “Passa dentro i tunnel di Rafah l’oro dei narghilè. Vedo profughi che portano lontano il limite, mentre dico al cuore: ‘Tu resta umano, presto finirà'”.

«Apprezzavamo l’impegno e il lavoro di Vittorio, il suo stare dentro i fatti, accanto al dolore e alle persone che subivano la guerra. Ci colpiva la sua volontà di attraversare, accanto a loro, la miseria, quel varco oscuro e quel punto di non ritorno, senza oltrepassare il quale non è possibile raccontare fedelmente», ha commentato Nabil Salameh. 

«Bisogna guardare in faccia la guerra per costruire la pace. Una lezione dolorosa ma necessaria. Essa ti fa conoscere la disperazione e il dolore di chi subisce ingiustizie, ti segna, ti cambia, ti scava dentro, ti costringe a concentrarti sull’essenza, senza lasciarti distrarre, e ad avere una coscienza critica e vigile. Ciò accade, però, solo se la affronti, se la guardi. L’indifferenza, la dimenticanza e la rimozione sono il peggiore dei mali. La questione palestinese resta una ferita aperta che io continuo a vivere e a sentire, anche a distanza, e credo che uomini e donne libere del mondo debbano aderire eticamente alla causa di ogni popolo che subisca ingiustizie», ha concluso Nabil Salameh.

Proseguono le contaminazioni culturali per il pubblico dell’Horcynus Festival, già conquistato a Ecolandia dai Radiodervish, dalla loro poetica musicale mediterranea, dalle loro storie, dai loro versi in note.  

Horcynus Festival Reggio Calabria, Ghadaan e altri itinerari possibili

Il vento di cambiamento di Horcynus Festival, nel segno della parola araba “Ghadaan” (“domani”), continuerà infatti a soffiare a Reggio Calabria attraverso la lingua dell’anima e della memoria, in occasione del reading ispirato alla raccolta poetica in Dialetto “Ossa di Crita” di Massimo Barilla, pubblicata qualche mese fa da Mesogea Edizioni con testo italiano a fronte. Il reading, arricchito dagli interventi musicali originali di Luigi Polimeni, è in programma il 4 settembre, alle ore 21, sulla terrazza Medinblu.

Il reading poetico – musicale segnerà una nuova tappa del percorso di dialogo tra le arti e la letteratura, che così acquisisce dimensioni sempre più performative. Una contaminazione tra linguaggi che contraddistingue tutto il Festival

Nel pieno rispetto delle norme antiCovid che garantiscono sicurezza al pubblico, Horcynus Festival Reggio Calabria continua a proporre un inedito e originale sguardo sul mondo, grazie all’impegno della Fondazione Horcynus Orca e della direzione artistica di Franco Jannuzzi per il Cinema, Massimo Barilla per il Teatro, Giacomo Farina e Luigi Polimeni per la Musica, al cofinanziamento della Regione Calabria e al patrocinio del Comune di Reggio Calabria.