Vent’anni fa il primo libro, oggi gli scrittori migranti sono una realta’

0
391
Vent'anni fa il primo libro

Tutto ebbe inizio più di vent’anni fa con l’uscita di Io venditore d’elefanti; scritto a quattro mani da Pap Khouma e il giornalista Oreste Pivetta. È la pietra fondante di questo genere letterario. Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia da allora, e di scrittori migranti ne son spuntati diversi. Il più conosciuto forse è Amara Lakhous, i cui libri hanno avuto una discreta fortuna commerciale. Anche Igiaba Scego è abbastanza conosciuta. Ci troviamo, però, di fronte a un equivoco di non poco conto. Igiaba, per quanto di origini somale, è nata e cresciuta in Italia, a Roma. Per cui dire che Igiaba è una scrittrice migrante è un po’ come dire la matriciana è un piatto etnico.

Armando Gnisci e Fulvio Pezzarossa sono, ad oggi, esperti incontestati nel campo della scrittura migrante. Un’altra studiosa è Rosanna Morace, che, con il suo recente lavoro Letteratura-mondo italiana, sembra finalmente aver messo tutti d’accordo sull’opportunità o meno della dicitura scrittori migranti. La sua proposta è infatti quella di inglobare questi foresti scrittori nella formula, appunto, letteratura-mondo italiana. Ma è una vecchia diatriba, e persino stucchevole, questa di trovare una etichetta per catalogare definitivamente gli scrittori migranti.
Certamente, chi si avvicina alla scrittura migrante vi cerca un po’ quel che si trova nella letteratura di viaggio. Perché i viaggiatori, si sa, fanno esperienza di contrade e genti a noi lontane per farcene dono. Vedi Marco Polo ad esempio, e ben prima di lui Omero. Ma è solo in epoca a noi più vicina che si è consolidato il nostro modo d’intendere la letteratura di Viaggio: l’800. É in questo data secolo, infatti, che si diffonde la moda dei viaggi e dei relativi resoconti (i diari di viaggio). 
Questo modo d’intendere il viaggio e la letteratura di viaggio, però, è ammorbato da tanta di quella romanticheria che rischia d’intossicarci. Inoltre, ormai siamo tutti viaggiatori: il mondo è sempre più piccolo e non esiste meta che non sia a portata di mano e di portafogli. Le compagnie low cost fanno fortuna vendendo a buon mercato ai pendolari di tutto il modo il sogno di sentirsi viaggiatori.
Durante il mio primo viaggio verso l’Italia – l’ho fatto in treno – tenevo anch’io un diario di bordo. Andavo verso l’Europa. Volevo, in qualche modo, serbare traccia delle emozioni di questa importante tappa della mia vita. Stavo viaggiando.
Credo che la dicitura “scrittori migranti” evochi, oggi, l’immaginario una volta alimentato dai diari (scrittori) di viaggio (migranti). Ma, a parte un certo potere evocativo, siamo in presenza di un modo di concepire il viaggio e la scrittura completamente diverso. I viaggiatori ottocenteschi attraversavano mari e monti per poi un giorno tornare indietro alle loro case e raccontare le cose mirabolanti che avevano visto. Gli scrittori migranti, invece, attraversano sì mari e monti, ma per stabilirsi in un dato posto e lì raccontarsi. L’uditorio degli scrittori migranti non è ubicato nei Paesi che hanno voluto o dovuto lasciare per trasferirsi altrove. Lo scrittore migrante si fa sedurre, al contrario di Ulisse, dalle sirene; elegge residenza nel loro Paese. E forse non ha neppure nessuna Penelope ad aspettare il suo ritorno. Lo scrittore migrante parla alle sirene; fa loro da specchio, gli racconta dell’effetto del loro canto. Fa propria la loro lingua. Con lo scrittore migrante finisce anche il mito del figliol prodigo, del ritorno. Il mondo globalizzato ha globalizzato anche le storie. Non essendoci più una casa a cui far ritorno, per la quale serbare le storie da raccontare, lo scrittore migrante cerca in ogni tappa del suo peregrinare un uditorio a cui rivolgersi. E siccome viviamo in un mondo di viaggiatori, alle sue storie siamo tutti interessati perché siamo tutti in viaggio. Siamo tutti formiche impegnate in un andirivieni per garantirci la sopravvivenza, e lungo questi tragitti ci scambiamo informazioni.
Per tornare alla questione puramente terminologica, credo l’interesse suscitato dalla formula “scrittori migranti” sia anche da ricercarsi nella nostra identificazione con il destino impresso nel suo significato, al di là della contingente aderenza o meno di tale definizione al più immediato senso che li si usa attribuire: quello cioè di etichettare in qualche modo gli scrittori non italiani che scrivono in italiano. Gli scrittori migranti non siano altro che i primi sintomi di una rottura epistemologica nel narrare le storie, ormai capillarmente diffusa anche se ancora in modo sotterraneo. É in atto una frattura ontologica degli schemi narrativi che ancora le nostre sinapsi ottocentesche non riescono a cogliere a pieno. C’è in atto una mobilità delle storie internazionale, intercontinentale, globale per l’appunto, che sta creando un nuovo linguaggio per palesarsi. L’italiano fatto proprio dallo scrittore marocchino possiamo considerarlo un esempio in tal senso.

Scritto da Mohamed Malih