Storie illustrate – Blackface, perpetua stereotipi e offende

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Il blackface è una pratica nata nei Minstrel Shows americani, spettacoli di intrattenimento per bianchi performati nel corso del 1900. Lungi dall’essere presente solo nel continente americano, il blackface ha avuto un notevole utilizzo anche nel nostro Paese, come testimoniano numerosi film e spettacoli.

Il blackface oltre ad essere ciclicamente proposto da personaggi televisivi del mondo dello spettacolo (pensiamo solo all’ interpretazione di Totò in Totòtruffa o lo sketch “Angeli Ne*ri” di Ugo Tognazzi e Gianni Agus) è ben radicato nella cultura popolare europea, come si vede dalle parate di San Nicola nei Paese Bassi fino alle “comparse” che popolano il carnevale italiano. Allo stesso tempo la white innocence non riesce proprio a cogliere il motivo per cui tale pratica sia stata da tempo condannata da tantissime persone, in primis le comunità afrodiscendenti in tutto il mondo.

Innanzitutto nasce da una ridicolizzazione delle persone nere, delle quali ne stereotipa i tratti somatici e le caratteristiche comportamentali (gli shows erano delle vere e proprie messe in scena di persone pigre, stupide, oziose). Blackface significa attribuire alle persone nere caratteristiche che i bianchi, in una società ex schiavista in cui il dominio neocoloniale e capitalista si fa gioco di una parte della popolazione escludendola dalla propria auto-rappresentazione.

E oggi, cosa resta del blackface? E chiaro che, in America come in Italia, tingersi il viso di nero diventa un affronto e un’offesa verso tutti e tutte coloro che hanno un passato di oppressione e che tuttora spesso sono vittime del razzismo (leggi anche Blackface, le associazioni scrivono alla Rai a non usare più tale pratica). Il blackface perpetua stereotipi e veicola forme di esclusione di cui certamente non abbiamo più bisogno. Ma soprattutto, laddove permanga qualche forma di dubbio sull’offesa che tale pratica reca , sarebbe auspicabile dialogare con quelle voci di italiani ed italiane nere spesso marginalizzate, mettendosi in ascolto di coloro che possono insegnarci molto su una questione che è specchio del razzismo interiorizzato dalla società in cui siamo nati/e.