Soumaila ucciso il giorno della Festa della Repubblica nel racconto della giornalista Bianca Stancanelli

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Aboubakar Soumahoro a San Calogero per ricordare il bracciante sindacalista due anni dopo

Andare oltre la cronaca, per analizzare i fatti e capire cosa è accaduto e restituire la storia di un giovane bracciante, sindacalista, sfruttato nelle campagne calabresi. E’ il lavoro della giornalista Bianca Stancanelli ne “La pacchia” ( Zolfo editore).  “Scrivo di un uomo che non esiste più, di un luogo che non esiste più, di un’ingiustizia che dura” scrive l’autrice. 

È un pomeriggio di giugno, tre ragazzi, Soumaila, Drame e Fofana, camminano lungo le strade della campagna calabrese: sono diretti verso un capannone, vogliono prendere delle lamiere per fare una baracca. Improvvisamente uno sparo, poi un altro e un altro ancora: uno dei tre si accascia a terra, ferito alla testa da una pallottola calibro 12. Morirà poche ore dopo. Lo stesso giorno a 800 km di distanza, mentre si festeggia il 2 giugno, l’allora ministro degli Interni Matteo Salvini pronuncia una delle frasi più celebri della sua propaganda politica: “la pacchia è finita”. 

Bianca Stancanelli ne “La pacchia” racconta della fuga dal Mali, della Libia, dello sbarco a Taranto il 9 giugno del 2014, dopo essere stato salvato da una nave militare dell’allora operazione Mare Nostrum. Ci parla del sogno di Soumaila, mai realizzato, di poter giocare un giorno nella squadra di calcio del San Ferdinando.  E ci restituite, pagina dopo pagina un altro Soumaila, diverso dal ragazzo dallo sguardo spaventato che le foto di cronaca ci hanno mostrato. Lo vediamo col viso tondo e i capelli rasati, sorridere ottimista verso l’obiettivo nella foto per il badge 172 del centro di accoglienza dove sarà accolto la prima volta. Ne conosciamo il carattere schivo e orgoglioso, scopriamo l’indisponenza verso le troupe dei giornalisti che a cadenza regolare vanno nel ghetto per raccontare “gli invisibili” delle campagne. Capiamo ancora meglio perché in quel suo ultimo giorno di vita si reca a cercare lamiere per una baracca che a lui non serve, ma che può migliorare la vita nel ghetto di qualcun altro.

Un libro, importante, perché analizza anche la narrazione fatta. Nel primo comunicato della prefettura di Reggio Calabria Somuaila viene bollato come un “ladro”, che è entrato in una proprietà privata ed è stato ucciso da ignoti. E’ un “nivuru” (nero) come tanti, la sua vicenda è destinata a finire nel dimenticatoio. Se non fosse ancora una volta per Drame, che cambia il tono e il copione della storia, chiamando in causa Aboubakar Soumahoro, sociologo e dirigente di Usb. Da bravo sindacalista Soumahoro trova le parole giuste: “era uno di noi, iscritto al sindacato, si batteva per i diritti di tutti” sottolinea. La sua morte diventa in poco tempo  il simbolo della condizione di quei ragazzi (molti dei quali con regolare permesso di soggiorno) sfruttati nella campagne del Sud. E che si riuniscono in corteo per chiedere diritti, dignità e rispetto. Un moto di indignazione che avrà eco nazionale e e che costringerà il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a rivolgere un pensiero a Soumaila Sacko nel suo discorso al Senato per ottenere la fiducia.

Ed oggi, a due anni da quella morte violenta, ingiusta, è di nuovo il sindacalista Aboubakar Soumahoro a scendere in Calabria, a San Calogero, nelle campagne di Vibo Valentia, con i suoi compagni dell’Usb, per ricordare questo giovane uomo. Ricorda il sindacalista: “Non fermatevi, perché va tutelata la memoria di nostro figlio, e perché le sue battaglie non muoiano con lui“, mi disse la madre di Soumaila Sacko, un lavoratore sfruttato, ucciso nel giorno della festa della Repubblica fondata sul lavoro. In questa giornata, non dimentichiamo gli invisibili e l’insieme dei lavoratori che resistono ogni giorno per portare avanti il nostro paese”.