Sette ragazzi in fuga dalla Libia

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Sette ragazzi in fuga dalla Libia

Sette ragazzi in fuga dalla Libia approdano a Benestare, in Calabria, e qui chiedono e ottengono, grazie all’assistenza della professoressa avvocato Francesca Panuccio Dattola, nominata dal Tribunale loro tutore, lo status di rifugiato. Qui la storia raccontata da chi l’ha vissuta, insieme ai sette protagonisti.

 
C’erano una volta sette ragazzi di nome Saydou, Arouna, Werme, Lamine, Moussa, Doumbia, tra i quindici e i diciassette anni, che arrivarono alle coste di Lampedusa e sbarcati vennero accolti in un paesino Benestare, in Calabria, situato in cima a un colle, coperto di ulivi , abitato da tanti anziani. C’era il farmacista, il medico del paese, il Parroco,i l Sindaco e il Vice-sindaco, un educatore e un assistente sociale.Si chiesero: “Ma dove possiamo ospitare questi ragazzi che vengono da un paese in cui hanno lasciato la guerra? Come potremo mai provvedere a tutte le loro necessità?Non abbiamo né competenze, né soldi, abbiamo solo il nostro piccolo cuore, e comunque ci sono tante cose da fare, tante emergenze in questo paese. Di una cosa però siamo certi :vogliamo fidarci di questi ragazzi,perché loro si sono affidati a noi.”La prima domanda a cui rispondere e la prima esigenza a cui far fronte erano il cibo e il sonno. Dove ospitarli senza una casa comune per tutti: possiamo aprire loro le nostre? E se ci facessero del male? E se facessero del male alle nostre figlie?E se rubassero il poco che abbiamo? E se… si chiedevano gli anziani del paese, continuando a fumare la pipa seduti sull’uscio, o incontrandosi nella piazza del paese, o salutandosi la sera prima di andare a dormire.Un appartamento fu messo a disposizione da qualcuno del paese, venne ristrutturato, cambiati gli infissi, e al piano terra organizzata una cucina. Da una scala esterna si sale al piano superiore che contiene le stanze con sette letti, sette piatti, sette bicchieri, sette sedie. Si fece spazio in canonica, ed ogni giorno per tanti e tanti mesi sette volti sorridenti, accompagnati dal mediatore culturale, scendevano alla mensa della Chiesa matrice a mangiare. Così ogni giorno a mezzogiorno sette cappelli gialli in contrasto perfetto con la pelle color cioccolata scendevano dal cucuzzolo del Paese alla canonica, piccola ma luminosa.
Il paese imparava l’accoglienza e i ragazzi si rendevano utili: qualcuno la mattina portava la spazzatura al centro di raccolta convenuto, qualche altro provvedeva a sbrigare piccole commissioni, a comprare le medicine, a portare mattoni, a spalare la terra.I ragazzi cominciavano a dire qualche parola in italiano, studiavano l’informatica, giocavano a calcetto con i bambini del paese. Capita così che alcuni piccoli paesi della nostra Calabria, da sempre terra di accoglienza, si sono consorziati e hanno suddiviso in cinque gruppi appartamento i minori che hanno deciso di fermarsi e radicarsi nel nostro territorio.Si pose il problema della regolarizzazione della loro presenza. Iniziava così una trafila burocratica, fatta di firme, di sigle, di impronte digitali, di fotografie, di schedature. L’aiuto della questura in questa fase è stato determinante, risolutivo l’incontro al CTP di Crotone, in cui i ragazzi sono stati ascoltati e con l’aiuto di un mediatore linguistico che parla e comprende il dialetto (djoula ) e di un Componente della Commissione Alti rifugiati del Ministero, assistiti dal tutore nominato al Tribunale hanno richiesto lo status di rifugiato. Nessuno può o intende ritornare nel proprio paese a causa della guerra civile, che ha portato via tragicamente ad ognuno di questi ragazzi o un padre o un fratello, o entrambi, lasciando la madre in una situazione di precarietà e bisogno. Finalmente dopo avere reso le proprie “interviste” (dichiarazioni dinanzi al rappresentante della Commissione ,al mediatore linguistico e con l’assistenza del tutore) – hanno ricevuto la decisione da parte del Ministero dell’Interno (Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione Internazionale di Crotone), sul riconoscimento o meno dello status di rifugiato, o comunque di soggetto minore che ha diritto ad una protezione sussidiaria ex art.14 D.lgs 251/2007 specifica. Per tutti la partenza è avvenuta dallo stesso luogo: la Libia e attraverso l’Algeria sono stati costretti a imbarcarsi e iniziare la lunga trafila, per giungere in Italia sui barconi della speranza. Arrivano sfatti, sbarcano sulle nostre coste inondate di sole, sfiniti e invocano una bottiglia di acqua.Finalmente oggi hanno una loro dignità di persone, un nome e un cognome, hanno un passeport e possono muoversi senza paura nelle regioni del nostro paese, fermandosi ai controlli richiesti, senza nascondersi, felici di esibire il documento tanto atteso.In mezzo a tutto questo c’è la rabbia per attese inutili, per speranze deluse, per immotivati rifiuti, per bugie vendute a caro prezzo. Eppure gli strumenti normativi ci sono e il nostro solerte legislatore ha introdotto una serie di provvedimenti, che se rispettati e applicati consentirebbero la eliminazione di alcune palesi ingiustizie, soprattutto nei confronti di questi soggetti più deboli. Naturalmente strumento indispensabile e di completamento diventano le politiche sociali, che in ogni città, e in ogni regione dovrebbero avere ben altre ricadute. Al minore non accompagnato che ha espresso la volontà di chiedere la protezione internazionale e’ fornita la necessaria assistenza per la presentazione della domanda.
Allo stesso e’ garantita l’assistenza del tutore in ogni fase della procedura per l’esame della domanda, secondo quanto previsto dall’articolo 26, comma 5. 2. Se sussistono dubbi in ordine all’età, il minore non accompagnato può, in ogni fase della procedura, essere sottoposto, previo consenso del minore stesso o del suo rappresentante legale, ad accertamenti medico-sanitari non invasivi al fine di accertarne l’età. Se gli accertamenti effettuati non consentono l’esatta determinazione dell’età si applicano le disposizioni del presente articolo. 3. Il minore deve essere informato della possibilità che la sua età può essere determinata attraverso visita medica, sul tipo di visita e sulle conseguenze della visita ai fini dell’esame della domanda. Il rifiuto, da parte del minore, di sottoporsi alla visita medica, non costituisce motivo di impedimento all’accoglimento della domanda, ne’ all’adozione della decisione.4. Il minore partecipa al colloquio personale secondo quanto previsto dall’articolo 13, comma 3, ed allo stesso e’ garantita adeguata informazione sul significato e le eventuali conseguenze del colloquio personale. Così recita l’art.19 del Dlgs. 25 del 2008.Ma quanti hanno voglia davvero di mettere in discussione le proprie certezze; di rinunciare a qualcosa, per fare spazio a chi arriva? Soprattutto per accogliere nel cuore e con le braccia chi porta già un fardello pesante, fatto di rinunce, di violenze inespresse, di incomprensioni, accanto a una ferrea volontà di riscatto? Queste domande dovrebbero forse accompagnare qualsiasi riflessione o dibattito che vede come protagonisti i soggetti minori. Ancora di più se te li porti nel cuore e nella mente è necessario continuare a chiedersi:Ma siamo sicuri che questi ragazzi li vogliamo davvero?

Scritto da Franca Panuccio Dattola