Frontex, l’agenzia europea che sorveglia i confini europei

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La azioni e la gestione di questo strumento operativo

“L’approccio dei paesi europei alla migrazione sta causando migliaia di morti ogni anno, morti che si potrebbero evitare.” Così la Commissaria per i diritti umani al Consiglio d’Europa Dunja Mijatovic condanna le politiche migratorie europee e nazionali. 

Actionaid lo scorso marzo ha lanciato “The big wall”, la prima inchiesta sui fondi per l’azione esterna migratoria che mostra come tra 2015 e 2021 l’Italia, complice l’Unione Europea, ha cercato di fermare i flussi migratori provenienti dall’Africa e dai paesi del Medio Oriente, investendo il 70% dei fondi totali in azioni di repressione che hanno condotto a gravi violazioni dei diritti umani.

L’agenzia europea

Lo strumento operativo di questa strategia è Frontex, l’Agenzia europea che coopera con le autorità nazionali nelle attività di sorveglianza dei confini europei. 

Creata nel 2004 e attiva dal 2005, inizialmente il suo obiettivo era favorire la cooperazione tra le diverse autorità di confine degli stati membri, tuttavia, negli anni, è stata potenziata al punto da diventare la più potente e ricca agenzia europea con un budget che nel 2025 sfiorerà i 2 miliardi di euro. L’evoluzione è arrivata con le riforme del 2016 e del 2019, quando Frontex ha assunto l’attuale nominativo di “Agenzia europea della guardia di costiera e frontiera”, dotandosi di mezzi e di diecimila “elementi operativi”, un corpo permanente che supporta gli Stati membri nelle operazioni di rimpatrio e di controllo dei confini.

Non si può, però, capire Frontex senza comprendere che è solo il principale ingranaggio di una strategia più ampia con cui l’Europa punta sempre più a rafforzare e militarizzare i propri confini interni, nonché aesternalizzare le proprie frontiere attraverso la firma di accordi con Paesi terzi, (come Turchia, Libia, Sudan) con il fine di riportare indietro i migranti diretti verso l’Unione Europea ed eludere l’applicazione della normativa europea sulla migrazione e l’asilo, evitando così il cosiddetto onere dell’accoglienza.

Frontex, in questo senso, si occupa di individuare i migranti e coordinare le autorità nazionali nei respingimenti sistematici che avvengono sia lungo la rotta centrale del Mediterraneo, sia lungo la rotta orientale, ovvero in Grecia, Bulgaria, Croazia, Bosnia, Montenegro. Il tutto in violazione del principio di non-refoulement della Convenzione di Ginevra e della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, come denuncia il dossier del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres inviato al Consiglio di Sicurezza Onu nell’agosto scorso. Secondo il rapporto, sono oltre 20mila le persone intercettate e riportate in Libia tra 2019 e 2020, persone esposte ai peggiori abusi e alle violenze dei centri di detenzione legali e illegali di Tripoli. 

L’agenzia quindi è finita al centro di diversi scandali e inchieste che denunciano non solo violazioni dei diritti umani, ma anche una gestione finanziaria opaca e discutibile.

Le spese folli

La testata EUobserver ha rivelato le spese folli sostenute da Frontex per cinque eventi di gala in quattro anni, con centinaia di dipendenti e ospiti, oppure i 580mila euro spesi per una festa a Sopot, località balenare sul mar Baltico, o i 94mila sborsati per una cena con 800 invitati al ristorante Belvedere di Varsavia. Il Parlamento europeo, invece, sta approfondendo le rivelazioni di un gruppo di testate che ha documentato la complicità dell’agenzia in alcuni respingimenti avvenuti nel mar Egeo. Sono 14 gli episodi finiti sui tavoli di Bruxelles: nel migliore dei casi, Frontex avrebbe chiuso gli occhi sui respingimenti della Guardia costiera greca. Per esempio, una nave Frontex battente bandiera della Romania era presente la mattina del 15 agosto 2020 al largo dell’isola Lesbo, quando gli ufficiali greci avrebbero distrutto il motore di un’imbarcazione di migranti e poi l’avrebbero trascinata a rimorchio in acque turche.

Gli agenti Frontex, che per statuto interno devono compilare un rapporto ogniqualvolta assistono a una presunta violazione dei diritti fondamentali, non hanno fatto rapporto; una pratica confermata da fonti del Der Spiegel che sostengono che questi report vengano scritti sempre più di rado. In un altro episodio, una nave Frontex sempre battente bandiera della Romania, la MAI 1103, avrebbe bloccato un gommone con a bordo dei profughi: in un video si vede la nave Frontex passare a fianco dell’imbarcazione ad alta velocità con l’obiettivo di allontanarla, violando così il principio di non respingimento della Convenzione di Ginevra, nonché il proprio regolamento interno, e dunque l’obbligo di soccorso in mare al fine di tutelare i richiedenti asilo, verificando la loro presenza a bordo. 

Il rapporto di Sea Watch

L’ultimo rapporto annuale di Sea Watch, che monitora quanto succede in mare attraverso due mezzi aerei, parla di una “cooperazione illegale tra Unione europea, Stati membri e Libia”. Di fatto Frontex monitora le frontiere dall’alto con il sistema di sorveglianza EuroSur e condivide con i paesi membri e gli stati terzi confinanti i dati raccolti tramite droni, satelliti, sensori e aerei. La strategia dell’Agenzia, che a tutti gli effetti è illegale, è dunque quella di evitare al massimo qualsiasi contatto con le imbarcazioni dei migranti, allertando i libici e lasciando che siano loro a farsene carico. L’azione coordinata di Frontex non mira più a favorire i pushbacks (respingimenti) diretti da parte delle forze di polizia dei paesi europei, ma i pullbacks, ossia le attività di riportare indietro chi fugge, ad opera per esempio della guardia costiera libica.

Contro questo modus operandi una coppia di avvocati, Omer Shatz e Juan Branco, ha presentato una denuncia alla Corte penale internazionale dell’Aia, chiedendo che l’Europa e alcuni dei suoi Stati membri siano processati per l’attuazione di politiche migratorie “dirette a sacrificare la vita dei migranti che si trovano in pericolo in mare”. I due legali sono giunti alla conclusione che, in seguito alla fine dell’operazione italiana Mare Nostrum nel 2015, operazione che aveva come mandato il soccorso e il salvataggio in mare, la gestione dei flussi migratori è cambiata, attraverso l’adozione di una strategia non più orientata al soccorso e salvataggio, ma basata sul dissuadere chi vuole partire.

Un cambiamento che, secondo gli autori, ha avuto tragiche conseguenze. Migliaia di persone sono morte per annegamento e decine di migliaia di migranti sono stati respinti illegalmente, rendendo l’Europa e gli stati membri responsabili dei successivi crimini di deportazione, omicidio, detenzione arbitraria, schiavitù, tortura, stupro, persecuzione e altri atti disumani che avvengono nei centri di detenzione e nelle case di tortura libiche. Abusi documentati da media e organizzazioni internazionali che l’Europa e gli stati membri fingono di non vedere.

L’Italia e la Libia

L’Italia è infelicemente al centro della gestione dei flussi migratori lungo la rotta più trafficata del Mediterraneo, quella centrale. Dal memorandum d’intesa concluso da Marco Minniti con la Libia nel 2017, l’Italia ha speso oltre 785 milioni di euro per bloccare le partenze e finanziare la guardia costiera libica, mentre prima erano gli italiani che si occupavano delle operazioni di ricerca e soccorso fino alle acque territoriali libiche. Dietro le relazioni diplomatiche tra il governo italiano e quello libico ci sono interessi economici: come riporta infatti Il Manifesto, l’Italia avrà un ruolo attivo nella ricostruzione dell’aeroporto di Tripoli oltre a puntare ad avere un ruolo anche nel settore sanitario; c’è poi l’Eni, l’azienda di energia italiana che è il primo produttore di gas in Libia e il principale fornitore di gas al mercato locale. Gli interessi italiani in Libia ricalcano una direttrice tradizione della politica estera italiana, tanto che lo stesso ministro degli esteri Luigi di Maio si è recato a Tripoli in due occasioni, complimentandosi per “la lotta ai trafficanti e il presidio delle frontiere marittime”. Interessi economici che hanno portato in Libia lo stesso Mario Draghi agli inizi di aprile. In questa occasione Draghi ha dichiarato che l’Italia è uno dei pochi paesi che tiene attivi canali umanitari, in realtà mai avviati, dimostrando di fatto quanto la politica di facciata sia molto distante dalla realtà.

L’obiettivo condiviso dagli Stati membri è dunque quello di limitare al massimo la possibilità che i migranti raggiungano il territorio europeo, evitando così di dover farsi carico del cosiddetto onere dell’accoglienza, stabilito dal Regolamento di Dublino: l’onere dell’accoglienza crea forti tensioni diplomatiche all’interno dell’Unione Europea perché i Paesi frontalieri, che sono più esposti ai flussi migratori (come Italia, Spagna e Grecia), accusano gli altri Paesi di non offrire adeguata solidarietà e, viceversa, i Paesi meno esposti accusano i Paesi frontalieri di non controllare efficacemente i confini e di non approntare un sistema di accoglienza adeguato.

L’impossibilità di risolvere le tensioni diplomatiche interne all’Unione Europea porta a esternalizzare le frontiere, cioè a scaricare verso l’esterno tensioni di questo tipo impedendo che il problema giunga ai confini europei. Così vengono instaurati rapporti di cooperazione con Paesi terzi che blocchino i migranti in Turchia, in Libia, in Marocco. In cambio l’Unione Europea mette a disposizione finanziamenti e supporto tecnico alle agenzie di sicurezza di questi paesi, da più parti accusate di pratiche disumane e di violazioni dei diritti dei migranti.

Di tanto in tanto, questa strategia entra in crisi perché difficilmente giustificabile sul piano politico e legale: periodicamente i Paesi membri e la stessa Unione Europea attraverso Frontex, vengono chiamati dall’opinione pubblica a rispondere delle violazioni dei diritti rispetto ai richiedenti asilo, oppure si espongono al ricatto di Paesi terzi che utilizzano la pressione migratoria come un’arma diplomatica. I fatti di Ceuta di quest’estate ne sono la dimostrazione, così come l’annuncio di Erdogan nel febbraio del 2020, quando dichiarò esplicitamente che, qualora l’Europa non si fosse piegata alle sue richieste, avrebbe fatto transitare i migranti verso la Grecia senza più bloccarli in territorio turco. 

Quindi sia per la natura fragile che per la natura illegale di accordi politici di questo tipo, periodicamente il disegno entra in crisi e allora l’Unione Europea deve in parte ri-internalizzare i propri confini creando delle zone cuscinetto nelle aree di frontiera, hotsposts dove bloccare e tenere i migranti in uno stato di confinamento forzato.

Frontex e gli interessi dei gruppi industriali

Questo disegno strategico è un orizzonte su cui tutti i Paesi membri in un certo senso concordano e che quindi Frontex contribuisce ad attuare. L’Agenzia infatti è un’organizzazione intergovernativa i cui organi esecutivi sono composti da rappresentanti dei governi e dai vertici delle polizie di frontiera nazionali che fanno di Frontex un’organizzazione politica soggetta non solo agli interessi degli stati, ma anche a quelli dei grandi gruppi industriali. Come rivelano infatti i documenti dell’organizzazione no-profit Corporate Europe Observatory, l’Agenzia ha avuto una serie di incontri con aziende produttrici di armi e strumenti di sorveglianza che cercano di fatto di influenzare l’approccio di Frontex al controllo dei confini per beneficiare in ultimo dei contratti d’appalto: in particolare tra il 2017 e il 2019, Frontex ha avuto 138 incontri con enti privati, di cui 108 aziende, 10 centri di ricerca, 15 università e una sola Ong; la francese Airbus e l’italiana Leonardo hanno avuto cinque incontri a testa, aggiudicandosi il maggior numero di riunioni. 

I Paesi europei e i portatori di interesse quindi concordano nell’adottare una strategia che considera il fenomeno migratorio come un problema di sicurezza, facilitando e adottando politiche di repressione anziché di accoglienza, contravvenendo a obblighi giuridici di natura internazionale e comunitaria, esponendo i migranti a soprusi e violenze, a violazioni dei diritti umani e marginalità, rendendosi complici di crimini che fanno del Mediterraneo la rotta migratoria più letale al mondo.