25 novembre, Quel dolore che viaggia anche attraverso il Mediterraneo

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La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne costituisce un richiamo necessario che ogni anno evidenzia, sperando che con il tempo non sia più necessario farlo, un fenomeno grave, radicato e trasversale che segna drammaticamente la vita delle donne anche nel nostro Paese, tracciando un indicatore imprescindibile degli standard dei diritti umani e del benessere di una comunità. Benessere rivelato anche dal rispetto della salute psicologica e fisica, dell’integrità, dellavita, della sicurezza e della libertà di ciascuna donna, insomma di ogni diritto intimamente connesso con gli altri diritti e con i diritti degli altri. 

Secondo il VII rapporto Eures sul femminicidio in Italia, nei primi dieci mesi di quest’anno, 91 donne, una ogni tre giorni, sono state uccise. Un dato doloroso pur se in diminuzione rispetto allo scorso anno. In aumento l’incidenza degli omicidi di fidanzate, mogli e compagne per mano degli uomini, che nel 2020 ha raggiunto la percentuale record dell’89%, superando il già elevato dati dell’85,8% registrato nel 2019. 

Il numero delle vittime – 1628 negli ultimi 20 anni – segna un trend drammatico: il 66,2% è commesso da familiari e rappresenta il 48,7% del totale delle donne uccise. Sono state 56 le donne uccise negli ultimi dieci mesi (pari al 69,1% dei femminicidi commessi da familiari e al 61,5% del totale delle donne uccise). Gli autori sono nella quasi totalità dei casi uomini (94%), con valori che nel corso dei singoli anni hanno oscillato tra il 90% e il 95%. 

Sul fronte delle politiche a sostegno delle vittime di violenza di genere, nel corso del 2020 ActionAid ha condotto un monitoraggio ponendo al centro del suo esame la filiera dei fondi statali antiviolenza. L’indagine ha analizzato i fondi stanziati ai sensi del DL 93/2013 per l’implementazione del Piano strategico nazionale 2017-2020 adottato dal Consiglio dei Ministri e per il rafforzamento delle strutture di accoglienza, nonché le risorse allocate dalle Regioni italiane per le annualità 2017, 2018 e 2019, in ordine alle relative leggi regionali vigenti in materia di violenza di genere. Dall’indagine è emerso che l’implementazione del Piano antiviolenza 2017- 2020 risulta incompleta e la dotazione finanziaria prevista dal Piano operativo di 132 mln di euro insufficiente per coprire le 102 azioni programmate. Al 15 ottobre 2020, le Regioni avevano erogato il 72% dei fondi dell’annualità 2015-2016, il 67% per quelle del 2017, il 39% per il 2018 e il 10% per il 2019. Nessuna risorsa è ancora stata ripartita dal Dipartimento Pari Opportunità per l’anno ancora in corso.

Il fenomeno ha anche altri risvolti nel nostro Paese. Viene in soccorso l’indagine condotta dalla fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) che pone un accento fondamentale sullaviolenza all’interno dei processi migratori verso l’Europa e quindi anche verso l’Italia. Per queste donne la violenza inizia già nel paese di origine e durante il viaggio, per alcune di esse, attraverso il mar Mediterraneo.

La fondazione Albero della Vita, di cui ISMU è partner con una rete di altri soggetti, è stata capofila del progetto finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Directorate-general justiceand consumers, denominato SWIM – Safe Women in Migration. Strengthen GBV protection for migrant and asylum seeker women- e curato da Lia Lombardi, ricercatrice e docente a contratto presso l’Università degli studi di Milano. Si tratta della prima indagine quantitativa e qualitativa rivolta a operatori, operatrici e gestori di centri di accoglienza presenti in Italia, Francia, Gran Bretagna, Svezia e Romania, allo scopo di studiare il fenomeno della violenza di genere nel contesto del processo migratorio.

Unitamente alle criticità (carenza di competenze specifiche in capo a chi accoglie ed è chiamato a costruire una relazione di ascolto e aiuto molto complessa con le donne migranti) registrate in fase di accoglienza, le interviste con operatori e operatrici hanno riferito di storie di donne che hanno subito forme multiple di violenza (maltrattamenti e stupri) commesse da uomini conosciuti e dai trafficanti nel Paese di origine o durante il viaggio. Casi di tortura sono stati rilevati soprattutto in Francia (49%) e in Italia (38%), mentre casi di mutilazioni genitali – dal 2006 delitto contro la persona in Italia grazie all’introduzione dell’articolo 583 bis* nel nostro codice penale – e matrimoni forzati sono frequentemente rilevati dagli operatori francesi. Ciò dipende dai paesi di provenienza delle stesse donne. Le violenze di genere legate all’orientamento sessuale dei migranti sono rilevate in misura più contenuta particolarmente in Italia (10%) e in Svezia (18%). 

Nel complesso il dato registrato non si pone come assoluto poiché molte violenze restano taciute. Le donne migranti sembrano essere abituate a livelli significativi di violenza di genere e ciò rende più difficoltosa l’emersione e la denuncia.

Altra aspetto è la violenza subita nel paese in cui approdano specie con riferimento alla tratta di donne a scopo di sfruttamento sessuale.

Secondo l’Oim la prima nazionalità per numero di arrivi via mare in Italia è la Nigeria; l’80% di queste donne migranti è probabilmente vittima di tratta destinata allo sfruttamento sessuale in Italia o in altri Paesi dell’Unione europea. 

Nel 2018 l’organizzazione Medu, Medici per i Diritti Umani, ha accertato, all’interno delle baracche della vecchia tendopoli di San Ferdinando, a Reggio Calabria, un elevato numero di donne per lo più di origine nigeriana, probabilmente vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. La situazione di precarietà abitativa e lavorativa, a causa di assenza di alloggi adeguati e di contratti, si traduce in estrema vulnerabilità sociale e ricattabilità. Il fenomeno non riguarda solo la Piana di Gioia Tauro ma anche altri territori delle città calabresi (e non solo) in cui la prostituzione, spesso si sposta dalla strada in appartamento, aggravando il fenomeno in tal senso anche più difficile da rilevare. La criticità di quanto resta sommerso, taciuto, non denunciato è complice della gravità di un fenomeno che avrebbe bisogno di maggiori sinergie per illuminare le numerose zone d’ombra. Ciò vale anche per il fenomeno in genere.

In particolare nelle zone del reggino di San Ferdinando, Taurianova, Rosarno e a Lamezia Terme si attua il progetto IN.C.I.P.I.T. – Iniziativa calabrese per identificazione, protezione e Inclusione sociale delle vittime di Tratta – attraverso azioni di contrasto alla tratta di esseri umani, di messa in protezione delle vittime coinvolte in fenomeni di sfruttamento sessuale e lavorativo, accattonaggio ed economie illegali e di successiva inclusione sociale delle stesse, mediante la costruzione di percorsi individualizzati di protezione e reinserimento socio-lavorativo e di orientamento e accompagnamento ai servizi socio sanitari del territorio, counselling, consulenza legale, sostegno psicologico.

Il viaggio delle donne è quasi sempre un viaggio di dolore che affonda le radici nel paese di provenienza e che attraversa il Mediterraneo. Il paese di approdo non sempre riesce a proteggerle da un destino di sofferenze e sfruttamento. Ciò testimonia anche una deriva culturale spinta da retaggi patriarcali e maschilisti che non conoscono confini geografici, pure nelle diverse declinazione che assumono. Il tratto comune è un approccio svilente della donna, mai pari dell’uomo ma subalterna, non soggetto ma oggetto di possesso e di potere in tanti modi esercitato, più o meno consapevolmente.

Bisogna fare tanto di più, anche e soprattutto in termini educativi e preventivi, e questa giornata, voluta a livello mondiale per le donne e per ricordare che ancora c’è molto da fare per raggiungere una piena uguaglianza, ha lo scopo di migliorare la loro condizione e così anche la condizione generale dell’intera società.

La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Per questo tale giornata contro la violenza sulle donne, del 25 novembre resta ancora necessaria e ci rammenta che l’impegno per la libertà delle donne dalla violenza e dalla discriminazione resta una priorità irrinunciabile come lo era l’impegno delle sorelle Mirabal, dissidenti e donne, in una terra in preda alla dittatura e alla violazione di ogni diritto. Le chiamavano farfalle (Mariposas), Patria Mercedes, Minerva Argentina e Antonia Maria Teresa Mirabal, attiviste politiche, più volte imprigionate e torturate per la loro opposizione a Rafael Leonidas Trujillo negli anni ’60 nella Repubblica Domenicana. Il 25 novembre del 1960, dopo aver visitato i mariti in carcere, furono uccise in un campo di canna da zucchero duranteun’imboscata. Morirono insieme. In memoria di quelle ali spezzate con tanta violenza, nel 1981, prima dell’entrata in vigore della Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione nei confronti delle Donne e in occasione della prima Conferenza di Donne Latinoamericane a Bogotà in Colombia, questa giornata fu adottata da tutte le donne come Giornata Internazionale contro la Violenza di genere. La formalizzazione avvenne il 17 dicembre 1999 con approvazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La giornata divenne simbolica non solo per le donne ma anche per gli uomini, senza il cui impegno nessun cammino di rinnovamento sarà mai possibile. 

Quel 25 novembre 1960 cambiò per sempre la storia della Repubblica Dominicana e l’auspicio fervente è che non si debbano più spezzare ali delle donne per farle volare. Il cielo è uno e nessuna metà può fare a meno dell’altra, senza smarrire la proprialibertà, senza sminuire la propria identità e svilire la propria dignità.

La quarta sorella Mirabal, Bélgica Adela (Dedé), morta nel 2014,ha trascorso la sua vita a testimoniare la violenza del regime di Trujillo, le persecuzioni di cui fu vittima la sua famiglia e a custodire, condividendola, la memoria delle sorelle, la loro resistenza popolare agli orrori della dittatura e l’emancipazione femminile che con la loro vita le sue sorelle avevano saputo incarnare.

25 novembre, una giornata contro la violenza, per ricordare che da una storia di dolore e violenza deve nascere la Speranza e deve rinascere la Vita.