“Zapatos Rojos” e l’Arte che migra per raccontare l’Umanità in ogni luogo

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Elina Chauvet Scarpette Rosse

L’arte come strumento universale di denuncia e di affermazione di dignità, diritti e libertà. Le scarpette rosse come simbolo del cammino verso quella libertà brutalmente stroncato dalla violenza. Ogni paio di scarpe rappresenta una storia che non può e non deve essere dimenticata. Nel 2013 è approdato, dopo Milano, Bergamo, Torino, Lecce Genova, Mandello del Lario, anche a Reggio Calabria (su impulso del CSV I due mari e della storica e critica d’arte Serena Carbone) il progetto internazionale di arte pubblica dell’artista messicana Elina Chauvet, realizzato per la prima volta in Messico nel 2009, denominato “Zapatos Rojos”, appunto scarpette rosse, e dedicato alle giovani di Ciudad Juarez, città nello stato messicano di Chihuahua dove, a partire dal 1993, centinaia di ragazze sono state rapite, stuprate e uccise in un clima di totale impunità. Qui nacque il termine femminicidio che oggi sommerge le cronache di tutti giorni anche in Italia. Elina Chauvet ha ispirato nelle piazze di tutto il mondo questa installazione dedicata alle donne vittime di violenza.

Ogni anno sono innumerevoli le piazze che simbolicamente ospitano centinaia di paia di scarpette rosse –   “Zapatos rojos” – in memoria di tante storie spezzate, tante vite rubate, tante donne uccise, o le comunità che adottano, come accaduto anche a Reggio Calabria, le scarpette rosse come leit motiv di una denuncia globale e universale. Dal  2009, infatti, le scarpette rosse costituiscono un simbolo di denuncia delle piaga dilagante del femminicidio e di contrasto all’indifferenza e alla sottovalutazione del fenomeno; le innumerevoli ed originali istallazioni che hanno esse come protagoniste si propongono proprio di sensibilizzazione l’opinione pubblica e di esercitare attivamente la memoria delle donne che oggi non possono raccontare più la loro storia di resistenza o i loro sogni infranti. 

Da Ciudad Juarez nel nord del Messico, città di frontiera, teatro di violenze e morti impunite di giovani donne, è iniziato il cammino di denuncia di Elina che provocatoriamente pone lì’ dove quei corpi di donna venivano ritrovati dopo essere stati mutilati, violati e privati di vita, le scarpette del colore rosso del sangue come della passione incontenibile per la vita. Da Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti, fino all’Argentina, al Texas, alla Spagna, alla Norvegia e quindi all’Italia dove il progetto è curato dalla storica e critica d’arte Francesca Guerisoli.

Obiettivo altrettanto principale è ancora quello di rafforzare, o creare laddove sia ancora assente, una rete di sostegno per le donne quotidianamente vittime di abusi.

Una protesta silenziosa ma pregna di significato che si nutre di piccoli gesti, dirompenti nella loro semplicità ed assolutamente necessari per innescare quella spirale di cambiamento e libertà dal pregiudizio che non può più tardare ad arrivare. 

Una metafora, quella della scarpette rosse, cara alla tradizione fiabesca grazie alla penna del danese Hans Christian Andersen che, nel 1845, attraverso di esse dipinse il potere distruttivo del desiderio ossessivo nella giovane Karen, disposta a rimanere senza piedi pur di liberarsi di quelle scarpette che aveva incessantemente desiderato per tutta la vita ma che non riusciva a controllare e a governare. Forse come una donna consapevole della propria identità che si ribella all’uomo che le impone ruoli sempre più da destrutturare e smarginare, nel rispetto della diversità delle due metà del cielo. 

Scarpette rosse è anche il titolo della pellicola inglese diretta nel 1948 da Michael Powell e Emeric Pressburger e presentato al festival di Venezia. Anche qui quelle scarpette rosse sembrano detenere un potere distruttivo che spinge la protagonista Vichy, una prima ballerina costretta a scegliere la sera della prima di “Scarpette rosse” tra l’amore per un uomo e quello per la danza, a suicidarsi poco prima dello spettacolo. Quelle scarpette rosse incarnano l’emblema dell’impossibilità imposta alla donna di potere essere libera, amata da un uomo senza essere posta nelle condizioni di dovere scegliere tra quell’amore e i propri sogni. Nessuna sostituzione, ma un’assenza; quelle scarpette rosse diventano testimoni di un’assenza, poste sotto i riflettori durante lo spettacolo, lì dove avrebbe dovuto danzare Vichy. Nessuna sostituzione, come per il “posto occupato”, perché nessuna donna, come nessun essere umano, è sostituibile nella sua essenza, nella sua dignità, nella sua libertà, anche negata, violata e calpestata.  

Storie di donne, di uomini, di figli di famiglie distrutte, oggi più conosciute ma mai completamente, che hanno diritto ad una risonanza con riferimento alla quale la cronaca riveste il ruolo di messa in evidenza, di contrasto all’oblio, di avvio di un percorso che la comunità deve essere in grado intraprendere per non dimenticare, per operare e costruire giustizia e libertà condivisi. Vitali, dunque, le proposte di ribellione civile ad un male incivile per salvare questo dolore da un quotidiano pronto a sommergerlo e a soffocarlo, per renderlo universale. Nell’impegno per l’uguaglianza e la libertà di tutte le persone, risiede l’unico futuro possibile per ciascuno di noi.

Tra queste proposte quella di ricordare le donne che non ci sono più, attraverso l’iniziativa “Posto Occupato”, anche’essa avviata nel 2013. Dall’anfiteatro della villa Comunale di Rometta (Messina), luogo della sua nascita, Maria Andaloro, editrice del settimanale online www.lagrandetestata.com, ha levato la sua voce di indignazione per le atrocità compiute a danno delle donne.

“Posto occupato è un pensiero, un dolore, una reazione che ha cominciato a prendere forma a mano a mano che i numeri delle donne uccise cresceva e insieme cresceva  dentro anche l’indignazione. Ognuna di quelle donne, prima che un marito, un ex, un amante, uno sconosciuto decidesse di porre fine alla sua vita, occupava un posto a teatro, sul tram, a scuola, in metropolitana. E noi quel posto lo vogliamo tenere per loro, perché la quotidianità non ponga un velo sempre più spesso sulla loro scomparsa”, aveva spiegato la stessa Maria Andaloro.

Tutto comincia con una semplice domanda, di chi è quel posto occupato da un paio di scarpe, da una borsa, da un libro, da un mazzo di chiavi, da un giornale, da un oggetto a scelta. Perché, durante quello spettacolo, quella proiezione, della rappresentazione, quella conferenza, durante quella cena, quel turno di lavoro, o durante il tragitto di quel tram o di quella metropolitana, quel posto rimane vuoto, perché nessuno lo occupa. Che cosa testimonia? A che cosa ci impone di pensare? Chi è che avrebbe dovuto sedere lì ed invece non siede? Di chi è la responsabilità del numero crescente di donne che muore per mano di chi professa nei loro confronti amore, confondendolo con la brutalità? 

Un’assenza che deve pesare sulla coscienza di tutti perché non avrebbe dovuto essere tale. Un vuoto colpevole che stride con i proclami di civiltà e che deve dare voce a tutto ciò che non può più essere taciuto, non per rappresentare una zavorra ma perché la memoria delle vittime della violenza è patrimonio, seppure doloroso, di una comunità intera; esso fa parte del cammino di crescita che, in tutta la sua drammatica evidenza, si impone come prioritario. Quell’assenza è come il silenzio che diventa complice di quell’abuso, di quello che, senza mezzi termini, è un delitto verso una persona solo perché donna.

Quell’assenza dovrà ispirare tutte quelle domande che nessuno ha il coraggio di fare e a cui nessuno ha la forza di rispondere. Quel vuoto incarnato in un oggetto rappresenta le parole che, affogate nell’indifferenza o nella vergogna, non sono state ascoltate, non sono state pronunciate, non hanno potuto segnare la via per il riscatto e la libertà. 

La risposta a queste domande, scontate solo se ci si accontenta di rispondere con i soliti e banali luoghi comuni senza approfondire e scavare dentro ciascuno di noi, è auspicabilmente l’inizio di una riflessione, di una presa di coscienza, della presa in carico di una responsabilità che ci riguarda più di quanto siamo disposti ad ammettere.

“Zapatos Rojos” e l’Arte che migra per raccontare l’Umanità in ogni luogo
L’invito è quello di scaricare – il 25 novembre di ogni anno, ma non solo –  dal sito www.postoccupato.org il file del logo simbolo dell’iniziativa, di stamparlo e posizionarlo, permanentemente o occasionalmente, nel “posto” che si intende dedicare alla memoria ed all’impegno contro la violenza, in tutte le sue forme, nei confronti delle donne. Singoli cittadini, Istituzioni, Associazioni, Enti di ogni genere, possono aderire con una semplice firma o inviando foto, comunicati, attestazione di adesione all’indirizzo di posta elettronica info@postoccupato.org.