Soldatini di Piombo, nessuna favola per i bambini arruolati e mandati in guerra

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Non sono i soldatini di stagno (Den standhaftige tinsoldat) di cui scrisse Hans Christian Andersen nel 1838. Tutto è capovolto: il coraggio del soldatino mutilato è la viltà e la debolezza di miliziani spietati. Il fuoco che alla fine incenerisce tutto c’è in entrambe le storie, anche se solo in una sopravvive qualcosa, solo in una si parla di amore. Nell’altra le favole sono luoghi inesplorati, di cui non si osa neppure immaginare l’esistenza, e carta straccia come i diritti sanciti nella Convenzione firmata trentuno anni fa a New York. Vita, salute, libertà, educazione, benessere, scuola, sicurezza ambiente, svago, famiglia e gioco per i più piccoli. Questi i colori propri di quella dimensione che riconosce piena dignità alla persona in formazione e alla sua essenza. Colori spenti per i trecentomila bambini soldato forzatamente reclutati in Africa e non solo.

Ci sono soldatini che non prenderanno vita di notte ma andranno a morire e ad uccidere di giorno, che non si innamoreranno neppure di una ballerina di carta, che si ritroveranno con una gamba sola pur essendo nati con entrambi gli arti. Soldatini che ascoltano ordini e non favole, che non sognano perché dormono poco e combattono tanto.  Sono i soldatini di cui racconta Padre Giulio Albanese, giornalista e missionario comboniano. Nella giornata in cui si celebrano i diritti dell’Infanzia* stridono le storie dei bambini soldato. Un fenomeno che negli ultimi anni ha generato l’altro intollerabile dramma dei cuccioli dell‘Isis che il frate cappuccino, Stefano Luca, definisce l’ultima generazione di bambini soldato nel suo recente libro edito da Terrasanta.

Ho scelto di raccontare le storie di questi soldatini di piombo,anche quelle più crude, perché sono fermamente convinto che niente meglio delle loro parole possa esprimere l’orrore che hanno vissuto. Senza pretesa alcuna ho tentato di dare a questo saggio una vena narrativa, non certo per suscitare inutile clamore, ma per far comprendere l’urgenza di un impegno nei confronti di questa gioventù bruciata”Padre Giulio Albanese si rivolge così alle coscienze dei lettori nel suo libro “Soldatini di Piombo. La questione dei bambini soldato” (Feltrinelli, Milano 2005),denunciando una piaga che colpisce migliaia di bambini che, già privi di un’infanzia piena e serena perché segnata da povertà assoluta e malattia, sono costretti ad andare incontro ad un destino di brutalità, violenza e morte. Un destino al quale spesso si sottraggono fuggendo, anche in Europa. Padre Albanese ha studiato teologia in Uganda ed è stato direttore del “New People Media Centre” di Nairobi. Nel 1997 ha fondato Misna l’agenzia di stampa internazionale. Collaboratore di Radio Vaticana, “Avvenire”, “Espresso” e Radio Rai. Dal febbraio del 2007 algiugno del 2014 ha insegnato Giornalismo missionario/giornalismo alternativo presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Direttore delle riviste missionarie delle Pontificie Opere Missionarie, dal gennaio 2018 è anche direttore responsabile della rivista Amici di Follereau. Ha pubblicato anche“Ibrahim amico mio” e “Il mondo capovolto”. Nel 2003 è stato insignito dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi del titolo di Grande ufficiale della Repubblica Italiana per meriti giornalistici nel Sud del mondo.

Il libro esordisce con la citazione di Desmund Tutu, arcivescovo anglicano e attivista sudafricano, tenace oppositore dell’apartheid e premio Nobel per la pace nel 1984: “E’ immorale che gli adulti vogliano fare combattere i bambini al loro posto. Non ci sono scuse né giustificazioni per armare i bambini”.

Le pagine di padre Giulio Albanese confermano che le guerre non si combattono più dietro le trincee, che la popolazione civile è diventata un bersaglio, che i bambini non costituiscono un’umanità da difendere ma rappresentano un bacino di utenza per gli eserciti, che le autorità sono irresponsabili e complici, che le guerre finiscono ma nessuna pace arriva, che le ferite di guerra non sempre si rimarginano né è assicurata alcuna riconciliazione. Ogwal, John Oto, Lucy, Johnny, Margaret, questi solo alcuni dei nomi di bambini e bambine che, con la loro vita segnata e precocemente vissuta, continuano a doverci insegnare cosa siarealmente la guerra. Giovani cui è stato impedito di pensare ad un futuro da uomini e donne liberi, ma che sanno bene di avere già un passato da soldati. Una geografia dolorosa di un’infanzia negata che dall’Uganda arriva fino in Sierra Leone. 

Vennero di notte nel mio villaggio, distrussero tutte le capanne e lo diedero alle fiamme. Mia madre fu massacrata a colpi di panga e tre dei miei fratellini vennero bruciati vivi. Io fui catturato con una decina di miei coetanei. Gli olum ci costrinsero a camminare notte e giorno per quasi un mese. Mangiavamo bacche e qualche frutto selvatico, mentre potevamo bere solo al tramonto in qualche ruscello o palude. Ormai distrutti giungemmo nel Sudan  meridionale, nel campo base di Jabuleni, nella regione dell’Equatoria. Fummo sottoposti ad un impietoso indottrinamento. Dovevamo cancellare dalla mente i nostri ricordi e affetti, rinascere nella comunità degli ‘eletti’. La disciplina era ferrea e l’addestramento principale consisteva nel correre per ore intere nei campi, con un sacco di pietre sulle spalle. Chi mollava era spacciato. Le tre ragazze che facevano parte del nostro gruppo furono subito costrette a prostituirsi per i capi. Di notte le sentivo piangere e io piangevo con loro. 

Quando andavamo a combattere avevamo tutti un pò paura. Ci si muoveva in piccoli gruppi, di dieci-quindici ragazzi. I primitempi non riuscivo a sparare con precisione e allora, per paura di colpire i miei stessi compagni, alzavo la canna in alto, tanto per spaventare il nemico. Sapevamo che la parola d’ordine era una sola: nekare (‘uccidere’). Uccidere la nostra stessa gente”.Racconta a padre Albanese John Oto, quindicenne ugandese sequestrato per essere addestrato e arruolato nel 1995, affidandogli il mandato di far volare le sue “parole come gazzelle prima che sia troppo tardi per tutti noi”.  

Sequestrati nel cuore della notte o in pieno giorno, sottomessi all’arbitrio abietto degli adulti, costretti a vivere in un regime militare duro e spietato, a dimenticare la tenerezza per imparare la crudeltà, ad abituarsi alle atrocità con l’illusione di sopravvivere all’orrore della guerra e dei diamanti insanguinati che la finanziano. Una testimonianza che attraverso la voce di questi giovani “soldatini di piombo” dell’Uganda e della Sierra Leone, e di quanti sono impegnati in prima linea contro l’arruolamento di minori, racconta il dramma comune a molti popoli del mondo in preda a governanti corrotti e a miliziani accecati al punto da continuare ancora ad insanguinare la storia dei loro paesi e a credere che il potere sia merce irrinunciabile per costruire il futuro, distruggendo proprio la vita. “Noi combattiamo per un grande ideale: dare un futuro alla nostra terra”. Dalla Sierra Leone Frank Koroma, rimasto privo di una gamba in guerra, riferisce a padre Albanese queste parole del generale Komba, del Ruf (Revolutionary United Front – Fronte Unito Rivoluzionario).

“L’Africa rappresenta da decenni il continente più colpito dal fenomeno dei bambini soldato. Sebbene sia difficile monitorare le varie formazioni armate e soprattutto conoscere le cifre reali, è sempre più evidente che nelle aree di conflitto a pagare il prezzo più alto sono i minori. Il Paese maggiormente penalizzato è il Sud Sudan con circa 19.000 ragazzi e ragazze arruolati nelle varie formazioni armate che infestano soprattutto le zone rurali”, ha spiegato sulle colonne dell’Osservatorio Romano, Padre Giulio Albanese lo scorso anno.

Una sofferenza indicibile inferta ad un’umanità particolarmente indifesa e imperdonabilmente abbandonata. Paura e brutale violenza che si impadroniscono dei loro occhi in una terra bruciata e devastata dalla guerra che, tuttavia, la memoria tradisce con scenari animati dal vento che soffia e fa dondolare le palme disseminate sulle dune di sabbia e dal sole che riscalda tiepidamente il corpo. Accanto all’orrore, dunque, la voglia e la difficoltà di ricominciare con delle ferite assolutamente inguaribili, la volontà vana di tornare faticosamente ad un’infanzia, malata, malnutrita ma pur sempre infanzia, ormai perduta.

Quando vacilla il diritto alla protezione dell’Infanzia – di qualunque colore sia la pelle e qualunque sia la nazionalità – è violato un diritto essenziale le cui conseguenze sono imponderabili e difficilmente quantificabili. Ogni emergenza, coma l’attuale pandemia, evidenzia questa verità che spesso, quanto “tutto sembra andare bene”, si ignora. Lo ha ricordato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione della Giornata internazionale per i diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. «Superando ogni confine, il virus sta minando il futuro delle prossime generazioni. In Italia, già prima dell’emergenza sanitaria, il numero dei bambini in povertà assoluta era drammaticamente alto ed è destinato ad aumentare. Tutti noi siamo chiamati ad uno sforzo responsabile per tutelare i più piccoli e sostenere i genitori in difficoltà evitando che si possano allargare ulteriormente le disuguaglianze economiche ed educative delle famiglie».

La Convenzione sui diritti dell’Infanzia

*Preceduta dalla Dichiarazione dei diritti del fanciullo (20 novembre del 1959), la Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (20 novembre 1989), adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni unite, ad oggi è stata sottoscritta da oltre 200 paesi nel mondo.

L’Italia l’ha ratificata nel 1991. Il 12 febbraio 2002 (Giornata Internazionale contro l’uso dei bambini soldato) è stato anche adottato il Protocollo Opzionale alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, concernente proprio il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati e il divieto di esserereclutato forzatamente o utilizzato direttamente nelle ostilità, né dalle forze armate di uno Stato né da gruppi armati.

La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia è il testo diritti umani maggiormente ratificato al mondo e si appresta a divenire la prima convenzione universalizzata della Storia. Un documento vincolante che consacra il diritto ad un’infanzia di pace e benessere e che, attraverso di esso, dovrebbe garantire la dignità della vita di oggi e di quella che verrà. Eppure i diritti di fanciulli sono spesso violati e questa convenzione vincolante solo sulla carta. Afflitti da malattie e da povertà, migranti senza casa e cittadinanza, analfabeti e soldati, abusati, sfruttati e violati nella loro innocenza e nel loro sacrosanto diritto ad essere protetti nella realtà e nella virtualità, sono decine di milioni i bambini nel mondo che vivono situazioni lontane anni luce da quelle delineate negli articoli della Convenzione. Bambine vittime di tradizioni disumane, infibulate, costrette a matrimoni precoci. Bambini privati della scuola e sottratti alle famiglie per divenire braccia da lavoro e milizie spietate. Bambini vittime di abbandoni e di abusi. Bambini di strada e bambini sfruttati. Bambini che lasciano la scuola e si affidano a circuiti illegali e bambini che contribuiscono al mantenimento della famiglia prostituendosi. Bambini disabili dichiarati inguaribili e condannati ad una vita di isolamento. Un’infanzia ignorata e rubata che drammaticamente affligge la nostra epoca. 

L’esistenza di situazioni di disagio, abbandono, abuso di bambini, purtroppo suggerisce che, per quanto semplici e improntati a valori di civiltà e giustizia, i 54 articoli della Convenzione sui Diritti dei Minori del 1989 sono un’utopia in molti paesi del mondo. La Convenzione si propone di migliorare con l’impegno degli Stati, delle società, delle coscienze individuali, questa condizione. La Convenzione esordisce con l’importante affermazione che sancisce che bambino (o bambina) è ogni essere umano fino a 18 anni (art.1) e richiede esplicitamente che lo Stato si responsabilizzi, assumendo impegni precisi, al fine di realizzare un ambiente in cui regnino il rispetto delle diversità, benessere e uguaglianza (artt.2-3). Pone a servizio di questi obiettivi ogni strumento legislativo o finanziamento necessario (art.4). Il primo fondamentale diritto riconosciuto espressamente ai bambini è il diritto alla vita (art.6), ulteriormente specificato dal diritto di vivere bene (art.27). Il bambino è dotato di libertà di espressione (art13), pensiero, coscienza, religione (art14), associazione (art 15). Ha diritto al nome, alla nazionalità (art 8) e al rispetto dei suoi spazi privati (art16). Ruolo fondamentale riveste la famiglia, considerata necessaria per il suo benessere, unitamente all’affetto e alla vicinanza dei genitori (artt 7-8-9-10-11). L’affidamento (art20) e l’adozione (art21) sono concepiti come strumenti di assistenza e sancito è anche l’impegno verso i minori disabili (art23). Il bambino deve essere protetto da ogni forma di violenza(art. 19) e sfruttamento (art.36). L’assistenza medica (art26), la possibilità di nutrirsi (art27) sono necessari, unitamente al divieto assoluto di vendere (art35) o sottoporre i bambini stessi a torture e a punizioni crudeli e a discipline restrittive in materia di carcerazione (art 37), per salvaguardare la salute (art 24) e il benessere dell’infanzia. La Convenzione tutela, infine, la dignità (art 40) del bambino, riconoscendo al minore anche il diritto al gioco (art.31), allo studio (art 28) e il diritto ad avere un avvocato ed un regolare processo (art 40).