Egitto, Amnesty: Il mondo chieda ad Al-Sisi di fermare la repressione

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Alla vigilia delle ulteriori proteste annunciate per venerdì 27 settembre, Amnesty International ha chiesto ai capo di stato presenti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di condannare la repressione in corso in Egitto e chiedere al presidente al-Sisi di fermarla. 

Amnesty International ha documentato arresti di manifestanti, giornalisti, avvocati per i diritti umani, attivisti ed esponenti politici nel tentativo di impedire le proteste. La Bbc e Alhurra sono stati aggiunti alla lista dei 513 siti Internet già bloccati mentre le comunicazioni tramite app di messaggistica, come Wire, sono state interrotte e altre come WhatsApp Signal hanno funzionato solo a tratti. 

“Il mondo non può rimanere in silenzio mentre il presidente al-Sisi calpesta i diritti degli egiziani alla protesta pacifica e alla libertà di espressione. Invece di inasprire la repressione, le autorità del Cairo devono rilasciare immediatamente tutte le persone arrestate per aver esercitato pacificamente i loro diritti alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica e consentire lo svolgimento delle proteste in programma venerdì“, ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International. 

Amnesty International ha documentato almeno 59 arresti in cinque città nella notte tra il 20 e il 21 settembre. Le organizzazioni locali per i diritti umani parlano di centinaia di arresti dall’inizio delle proteste, mentre il Centro egiziano per i diritti economici e sociali ha riferito di 964 arresti tra il 19 e il 24 settembre. 

Tutte le persone arrestate rischiano di essere incriminate per reati connessi al “terrorismo”. 

Ai giornalisti che lo hanno intervistato a New York, il presidente al-Sisi ha risposto che le proteste sono istigate dall’ “Islam politico”. Secondo Amnesty International, invece, alle manifestazioni hanno preso parte persone di età, condizione socio-economica, genere e orientamento religioso diversi e anche persone prive di un profilo politico. 

La risposta delle autorità alle proteste, mai viste da anni in piazza Tahrir al Cairo così come ad Alessandria, Dumyat, Mahalla e Suez in cui venivano intonati slogan contro il presidente al-Sisi, la corruzione e gli arresti, è stata brutale. 

Amnesty International ha verificato tre video che mostrano agenti di polizia picchiare manifestanti, sparare pallini da caccia ed esplodere gas lacrimogeni per disperdere proteste pacifiche. 

In quelle immagini, Amnesty International ha notato la presenza di blindati della francese MIDS, già usati per reprimere precedenti proteste, e dell’italiana IVECO.   

Centinaia di arrestati sono stati inizialmente trattenuti senza avere contatti con avvocati o familiari. Sebbene alcuni siano stati rilasciati, almeno 274 sono stati portati di fronte alla Procura suprema per la sicurezza dello stato (SSSP) e almeno altri 146 di fronte alle procure locali del Cairo. 

Secondo gli avvocati, le persone arrestate sono indagate per “collaborazione con un gruppo terroristico nel raggiungimento dei suoi obiettivi”, “diffusione di notizie false”, “partecipazione a proteste non autorizzate” e “utilizzo dei social media per diffondere informazioni riguardanti un gruppo terrorista”, definizione quest’ultima riferita alla Fratellanza musulmana. Per tutti gli arrestati sono stati disposti 15 giorni di carcere, rinnovabili. 

Le forze di sicurezza se la sono presa anche con avvocati, giornalisti, attivisti ed esponenti politici. Amnesty International ha documentato l’arresto di cinque giornalisti, tra cui Sayed Abdellah, che stava trasmettendo tramite Facebook notizie sulle proteste a Suez, e Mohammed Ibrahim, il fondatore del noto blog “Ossigeno Egitto”, che a sua volta aveva diffuso video sulle proteste. 

La nota attivista e avvocata per i diritti umani Mahienour el-Masry è stata prelevata alle 19 del 22 settembre da uomini in borghese e fatta salire su un furgone all’uscita della sede della SSSP dove si era recata per assumere la difesa di un collega. Anche nel suo caso è stata disposta la detenzione, per le infondate accuse di “collaborazione con un gruppo terroristico nel raggiungimento dei suoi obiettivi” e “diffusione di notizie false”, per fatti riferiti a precedenti proteste del marzo 2019. 

Il dirigente sindacale Rashad Mohammed Kamal è stato arrestato a Suez e sette tra dirigenti di partito e avvocati sono stati arrestati in altre parti dell’Egitto nelle prime ore del 24 settembre. 

Dopo il blocco del sito della Bbc per aver coperto in modo “non accurato” le manifestazioni, i corrispondenti della stampa internazionale sono stati ammoniti a “rispettare gli standard professionali riconosciuti a livello internazionale nella loro copertura delle notizie e degli affari egiziani”.