«Alì dagli occhi azzurri sbarcherà a Crotone e a Palmi», la profezia di Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale controverso ancora attuale

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Pasolini

Poeta Vate, secondo la saggezza antica inossidabile, è colui che vede prima ciò che accadrà, colui che, nel tempo che vive, coglie un senso che oltrepassa il qui ed ora per approdare al futuro. Tale forza anticipatrice trae linfa dagli eventi della storia e dagli accadimenti dell’epoca in cui il poeta vive con coscienza, intelligenza e spirito critico. Nel caso di PierPaolo Pasolini questa intensità profetica non fu solo propria delle poesie, contraddistinguendo ogni suo sguardo sul mondo e sulla società e ogni suo scritto. In particolare Pasolini seppe vedere, in quell’Italia segnata dall’emigrazione, i prodromi di un’Italia dell’immigrazionenel cuore del Mediterraneo. «Era nel mondo un figlio e un giorno andò in Calabria era estate, ed erano vuote le casupole, nuove, a pandizucchero, da fiabe di fate color delle feci. Vuote». In particolare la poesia intitolata “Profezia”, compresa nella raccolta “Poesia in forma di rosa” (1964), custodisce il suo sguardo chiaro su quello che sarebbe accaduto in Calabria decenni dopo. «Alì dagli Occhi Azzurri uno dei tanti figli di figli, scenderà da Algeri, su navi a vela e a remi (…) Sbarcheranno a Crotone o a Palmi, a milioni (…) Da Crotone o Palmi saliranno a Napoli, e da lì a Barcellona, a Salonicco e a Marsiglia, nelle Città della Malavita », aveva scritto nella poesia impaginata in modo che le parole componessero una croce*, simbolo tra l’altro del martirio degli ultimi come quello di Cristo, ritenuto un rivoluzionario al fianco dei poveri. Alla sua storia Pasolini, ateo e anticlericale che credeva nella religione come cammino dello spirito e non come imposizione della Chiesa, dedicò il film “Vangelo secondo Matteo” nel 1964, che girò anche nel crotonese.

«Ah, ma il figlio sa: la grazia del sapere è un vento che cambia corso, nel cielo. Soffia ora forse dall’Africa e tu ascolta ciò che per grazia il figlio sa. (Se egli non sorride è perche la speranza per lui non fu luce ma razionalità. E la luce del sentimento dell’Africa, che d’improvviso spazza le Calabrie, sia un segno senza significato, valevole per i tempi futuri!) Ecco: tu smetterai di lottare per il salario e armerai la mano dei Calabresi». Aveva visto nella disgrazia dell’ignoranza la radice della criminalità calabrese e il destino dell’Africa strettamente unito a quello delle ‘Calabrie’. Un legame a doppio filo che custodiva già allora i semi di una trasformazione sociale profonda, al centro di una visione antropologica tale da rivelare, ora come allora, la sua dimensione universale.

La dedica della poesia è rivolta a Jean Paul Sartre per un racconto fatto a Roma a Pasolini dal filosofo e scrittore francese, che riferiva proprio di Alì dagli occhi azzurri.

“La Profezia” fu anche pubblicata in una raccolta di racconti, sceneggiature e progetti di film che va dal 1950 al 1965 dal titolo “Alì dagli occhi azzurri”, con l’inserimento di un”Avvertenza’ che descriveva l’incontro con il messaggero Ninetto che in un cinema romano gli aveva detto che “I Persiani si ammassano alle frontiere. / Ma milioni e milioni di essi sono già pacificamente immigrati, / sono qui, al capolinea del 12, del 13, del 409 … Il loro capo si chiama: / Alì dagli Occhi Azzurri”. Anche in questo aneddoto risiede la genesi di questa poesia così profetica.

Pasolini ebbe un legame complesso e conflittuale con la Calabria come testimonia il reportage (“La lunga strada di sabbia”*) pubblicato dalla rivista “Successo” diretta da Arturo Tofanelli nel 1959, realizzato dopo aver attraversato a bordo di una Fiat Millecento la costa italiana fino al Sud. I suoi scritti scatenarono polemiche e risentimenti. Ne seguirono la querela per diffamazione del sindaco di Cutro, Vincenzo Mancuso, per la definizione di ‘banditi’ riferita alla sua comunità, la corrispondenza chiarificatrice con Pasquale Nicolini, ufficiale sanitario di Paola, il discorso che fece in occasione del premio Crotone che vinse con “Una vita violenta” (fuori dal premio Campiello e dal premio Strega e Viareggio) sempre nel 1959, i set calabresi (a Cutro e a Le Castella proprio nel crotonese) per il film “Il Vangelo secondo Matteo” (1964) in cui recitò anche la giovanissima calabrese Margherita Caruso, la raccolta di testimonianze sui moti di Reggio nella cornice dei fermenti degli anni Settanta per il documentario “12 dicembre” (1971), in collaborazione con i militanti di Lotta Continua. 

Un rapporto intenso, ancora da esplorare che affonda le radici anche, alla fine degli anni Sessanta, in quel viaggio coast to coastdurante il quale conobbe del Meridione e della Calabria l’arretratezza e l’incontaminazione, l’ignoranza e l’ingenuità, la durezza e la dolcezza – contraddizione rivelata anche dai paesaggi brulli e pertanto affascinanti – e riconobbe in quegli stessi aspetti critici la peculiarità e l’unicità della Calabria. 

Una vita tra letteratura, poesia, cinema e calcio

Nella vita di Pasolini, la passione per la letteratura e per la poesia arrivarono giovani, prima di quelle per la filologia, il cinema e il calcio. Geniale e precoce fin dalla adolescenza: si diplomò un anno prima e si iscrisse alla facoltà di Lettere a Bologna già all’età di 17 anni. Lesse tanto mentre il regime fascista si imponeva. Crebbero contestualmente la sua inquietudine e i suoi travagli interiori, il suo impegno culturale antifascista.  Si laureò cumlaude con una tesi su Pascoli e il suo lavoro confluì nel progetto “L’antologia” pubblicato da Einaudi solo nel 1993.

Chiamato alle armi, si arruolò ma disobbedì ai tedeschi e fu costretto a fuggire in Friuli dove avviò scuole gratuite in tempo di bombardamenti, scrisse e pubblicò diari e poesie in friulano e in italiano e visse i suoi primi amori. La morte del fratello partigiano Guido lo straziò lui e la madre Susanna alla quale era molto legato. Quello fu anche il tempo del romanzo autobiografico (il titolo finale “Il romanzo di Narciso”), mai finito, in cui raccontava la sua omosessualità. Nel Dopoguerra aderì al comunismo; era il tempo de “La meglio gioventù”. Le denunce per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico sporta nei suoi confronti fecero di lui un personaggio scomodo e controverso. Il partito lo espulse e gli venne impedito di insegnare. La sua vita ricominciò con la madre a Roma dove cercò lavoro e continuò a collaborare con riviste e quotidiani e a scrivere i suoi romanzi. Strinse amicizia con Sandro Penna, Sergio Citti (a cui inizialmente era stata affidata la regia del film “Salò” il suo ultimo lungometraggio), poi Giorgio Caproni, Carlo Emilio Gadda e Attilio Bertolucci, e compose la raccolta di poesia “Roma 1950 – diario”. Protagonista controverso del panorama culturale italiano, nel 1955 pubblicò “Ragazzi di vita”, romanzo discusso e criticato che, escluso dal Premio Strega e dal premio Viareggio, venne apprezzato dal pubblico, difeso da Pietro Bianchi, Carlo Bo e Giuseppe Ungaretti.

Tuttavia, sempre per il tema della prostituzione omosessuale maschile trattato, venne etichettato come pornografico. Il processo diede ragione alle sue parole e venne assolto con formula piena. Quello fu anche il periodo dell’attività di cineasta, della collaborazione con Federico Fellini e della sua prima sceneggiatura autonoma “La notte brava” e del suo primo film “Accattone” (1961) con Franco Citti, fratello di Sergio, come protagonista e aiuto regista Bernardo Bertolucci e in cui ebbe un ruolo anche la sua amica, l’eclettica giornalista reggina Adele Cambria, scomparsa nel 2015 a Roma. Fu il primo film italiano ad essere stato vietato ai minori di 18 anni. La carriera di Pasolini proseguì, attraversando gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, con film (dopo Accattone 1961: Mamma Roma 1962; Ro.Go.Pa.G., episodio La ricotta 1963; Comizi d’amore 1964; Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo secondo Matteo 1964; Il Vangelo secondo Matteo 1964; Uccellacci e uccellini 1966; Appunti per un film sull’India; Teorema 1968; Amore e rabbia, episodio La sequenza del fiore di carta 1968; Porcile 1969; Medea 1969) e pubblicazioni (dopo Ragazzi di vita 1955 e Una vita violenta 1959: L’odore dell’India 1962; Il sogno di una cosa 1962; Teorema 1968; La Divina Mimesis 1975; Amado mio preceduto da Atti impuri 1982; Petrolio 1992 e 2005). Censure, denunce, processi e anche mesi in carcere non si fecero attendere. Segnarono questi anni anche l’esperienza ad Assisi con la lettura del Vangelo di Matteo, gli Scritti corsari (raccolta di articoli scritti tra il 1973 e il 1975 e pubblicati su Corriere della Sera, Tempo illustrato, Il Mondo, Nuova generazione e Paese Sera), la sceneggiatura del trittico noto come “La trilogia della vita” comprendente dieci novelle tratte dal Decamerone, ambientate da lui nel napoletano, altre tratte da “I racconti di Canterbury” e “Il fiore” de “Le Mille e una notte”; poi l’abiura con la realizzazione dell’ultimo suo film, discusso, censurato, dibattuto, ambientato sotto il regime fascista, “Salò o i 120 giorni di Sodoma”. Non più la vita ma la denuncia della morte di ogni coscienza e di ogni libertà.

Letteratura, saggistica, narrativa, poesia, cinema: è ricca l’eredità culturale che Pasolini lascia. La sua orribile morte resta un mistero come controverse sono state la sua vita e la sua personalità. Nonostante il processo e la condanna definitiva dell’allora diciassettenne Giuseppe Pelosi (libero dal 2009 dopo avere espiato la pena), il senso di verità e giustizia per quanto avvenuto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre di 45 anni fa, restano lontane e offuscate. Già pochi giorni dopo il delitto, in un’inchiesta pubblicata su L’Europeo, Oriana Fallaci aveva avanzato l’ipotesi di un delitto premeditato al quale avrebbero partecipato anche altre persone.  Lo stesso Pelosi, trent’anni dopo il delitto, ritrattò la sua colpevolezza, confermando le ombre mai dissipate attorno agli accadimenti della notte in cui Pier Paolo Pasolini venne brutalmente assassinato e il suo corpo massacrato. Un incontro di natura sessuale degenerato o forse un complotto politico. Al di là di tutto, l’eredità che lascia Pasolini è immensa, pregna di scritti, poesie, racconti, saggi, film, sceneggiature, editoriali e articoli, traduzioni, persino canzoni, ancora pienamente aderenti alla crisi di allora antesignana di questo tempo, alle contraddizioni dell’umanità, alle derive di cui si è dimostrata capace. Una denuncia morale vera, fondata e necessaria, allora come oggi.

Aveva 53 anni e una vita di eccessi e di coerenza alle spalle. «Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro». 


    *La Profezia

Di PierPaolo Pasolini

A Jean Paul Sartre, che mi ha raccontato

la storia di Alì dagli occhi azzurri.

Era nel mondo un figlio

e un giorno andò in Calabria

era estate, ed erano

vuote le casupole,

nuove, a pandizucchero,

da fiabe di fate color

delle feci. Vuote.

Come porcili senza porci, nel centro di orti senza insalata, di campi senza terra, di greti senza acqua. Coltivate dalla luna, le campagne. Le spighe cresciute per bocche di scheletri. Il vento dallo Jonio

scuoteva paglia nera

come nei sogni profetici:

e la luna color delle feci

coltivava terreni

che mai l’estate amò.

Ed era nei tempi del figlio

che questo amore poteva

cominciare, e non cominciò.

Il figlio aveva degli occhi

di paglia bruciata, occhi

senza paura, e vide tutto

ciò che era male: nulla

sapeva dell’agricoltura,

delle riforme, della lotta

sindacale, degli Enti Benefattori,

lui. Ma aveva quegli occhi.

La tragica luna del pieno

sole, era là, a coltivare

quei cinquemila, quei ventimila

ettari sparsi di case di fate

del tempo della televisione,

porcili a pandizucchero, per

dignità imitata dal mondo padrone.

Ma non si può vivere là! Ah, per quanto ancora, l’operaio di Milano lotterà; con tanta grandezza per il suo salario? Gli occhi bruciati del figlio, nella luna, tra gli ettari tragici, vedono ciò che non sa il lontano fratello

settentrionale. Era il tempo

quando una nuova cristianità

riduceva a penombra il mondo

del capitale: una storia finiva

in un crepuscolo in cui accadevano

i fatti, nel finire e nel nascere,

noti ed ignoti. Ma il figlio

tremava d’ira nel giorno

della sua storia: nel tempo

quando il contadino calabrese

sapeva tutto, dei concimi chimici,

della lotta sindacale, degli scherzi

degli Enti Benefattori, della

Demagogia dello Stato

e del Partito Comunista…

…e così aveva abbandonato

le sue casupole nuove

come porcili senza porci,

su radure color delle feci,

sotto montagnole rotonde

in vista dello Jonio profetico.

Tre millenni svanirono

non tre secoli, non tre anni, e si sentiva di nuovo nell’aria malarica 1’attesa dei coloni greci. Ah, per quanto ancora, operaio di Milano, lotterai solo per il salario? Non lo vedi come questi qui ti venerano?

Quasi come un padrone.

Ti porterebbero su

dalla loro antica regione,

frutti e animali, i loro

feticci oscuri, a deporli

con 1’orgoglio del rito

nelle tue stanzette novecento,

tra frigorifero e televisione,

attratti dalla tua divinità,

Tu, delle Commissioni Interne,

tu della CGIL, Divinità alleata,

nel meraviglioso sole del Nord.

Nella loro Terra di razze

diverse, la luna coltiva

una campagna che tu

gli hai procurata inutilmente.

Nella loro Terra di Bestie

Famigliari, la luna

è maestra d’anime che tu

hai modernizzato inutilmente. Ah, ma il figlio sa: la grazia del sapere è un vento che cambia corso, nel cielo. Soffia ora forse dall’Africa e tu ascolta ciò che per grazia il figlio sa. (Se egli non sorride

è perche la speranza

per lui non fu luce ma razionalità.

E la luce del sentimento

dell’Africa, che d’improvviso

spazza le Calabrie, sia un segno

senza significato, valevole

per i tempi futuri!) Ecco:

tu smetterai di lottare

per il salario e armerai

la mano dei Calabresi.

Alì dagli Occhi Azzurri

uno dei tanti figli di figli,

scenderà da Algeri, su navi

a vela e a remi. Saranno

con lui migliaia di uomini

coi corpicini e gli occhi

di poveri cani dei padri

sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sé i bambini, e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua. Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.

Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,

a milioni, vestiti di stracci

asiatici, e di camice americane.

Subito i Calabresi diranno,

come malandrini a malandrini :

“Ecco i vecchi fratelli,

coi figli e il pane e formaggio !”

Da Crotone o Palmi saliranno

a Napoli, e da lì a Barcellona,

a Salonicco e a Marsiglia,

nelle Città della Malavita.

Anime e angeli, topi e pidocchi,

col germe della Storia Antica,

voleranno davanti alle willaye.

Essi sempre umili

essi sempre deboli

essi sempre timidi

essi sempre infimi

essi sempre colpevoli

essi sempre sudditi

essi sempre piccoli,

essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare, essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,

essi che si costruirono

leggi fuori dalla legge,

essi che si adattarono

a un mondo sotto il mondo

essi che credettero

in un Dio servo di Dio,

essi che cantarono

ai massacri dei re,

essi che ballarono

alle guerre borghesi,

essi che pregarono

alle lotte operaie…

…deponendo 1’onestà

delle religioni contadine,

dimenticando l’onore

della malavita,

tradendo il candore

dei popoli barbari,

dietro ai loro Alì

dagli Occhi Azzurri — usciranno da sotto la terra per rapinare — saliranno dal fondo del mare per uccidere, — scenderanno dall’alto del cielo per espropriare — e per insegnare ai compagni operai la gioia della vita —

per insegnare ai borghesi

la gioia della libertà —

per insegnare ai cristiani

la gioia della morte

— distruggeranno Roma

e sulle sue rovine

deporranno il germe

della Storia Antica.

Poi col Papa e ogni sacramento

andranno come zingari

su verso l’Ovest e il Nord

con le bandiere rosse

di Trotzky al vento…