Caro Khalid, la lettera del Progetto Melting Pot Europa

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Caro Khalid

Caro Khalid Chaouki, solitamente alle iniziative individuali preferiamo quelle che nascono e si sviluppano come processi collettivi. Nonostante questo non possiamo che apprezzare e sostenere la protesta che stai conducendo all’interno del centro di Contrada Imbriacola, a Lampedusa.

Crediamo con questo di non sbagliare e di interpretare il pensiero di molti. Delle tante associazioni ed esperienze che in questi anni si sono battute insieme ai migranti, per i loro diritti e per ridare dignità alla nostra società. Dei tantissimi che a partire dalla tragedia del 3 ottobre si sono messi in gioco per costruire un cammino collettivo per la modifica delle politiche in materia di immigrazione. Di chi sta lavorando alla Carta di Lampedusa, che proprio sull’isola il prossimo 31 gennaio 2014 avrà un suo momento importante e costituente, quando centinaia di associazioni e collettivi, da tutta Europa e dal Nordafrica, si incontreranno per intrecciare i loro percorsi e ridisegnare dal basso una nuova geografia dei diritti.
Non ci sembra di sbagliare però neppure dicendoti che questo è il momento di andare veramente fino in fondo.
Senza troppi giri di parole, andiamo allora al nocciolo della questione.
Perché i più scettici non mancheranno di sottolineare l’ambiguità della tua protesta. Non certo per le ragioni che la animano, non per fare i giudici o i critici, ma perché tu sei un Deputato della Repubblica e normalmente il metro di misura delle tue azioni è tarato sulla qualità dei provvedimenti che approvi non sulle proteste che conduci. Perché siedi nei banchi del Parlamento che fa le leggi e che ha la colpa di non cambiare quelle che esistono. Fai parte di un partito che non è solo espressione della maggioranza di Governo, ma che vanta addirittura tra le sue fila il Presidente del Consiglio dei Ministri. Rappresenti una compagine che nel nostro ordinamento ha introdotto i centri di detenzione, ne ha poi teorizzato l’umanizzazione, ha fatto del confine il cardine della sua politica sull’immigrazione, ha glorificato il centro di contrada Imbriacola come modello di accoglienza.
Poco conta che il Ministero dell’Interno sia in mano ad Angelino Alfano. Fino a quando potrà reggere questa mistificazione per cui la mano sinistra lava ciò che fa la mano destra?
Troppe volte, anche a ridosso della tragedia del 3 ottobre, abbiamo visto lacrime versate ed inchini, ascoltato parole di cordoglio e annunci. Altrettante volte a tutto questo non è seguito nulla di concreto.
Neppure l’operazione Mare Nostrum, che a tuo avviso ha salvato molte vite, ha cambiato molto. Migliaia di persone sono ancora costrette a percorrere quella rotta, perché ancora, per la politica di ogni schieramento, le frontiere vincono sulla vita umana.
Troppe volte insomma, abbiamo sentito usare parole che alludevano ad un cambiamento, pronunciate proprio perché nulla cambiasse.
La tua protesta però ha innescato inevitabilmente un corto circuito.
Questo fatto, per noi, non è di quelli marginali.
Ecco, forse è questo il vero nocciolo della questione.
Perché in fondo lo sai anche tu che la tua iniziativa non può essere genericamente rivolta ad una situazione che deve cambiare, che il Ministero dell’Interno è parte del Governo che il tuo partito sostiene, che il centro di Contrada Imbriacola è in quelle condizioni per le politiche che la destra, così come il Partito Democratico, hanno promosso fino a ieri e che ancora oggi dominano il discorso.
Tornare indietro allora, non andare fino in fondo, significherebbe rimettersi nei ranghi di quella stessa politica che proprio con la tua iniziativa vuoi contestare. Significherebbe ritornare per te dentro tutto quel mare di ambiguità e false promesse da cui in queste ore sembri voler uscire.
Se anche tu credi sia il momento di andare fino in fondo, di rompere quel meccanismo nebuloso per cui è possibile usare parole umanitarie ma adottare poi politiche disumane, di portare a compimento il corto circuito che hai innescato senza permettere che sia fagocitato dalla politica e digerito come voce fuori dal coro che in fin dei conti, non fa altro che confermare la bontà della politica istituzionale, puoi starne certo: noi ti sosterremo senza remore.
Non fraintenderci. Non ti stiamo chiedendo di resistere ad oltranza per nostro conto. Non abbiamo intenzione di stare comodamente seduti a tavola tra vigilie e cenoni ad applaudirti.
Il nostro natale è fatto di ore trascorse al fianco di tanti migranti che dopo essere passati per Lampedusa si sono ritorvati a vivere in case occupate perchè non hanno un luogo dove stare, di notti al fianco di lavoratori che presidiano il loro posto di lavoro dopo un lincenziamento illegittimo, di viaggi tra il centro di Ponte Galeria ed il Mega Cara di Mineo, di contatti e discussioni perché già a partire da gennaio saremo a Lampedusa per batterci contro il centro di contrada Imbriacola e le politiche che costringono l’isola a vivere una vita di confine.
Speriamo tu esca di lì con i migranti rinchiusi da mesi in quel posto orrendo. Ma se così non fosse, non preoccuparti, perché lo spazio per lottare non è finito. Perché c’è molto altro da cambiare, comprese le ragioni per cui la Procura ha il timore che facciano perdere le loro tracce una volta abbandonata l’isola. Come dargli torto. Chi vorrebbe stare in un CARA o in un centro italiano dopo aver vissuto lì dentro.
Se la protesta che stai conducendo si ritrova in questo pensiero, allora, ti chiediamo di non lasciare che l’ambiguità della politica istituzionale vinca ancora, imponendosi sulla vita delle persone. Di smentire i nostri dubbi e farci sperare veramente che anche chi siede all’interno del Parlamento possa avere il coraggio di scegliere da che parte stare, fino in fondo, a costo di abbandonare il sostegno a questo governo se non saprà ascoltarlo.
Stai certo che tra noi, che dal basso stiamo cercando di costruire un futuro diverso per tutti, in questa Europa fondata sui confini, c’è sempre posto.
Progetto Melting Pot Europa
Uno dei promotori della Carta di Lamepdusa

Scritto da redazione

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Paola Suraci
Giornalista indipendente. Mi occupo di Sud, di terre dove l'emarginazione ha diverse facce. Racconto storie di uomini e donne che lottano per non arrendersi, per cambiare, racconto un altro Sud che spesso non ha voce. Guardo al Mediterraneo e ai fenomeni migratori auspicando la mescolanza di culture.