Mediterraneo mare di morte. Che fare?

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Mediterraneo mare di morte. Che fare?

Dopo Scicli, adesso si è rovesciato un barcone carico di uomini in fuga, almeno 500, davanti all’Isola dei Conigli, di fronte a Lampedusa. Centinaia di migranti in acqua, già 82 i cadaveri, ma il bilancio è destinato a salire. Morti che si sommano ad altri morti, il Mediterraneo diventa sempre più mare di morte. Numeri di una tregedia che ogni giorno si fa sempre più grande: 25mila i morti negli ultimi vent’anni nel Mediterraneo, 2mila nel 2011, 1700 lo scorso anno.

Eppure malgrado la morte, malgrado la paura del mare e del viaggio, uomini, donne e bambini, diventano naviganti, pagano i trafficanti, in cerca di un futuro migliore. Un flusso che non si può fermare con le politiche adottate fino ad oggi. Respingimenti e controllo coste, di certo, non hanno fermato i flussi, anzi hanno solo portato alla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per l’Italia.
Che fare, dunque, come affrontare il dramma dei migranti in fuga, per evitare altre morti, per evitare che questa gente finisca nella mani dei trafficanti?
“Aprire un canale umanitario” è la soluzione sostenuta da padre Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli: “L’Ue già contempla la possibilità del reinsediamento. Allora si tratterebbe di andare nei campi profughi e portare le persone nei paesi europei con aerei militari, facendole viaggiare in sicurezza e togliendole dalle mani dei trafficanti di uomini”. “Che cosa ci impedisce di andare lì con un progetto di accoglienza? – prosegue La Manna – Cosa ci impedisce di comportarci da paese civile? I paesi europei non possono stare a guardare e commuoversi”. “L’Italia spende soldi per le politiche di respingimento, per il controllo delle frontiere in Libia, per impedire che partano le imbarcazioni, perché quei soldi non vengono spesi invece per la sicurezza dei migranti? Noi dovremmo avere l’autorevolezza di far muovere l’Ue, che non sta facendo nulla”. “Non possiamo indignarci per le armi chimiche in Siria – incalza La Manna – ma non scandalizzarci per 2 anni di morti”. Ma, conclude il presidente del Centro Astalli, “il clamore per questi 13 fratelli morti durerà poco, saranno dimenticati dopo il cordoglio della politica. Mentre abbiamo un governo preoccupato solo di sopravvivere e con l’alibi della crisi economica che ci fa occupare solo di economia e non delle persone”.
L’Unhcr parla invece di “idea affascinante ma di difficile realizzazione”: “Ci sono pochi esempi storici, come ad esempio la Bosnia, in cui i corridoi umanitari sono stati attuati, ma ci vogliono condizioni particolari come il consenso delle parti in lotta”. Per l’Unhcr, si deve invece proseguire su 3 livelli: “Tutta la comunità internazionale si deve adoperare di più affinché le persone non siano costrette a fuggire dai loro paesi, puntare sull’assistenza nei paesi di transito, e continuare il lavoro della Guardia costiera”.
Secondo Daniela Pompei, esperta di problemi dell’immigrazione della Comunità Sant’Egidio, si dovrebbe istituire un centro di accoglienza europeo in Sicilia per far fronte all’emergenza immigrazione: “l’Europa dovrebbe costituire una rete continentale di prima accoglienza nei luoghi di approdo, e non in Libia o altrove”. in secondo luogo sarebbe necessario “pensare a spostamenti di profughi da un paese all’altro per alleggerire i paesi più esposti”.
Dunque, c’è da ripensare a livello Europeo a delle politiche di intervento nella consapevolezza che dal 2010 si è registrato un rallentamento dell’immigrazione verso l’Europa. Secondo Josè Angelo Oropeza, direttore del Coordinamento mediterraneo Oim, infatti, cresce invece “la migrazione da Sud a Sud perché i paesi in via di sviluppo – anche a causa della crisi economica del Vecchio Continente – diventano sempre più attrattivi. L’Unione Europea si deve porre il problema di trattenere la seconda generazione e di attrarre nuovi immigrati”.