Corridoi umanitari, da Beirut a Roma per cambiare vita

0
76
corridoi umanitari

Saana aspetta di riabbracciare sua sorella Ramia. Sono tre anni che non la vede, da quando lei è partita per Mantova e sua sorella è rimasta bloccata in Libano con la famiglia. Ramia è siriana, così come gli altri 85 profughi arrivati a Fiumicino con un volo da Beirut a Roma per cambiare vita.

Un volo, in sicurezza, grazie ai corridoi umanitari frutto di una collaborazione ecumenica fra cattolici e protestanti. Niente barconi della morte nel Mediterraneo, niente trafficanti di uomini ma un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e dopo la presentazione della richiesta d’asilo.

Saana è emozionata, felice e non ha detto a Ramia che sarà qui, in aeroporto, per accoglierla e portarla a casa. Vuole farle una sorpresa e così quando si apre la porta che separa i visitatori dai profughi, in questa cerimonia di benvenuto, tra musiche dello Zecchino d’oro per allietare i più piccoli (quasi la metà degli 86 profughi arrivati sono bambini) ecco che si trovano subito Saana e Ramia e l’abbraccio è lungo tra le lacrime di gioia.

Ramia è arrivata con la sua famiglia, il marito, i figli e adesso inizierà una nuova vita in Italia, grazie alle associazioni, alla parrocchia che favoriranno l’integrazione sul territorio. Perché l’obiettivo dei corridoi umanitari è non solo salvare chi fugge dalla guerra ma anche avviare percorsi di integrazione.

L’impegno della Comunità di Sant’Egidio e della Federazione delle Chiese evangeliche

“Sono passati quasi quattro anni, – spiega Daniela Pompei, responsabile dei servizi ai migranti e rifugiati della Comunità di San’Egidio – dal primo corridoio umanitario che il 4 febbraio 2016 permise alla famiglia della piccola Falak di arrivare in sicurezza in Italia, senza doversi affidare ai trafficanti del mare. Da allora, da Beirut, oltre 20 corridoi umanitari distribuiti su circa 30 voli aerei hanno permesso l’accoglienza in Italia di 1895 persone, cristiane e musulmane, provenienti soprattutto da Aleppo, Homs, Idlib, Damasco.

Una volta arrivati in Italia i profughi sono accolti dai promotori del progetto e, in collaborazione con altri partner, vengono ospitati in diverse case e strutture disseminate sul territorio nazionale, secondo il modello dell’accoglienza diffusa”. Qui si lavora per favorire l’integrazione attraverso l’apprendimento della lingua italiana, la scolarizzazione per i bambini”.

I corridoi umanitari sono totalmente autofinanziati

“Il progetto dei corridoi umanitari – specifica Pompei – non pesa in alcun modo sullo Stato: i fondi per la realizzazione del progetto provengono in larga parte dall’Otto per mille dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi, ma anche da altre raccolte e donazioni com la Campagna lanciata dalla Comunità di Sant’Egidio.

La stessa Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle chiese evangeliche in italia (nell’ambito del suo programma Mediterranean Hope) e la Tavola valdese per il tramite della Commissione Sinodale per la Diaconia, provvedo alla spese dell’ospitalità dei profughi. Inoltre i i promotori del progetto si avvalgono della collaborazione di alcuni partner e associazioni”.

Accoglienza e ospitalità

Ad accogliere i siriani sono arrivati in tanti, non solo parenti, ma anche amici e comunità. L’attesa, per tutti, è carica di emozione e così quando arrivano nella saletta dell’aeroporto allestita per la cerimonia di benvenuto succede, pure, che una donna profuga corre ad abbracciare una giovane antropologa, senza conoscerla, proprio perché la felicità va condivisa e in un abbraccio si racchiude.

C’è anche Abdoullah, 34 anni, da cinque mesi già in Italia, arrivato proprio con i corridoi umanitari, dove ha iniziato la sua nuova vita sognando di lavorare nel sociale. Ha obiettivi chiari: l’autonomia, vivere non più in comunità, ma in una casa da solo, intanto adesso studia italiano e i suoi studi sulla letteratura araba sono, per il momento, sospesi. Lui è a Fiumicino per accogliere un suo amico, un giovane siriano conosciuto nei campi del Libano

Poi c’è don Francesco, seduto lì sulle sedie in fila, gioca e sorride con i piccoli siriani. Si passano il palloncino, due, tre tiri e tante risate. Lui ha trascorso 28 anni tra le favelas del Brasile e conosce bene l’animo umano. Adesso è da tre anni collaboratore della parrocchia Caravaggio a Bergamo ed è qui con alcuni volontari per accogliere una famiglia con quattro bambini (leggi anche la storia). Sono arrivati con un furgoncino e sono pronti a ripartire con la famiglia verso un nuovo futuro.

L’identificazione dei beneficiari

Oltre tremila le persone arrivate in Europa (Francia, Belgio e Andorra) di cui oltre 2000 solo in Italia con i corridoi umanitari. Altri Stati europei hanno manifestato la loro attenzione al progetto e per questo si spera di far crescere i numeri dell’accoglienza. L’azione umanitaria è rivolta a tutte le persone indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o etnica e i corridoi umanitari sono regolati da un Protocollo d’intesa sottoscritto dal Ministero degli Affari Esteri, Ministero dell’Interno e Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Tavola Valdese e Comunità di Sant’Egidio.

Occorre identificare i beneficiari e non è sempre un’azione semplice. Simone Scotta, responsabile del progetto Libano per il coordinamento Mediterranean Hope, spiega come si arriva ad identificare i beneficiari: “Il Libano non è una realtà semplice, qui i campi di profughi sono sovraffollati e le persone vivono in condizioni di disagio, grave. Il nostro compito è quello di favorire l’identificazione e riceviamo le segnalazioni fornite dagli attori locali, le tante Ong che lavorano lì ormai da anni, le associazioni, gli organismi internazionali, le chiese e gli organismi ecumenici. Ci propongono una lista di potenziali beneficiari e ogni segnalazione viene verificata prima dai responsabili delle associazioni e poi dalle autorità italiane. Le liste, poi, vengono trasmesse alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti per permetterne il controllo. I consolati italiani nei paesi interessati rilasciano infine dei “visti con validità territoriale limitata””.

Dei visti, ai sensi dell’art. 25 del Regolamento (CE) n. 810/2009 del 13 luglio 2009 che istituisce il Codice umanitario dei visti e che, prevede per uno Stato membro la possibilità di emettere dei visti per motivi umanitari e di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali. Per questi motivi i corridoi umanitari si propongono come un modello replicabile negli Stati dell’area Schengen attuando una sinergia virtuosa tra istituzioni e società civile.

“A volte capita – aggiunge Scotta – che ci sia qualche momento di tensione con qualche persona che non essendo stata inserita nella lista dei beneficiari, chiede spiegazioni e fa pressione per essere aggiunta, ma noi spieghiamo che le segnalazioni ci arrivano da chi opera sul territorio e seleziona in base a dei criteri di vulnerabilità ma anche alla capita di inclusione nel paese che accoglie”.

Riconoscimenti

I corridoi umanitari sono il vincitore regionale per l’Europa dell’edizione 2019 del Premio Nansen per i Rifugiati dell’UNHCR consegnato in una cerimonia presso l’ambasciata di Norvegia. Il progetto, inoltre, ha ottenuto il plauso da diversi esponenti istituzionali italiani e internazionali e leader religiosi, primo fra tutti dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e da Papa Francesco.