Ceuta, scontri tra Madrid e Rabat Uso dei migranti per ricattare l’Ue

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Il Porto di Ceuta (Foto Wikipedia Cc Diego Delso)

Cosa c’entrano i migranti arrivati a Ceuta e respinti dalla Spagna con Brahim Ghali ricoverato nell’ospedale di Logroño e il gas fornito dall’Algeria? Proviamo a ricostruire quanto accaduto nei giorni scorsi nel Mediterraneo per capire meglio quali siano gli interessi in gioco.

È lunedì 17 maggio, la Spagna si trova davanti a una crisi migratoria senza precedenti: in 48 ore 8000 migranti di cui 1500 minori, superano il confine militarizzato tra il Marocco e l’enclave spagnola di Ceuta, davanti all’inusuale passività della gendarmeria marocchina. Non era mai successo che un numero così elevato di migranti superasse illegalmente il confine in così poco tempo.

Martedì il governo di Rabat ha chiuso nuovamente i valichi di confine tra Marocco e Ceuta, mentre il ministero dell’interno spagnolo si è affrettato a annunciare lo schieramento dell’esercito e il respingimento di circa 5.600 migranti arrivate a Ceuta. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha subito dichiarato di voler difendere a tutti i costi il territorio nazionale, ottenendo il sostegno dell’Unione Europea. L’Ue intervenuta per voce del vicepresidente della Commissione Margaritis Schinas, ha dichiarato che l’Europa non cederà a ricatti di questo tipo, a dimostrazione del fatto che la questione è più  grave e delicata di quanto si pensi. 

Fronte Polisario di Ghali e il Sahara Occidentale

Il flusso migratorio procedente dal Marocco rappresenta una forma di ritorsione nei confronti di Madrid, come confermato dalla stessa ambasciatrice marocchina che ha ammesso la diretta relazione tra la pressione migratoria e la presenza in Spagna di Brahim Ghali, segretario generale del Fronte Polisario. Brahim Ghali, gravemente malato di Covid, già malato di cancro, ricoverato presso l’ospedale di Logroño, è entrato in Spagna il 20 aprile scorso sotto falsa identità su richiesta dell’Algeria, protettrice da sempre della causa salaharawi e in ottimi rapporti con Madrid, di cui è il principale fornitore di gas. Tutto ciò ha irritato fortemente il Marocco.

Il Fronte Polisario di Ghali opera nel Sahara Occidentale e combatte per l’indipendenza dal Marocco. Possedimento iberico d’oltremare dal 1885, il controllo spagnolo sul Sahara Occidentale cominciò a incrinarsi negli anni 60’ del 900’, quando, a seguito dell’indipendenza algerina e delle risoluzioni Onu a favore del principio di autodeterminazione dei popoli, venti nazionalisti cominciarono a spirare contro la dominazione spagnola portando in breve tempo alla rivolta delle tribù locali arabo-berbere (più generalmente parte del popolo saharawi). Nel 1973 i ribelli si organizzarono nel Fronte Polisario, vero e proprio movimento di liberazione anti-colonialista di ispirazione socialista, sostenuto dall’Algeria e indirettamente dall’Unione Sovietica. 

La Spagna si ritira nel 1976

Quando la Spagna, per via delle forti pressioni locali e internazionali, nel 1976 decise di ritirarsi dal Sahara Occidentale, il Marocco decise di invadere due terzi del paese, giustificando l’annessione con ragioni storiche di appartenenza al regno marocchino; in realtà il Sahara Occidentale, pur essendo quasi totalmente desertico, possiede acque atlantiche molto pescose e vasti giacimenti di fosfati. La risposta del Fronte Polisario all’invasione marocchina fu l’instaurazione della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi (SADR), oltre che la formazione di un governo in esilio in Algeria, dando così inizio a un conflitto che si trascinò per 15 anni.

Referendum mai indetto. 170.000 saharawi nei campi


L’azione di guerriglia continuò a farsi sentire fino al 6 settembre 1991 quando venne dichiarato un cessate il fuoco promosso dalle Nazioni Unite, al quale sarebbe dovuto seguire un referendum per l’integrazione al Marocco o l’indipendenza della nazione salahawari. Tuttavia il referendum non fu mai indetto perché le due parti non si sono mai accordate su chi avesse il diritto di voto, e la situazione si congelò. Il popolo saharawi al momento vive diviso tra i territori occupati del Sahara Occidentale, i territori liberati (circa un terzo del paese) e i campi profughi in Algeria ed in Mauritania che accolgono circa 170.000 saharawi; alcune migliaia vivono anche in Europa, soprattutto in Spagna, Italia e Francia. A dividere i territori occupati dai territori liberati, c’è un muro di 2.700 km eretto dal Marocco negli anni 80’ e difeso da bunker e mine anti-uomo.

L’annosa questione del Sahara Occidentale si è quindi riaperta lo scorso novembre, quando il trentennale “cessate il fuoco” mediato dall’ONU è stato interrotto in seguito a un incursione dell’esercito marocchino nel valico di frontiera di Guerguerat, un’area delimitata a cui nessuna delle due parti avrebbe potuto accedere. Gli scontri tra il Fronte Polisario e l’esercito del regno di Muhammad VI sono quindi ripresi. 

Ceuta, l’amministrazione Trump e il riconoscimento

La “pressione migratoria” esercitata a Ceuta è inevitabilmente connessa al conflitto del Sahara Occidentale, ma il fatto che si ripresenti in questi giorni deriva dalla svolta del 10 dicembre scorso: in cambio della normalizzazione dei rapporti con Israele, l’amministrazione Trump ha riconosciuto per la prima volta la piena sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, stravolgendo 40 anni di risoluzioni dell’ONU. Da allora il Marocco ha aumentato la pressione affinché la Spagna e la comunità internazionale seguano le orme di Washington. Ma l’Unione europea mantiene la sua posizione professando una risoluzione del conflitto nell’ambito dell’ONU e sulla base di un referendum di autodeterminazione. Temendo passi indietro da parte dell’amministrazione Biden e nel pieno della crisi palestinese, Rabat ha voluto alzare la pressione. 

La pressione sull’Europa e i migranti a Ceuta

L’utilizzo del fenomeno migratorio come strumento di pressione sull’Europa, già visto con Erdogan, e adesso a Ceuta con l’arrivo di 8000 migranti in poche ore è figlio nelle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, pilastro dal 2015 della agenda europea e italiana sull’immigrazione. L’esternalizzazione delle frontiere europee gestisce il fenomeno migratorio con una logica repressiva, ovvero attraverso la collaborazione con i paesi di origine e transito, con l’obbiettivo di espellere facilmente i migranti dal territorio europeo o di bloccarli prima di raggiungere le nostre coste; tra i paesi coinvolti si trovano Libia, Tunisia, Turchia, Egitto e per l’appunto il Marocco.

Le politiche di sicurezza prevedono diverse soluzioni, per esempio la moltiplicazione di missioni civili e militari impegnate nel controllo delle frontiere dalla Libia al Niger, il rafforzamento del ruolo dell’Agenzia Frontex nelle operazioni di rimpatrio, il rafforzamento dei sistemi di identificazione e degli strumenti di sorveglianza. La gestione delle frontiere diventa un business tutto a vantaggio dell’industria della sicurezza, come i produttori di armi e le società di sicurezza, spingendo sempre più la politica europea e nazionale sulla migrazione verso una logica repressiva dei fenomeni migratori. 

La denuncia delle Ong a Ceuta

Questo tipo di approccio si è chiaramente ripresentato in occasione dei fatti di Ceuta e dei relativi respingimenti dei migranti che, come denunciano diverse ONG spagnole, si basano su un accordo bilaterale contrario al diritto internazionale in quanto permette i respingimenti di massa “a caldo” entro 10 giorni. L’equilibrio che andava avanti da 30 anni si è inevitabilmente incrinato, innescando una crisi umanitaria che nei prossimi mesi potrebbe aggravarsi a seconda delle decisioni degli attori statali coinvolti, chiaramente sulla pelle di chi spera solo di poter scappare da guerre e povertà.

Ancora una volta l’uso strumentale del fenomeno migratorio mette a nudo le ambiguità e l’inadeguatezza delle politiche migratorie europee e nazionali, passate e presenti.