Romania, il dramma degli orfani bianchi

0
394
Romania

C’è rabbia e sconforto nello sguardo di chi è stato abbandonato in tenera età dalla madre, costretta ad emigrare in Italia per lavorare. Sono i figli delle nostre badanti, delle baby sitter che paghiamo per curare i nostri figli, mentre i loro figli sono lontani e soli, nel migliore dei casi affidati ai nonni, ad un fratello maggiore ad uno zio.  Figure che non compensano però l’assenza dei genitori.

Dall’Asia all’Europa, sono veramente molte le donne costrette a questo enorme sacrificio, lontane da casa per un anno intero, a volte anni. I pacchi che i bambini ricevono, con il timbro estero, pieni di giocattoli, vestiti e scarpe, non colmano il senso di abbandono. 
“Anche se mi ha assicurato una vita dignitosa, decente, la sofferenza per l’assenza di mia madre, ha segnato tutta la mia infanzia”. La voce è quella di Georgeta, 17 anni, ha trascorso l’infanzia con i nonni, mentre sua madre lavorava in Italia. Lei è una dei tanti “orfani bianchi” della Romania. L’Unicef ne stima 350mila, di cui un terzo in Moldavia, metà di loro hanno meno di dieci anni. 
Un fenomeno in crescita in Romania così come quello dell’abbandono dei minori negli istituti o nei reparti maternità. Una scelta dettata dalla povertà, ma anche dall’ inadeguatezza e la paura del nuovo ruolo di genitore, spesso monoparentale, con la convinzione che l’orfanotrofio possa offrire una vita migliore al proprio figlio. Le storie di queste famiglie sono state raccolte dai mediatori culturali che hanno lavorato all’interno del progetto Pro Child, sviluppato in Romania e in Italia. 
Il progetto è stato cofinanziato dall’ Unione Europea tramite il Programma diritti fondamentali e Cittadinanza, per una durata di 23 mesi, dal 10 gennaio 2011 al 10 novembre 2012. Sono stati coinvolti ottomila soggetti, mentre sono 2.197 i ragazzi volontari che hanno partecipato. Sono stati organizzati 134 laboratori, ai quali hanno partecipato più di 2700 persone, di cui almeno 2000 rumeni che vivono in Italia. Grazie ai 264 workshop tra Roma e Brasov 5.500 genitori romeni sono stati sensibilizzati rispetto alle conseguenze della separazione prolungata dai propri figli di crescere un figlio. In 172 casi, il progetto ha garantito un supporto psicologico e sociale a nuclei in difficoltà, mentre altri 134 sono stati assistiti da mediatori sociali. Al centro del progetto ci sono bambini e adolescenti romeni, rom e non, abbandonati in Romania o a rischio di abbandono o di trascuratezza in Romania e in Italia.Le aree di intervento sono state: Milano (gestita dall’associazione Bambini In Romania – B.I.R.), Roma (Spirit Romanesc Onlus), Brasov e Rimnicu Valcea (Inima Pentru Inima Foundation –I.P.I.), invece la formazione dei mediatori è stata gestita dall’associazione Interculturando. 
Lo studio ha indagato, in particolare, le conseguenze del percorso migratorio che costringe molte donne a lavorare migliaia di chilometri lontane dai propri figli.
“La vergogna è la prima emozione che emerge dal nostro lavoro – sottolinea Fabio Grimaldi, psicoterapeuta dell’associazione Spirit Romanesc Onlus -.Questa emozione è direttamente collegata al rapporto che queste donne sono riuscite a costruire con i propri figli. Situazioni di alta conflittualità presenti all’interno delle famiglie che va ben oltre il gap generazionale tipico tra genitori e figli”. Le storie sono spesso molto simili: la mamma lascia il proprio figlio in Romania, per venire a lavorare in Italia. Tutto ciò comporta una difficoltà a gestire poi il rapporto con i figli. “Tutto questo, però, non viene messo in connessione con il processo migratorio, con gli strappi emotivi che i figli hanno subito – aggiunge lo psicoterapeuta -. Di fatto differenze sostanziali nella gestione delle relazioni coi figli emergono quando si esplora il tempo e i modi delle separazioni. La figlia che a tre anni ha raggiunto la mamma in Italia cercherà il conflitto negli stili educativi, sfidando la cultura materna e sposando quella italiana, vivendo come drammatici i viaggi in Romania, cercando però la madre nei momenti di difficoltà. Di contro, chi in adolescenza inoltrata ha raggiunto la mamma, ne accetterà le carezze ma fuggirà a qualsiasi forma di integrazione, salterà la scuola e non avrà amici, se non in Romania.” 
Una volta arrivati in Italia, dunque, questi bambini rischiano di cadere in un nuovo isolamento “che inizia gradualmente per poi diventare una vera e propria reclusione senza possibilità di un contatto con la società – aggiunge Grimaldi – Le ragioni partono probabilmente da una forte insicurezza tale da determinare la paura di “non essere all’altezza” per cui evitando il confronto con gli altri si evita ogni fonte di ansia”. ” Ma alla base dei conflitti c’è il distacco vissuto per anni, un locus completamente disgiunto dal processo migratorio – continua -. L’inconsapevolezza, dunque, che una distanza fisica possa generare distanza affettiva, che questo possa avere conseguenze nella relazione con i figli, e soprattutto l’assoluta quiescenza rispetto alla capacità dei figli di comprendere la decisione di allontanarsi da loro. Chi, attento genitore, considera il malessere del figlio, non prende in considerazione la possibilità che lo sforzo profuso, il sacrificio e l’abnegazione legata alla migrazione possa essere origine di crisi nello sviluppo psichico del figlio, cortocircuitando tra l’altro il proprio processo di integrazione”.