Taranto, domani la mostra “Scatta l’integrazione”. Protagonisti i minori stranieri non accompagnati

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Taranto

Questa volta a parlare sono le immagini: trentacinque scatti per raccontare attraverso le fotografie cosa è l’integrazione. Storie di persone, di giovani, africani e asiatici accolti in un centro di Taranto. Gli scatti sono 35: 15 autoritratti dei protagonisti e 20 immagini della città vecchia.

Domani, domenica 22 maggio, alle ore 17, a Taranto presso la Masseria Carmine.
La location scelta per la mostra – che sarà visitabile solo un giorno, poi diventerà itinerante – è la Masseria Carmine di Vincenzo Fornaro, “un uomo che ha sempre lottato per i diritti della nostra città”. Fornaro è l’allevatore tarantino diventato simbolo della lotta all’inquinamento che oggi coltiva canapa dopo essere stato costretto ad abbattere 2 mila pecore a causa della diossina.
Il progetto fotografico, spiega Maurizio Greco, amante della fotografia e ideatore di questo percorso,è partito a febbraio, con i ragazzi che hanno preso parte al laboratorio di fotografia partito. 15 ragazzi, africani e asiatici tra i 10 e i 17 anni, ospitati nel centro di prima accoglienza per minori non accompagnati gestito dall’Associazione ‘Noi & Voi’ di Taranto. Obiettivo di partenza, avvicinare alla fotografia i giovani profughi, “ma poi è diventato un progetto rivolto a tutte le persone, italiane ed europee, per sensibilizzarle sul tema”, spiega Greco. 
“Alla prima lezione i ragazzi presenti erano 35, – racconta Greco – tra ospiti della struttura ed ex migranti diventati educatori: dopo una breve presentazione iniziale, si parte dalle macchine fotografiche analogiche e digitali, addirittura ce n’è una datata 1938, “montano e smontano, mentre tengono tra le mani, nella maggior parte dei casi per la prima volta, un obiettivo”. Oggi, il gruppo più operativo è di 15 ragazzi, africani e asiatici tra i 10 e i 17 anni (ma qualche educatore è un po’ più grande). “Tutto è cominciato grazie a mio fratello, che mi ha portato a conoscerli – racconta Greco –. Ho capito subito quanto è divertente stare con loro. Certo i problemi di lingua ci sono, ma tra arabo, inglese, italiano e un po’ di gesti ci capiamo. Quelli che più mi hanno sconvolto sono i piccoli: alcuni di loro nemmeno sapevano che sarebbero venuti in Italia, li hanno messi su un barcone a loro insaputa e ora eccoli qui”.

Scritto da p.s.