Words for link, la migrazione con gli occhi dei giornalisti stranieri

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Federica Lento

«Gli immigrati sono integrati non quando parlano in italiano ma quando sognano e ridono in italiano, come facevano nel loro Paese». Così Ejaz Ahmad all’incontro organizzato presso la Sala stampa esteri di Roma da Words for link, scritture migranti per l’integrazione, nel corso dell’incontro dal titolo Il ruolo (reale e potenziale) dei giornalisti con background migratorio nel dibattito pubblico italiano.

Ejaz Ahmad è un giornalista e mediatore culturale di origine pachistana che ha fondato il giornale Azad “libertà” nella sua lingua, a celebrare la possibilità, una volta in Italia, di poter scrivere senza censure, come succedeva nel suo Paese.

Al centro dell’incontro, dunque, giornalisti stranieri che parlano di migrazione. Ed è proprio questo il cuore nuovo dell’incontro: dare  la parola a un intellettuale/giornalista/scrittore di origine migrante di parlare di quello che conosce, la realtà vista dai suoi occhi di “straniero” che vive, lavora e racconta in Italia.

Nonostante la presenza di professionisti con background migratorio nel mondo della comunicazione sia da tempo incisiva, il loro ruolo all’interno del dibattito mediatico resta marginale e la loro voce negli organi di informazione prestata ad essere quella di meri “opinionisti” o contattati “solo durante l’emergenza”, senza invece considerare la loro professionalità e lo sguardo tanto prezioso quanto critico di chi fa il giornalista da straniero in Italia.

A introdurre l’incontro è stata Maria Paola Nanni; ricercatrice sociale e redattrice, lavora stabilmente presso la redazione del Dossier Statistico Immigrazione del centro Idos, ha sottolineato un tema ricorso a lungo nel corso dell’incontro e cioè quello del guardare, dell’osservare per conoscere.

Stefano Galieni, che si occupa di immigrazione e antirazzismo sin dalla fine degli anni Ottanta come attivista, studioso di letteratura africana pubblicata in Italia e infine come operatore dell’informazione, ha moderato l’incontro. «La percezione dell’universo migratorio sembra bloccato dal fatto che immagini e voci nei media non hanno dei volti» ha detto, per poi raccontare di realtà come Black italians, rivista formata da un gruppo di ragazzi e ragazze di discendenza africana, italiana o sudamericana che cooperano con impegno al fine di rendere più attivo e partecipativo il ruolo della comunità africana all’interno del nostro Paese per cui «è utile eliminare il vittimismo dalle abitudini comportamentali della comunità nera, impegnandosi invece a sottolineare gli esempi di integrazione sociale e culturale già presenti sul territorio e a coltivarli affinché questi si trasformino da rari esempi a casi comuni».

Ruolo attivo, dunque, anche per Paula Baudet Vivanco, cilena arrivata a Roma da bambina per scappare dalle persecuzioni del regime di Pinochet, ha fondato nel 2005 la Rete G2, è oggi una dei punti di riferimento del movimento Italiani senza cittadinanza e fa parte di Ansi, Associazione Nazionale Stampa Interculturale. Colonna portante anche dell’associazione Carta di Roma che è diventata punto di riferimento per il codice deontologico dei giornalisti in fatto di racconto delle migrazioni; sua la battaglia per elimininare il termine “clandestino” nel racconto degli stranieri, tanto errato in quanto la clandestinità non è determinata dall’arrivare da stranieri in Italia ma spesso dal subire leggi ingiuste sull’ottenere il permesso di soggiorno. Paula è stata anche redattrice dell’inserto Metropoli de la Repubblica, purtroppo oggi chiuso. Si trattava del primo giornale dell’Italia multietnica, di un’Italia che quindi prendeva coscienza per la prima volta di questa multietnicità e ne affidava il racconto anche a chi viveva da straniero in Italia.

Flore Murard-Yovanovitch, scrittrice e giornalista freelance francese, specialista dell’immigrazione, ha lavorato per l’ONU e per diverse Ong nei Paesi del Sud del mondo, si pone e ci pone invece la domanda del perché raccontare sempre il migrante come una vittima, come un povero sopravvissuto e non invece come un esperto. «Non siamo ospiti grati e muti» è quello che le hanno risposto i giornalisti di Blackpost e Pagina migrante quando ha chiesto loro di come vivono la loro professione in Italia. Ha poi sottolineato l’importanza di progetti editoriali condivisi, dove giornalisti specializzati lavorino insieme, non relegando gli stranieri al ruolo di opinionismo della disperazione.

A concludere l’incontro il giornalista e scrittore Cleophas Adrien Dioma, originario del Burkina Faso, che ha scritto a lungo per la rubrica Italieni di Internazionale, e organizzatore del Summit nazionale delle diaspore. Si occupa da anni di comunicazione interculturale e cooperazione internazionale, organizzando progetti di intercultura e lavorando come educatore e mediatore culturale. Al centro dei suoi temi di interesse c’è l’Africa, la cooperazione e le ragioni che portano gli stranieri in Italia, non necessariamente o non solo dettate dalla disperazione: «Volevo raccontare il mio essere normale. Ero stanco di dover spiegare di dove sono e perché sono venuto in Italia. Sono arrivato qui non perché stavo male nel mio Paese ma perché cercavo qualcosa di diverso».

Words for link è un piano co-finanziato dal FONDO ASILO MIGRAZIONE E INTEGRAZIONE 2014 – 2020, Obiettivo Specifico “2. Integrazione / Migrazione legale” – Obiettivo Nazionale “ON 3 – Capacity building – lett m) – Scambio di buone pratiche – inclusione sociale ed economica SM”

Il progetto collabora con la cooperativa sociale Lai-momo, con il Centro Studi e Ricerche Idos e l’Associazione Culturale Mediterraneo (ACM), la Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée (BJCEM) e le associazioni Eks&TraRazzismo Brutta StoriaLe Réseau.

Words for link nasce con l’intento di valorizzare la scrittura migrante in Italia, promuovendo il confronto e lo scambio di buone pratiche in tale ambito, convinti che questa produzione culturale« aiuti a innescare un cambiamento nella rappresentazione del migrante nell’immaginario collettivo, così da creare nella società condizioni favorevoli alla convivenza con cittadini dei Paesi terzi, andando oltre le percezioni negative e i pregiudizi radicati in Europa».