Volti del 7 marzo 1991/ Gjoni Pjerin, un medico in fuga per la libertà

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Gjoni Pjerin
Gjoni Pjerin

Qui non mi sono mai sentito straniero. Il mio primo ambulatorio? La banchina del porto di Brindisi. Ora soccorro gli italiani con il 118

Tra le migliaia di facce – ventisettemila, per la precisione – che affollavano la banchina del porto di Brindisi, da qualche parte nascosta in un piccolo puntino colorato c’è anche la sua, quella del dottor Gjoni Pjerin. Anche lui in quei giorni concitati del 1991 si imbarcò in Albania, a Durazzo, in tutta fretta e arrivò in Italia nella storica data del 7 marzo 1991 (7 marzo 1991: trent’anni fa gli albanesi arrivarono in Italia leggi anche qui). E in quelle prime ore di emergenza si mise subito a lavoro. A trent’anni di distanza, ritroviamo quello spirito tenace nel distinto signore che incrociamo mentre lascia la sala del Museo Ribezzo di Brindisi, dove è in corso la cerimonia con il premier Edi Rama per ricordare l’arrivo degli albanesi in Puglia, chiamato a soccorrere un’agente di Polizia che ha avuto un capogiro. 

Dottore, anche lei arrivò proprio quel 7 marzo?

“Sì, con la nave “Liria”, che in albanese significa “libertà”, e proprio per questo: per trovare un po’ di libertà. Allora avevo già undici anni di esperienza come medico pediatra alle spalle, da sette ero direttore di un piccolo ospedale rurale, alla periferia di Durazzo. Siamo partiti con la nave che ha fatto il tragitto più difficoltoso, restando in mare per 36 ore, e poi in rada a Brindisi prima di avere il permesso di sbarcare».

Era un professionista avviato, con un ruolo di responsabilità: perché è partito?

«Il clima politico era pessimo, si prospettava una guerra civile prima delle elezioni, e poi mancava la libertà. Dopo la caduta del Muro di Berlino avevo lo stesso sogno di tutti i popoli dell’Est: poter essere come i cittadini nati e cresciuti nella democrazia. Volevo allontanarmi da una gabbia a cielo aperto».

Anche lei partì senza bagagli né altro?

«L’unica borsa che avevo con me era quella professionale di medico, che dopo un po’ di giorni ho anche riconsegnato in patria, con stetoscopio e tutto il resto, affidandola a un peschereccio che doveva tornare indietro. Penso che la correttezza debba essere l’unica linea maestra».

Quando è arrivato qui, che ne è stato della sua professione?

«Il mio primo ambulatorio è stato la stazione marittima a Brindisi, tre giorni e tre notti lavorando non stop per visitare e aiutare chi era partito con me. Poco più tardi, fu allestito un ambulatorio presso il Perrino dove ho continuato a visitare, e tra i “miei” c’era pure qualche brindisino. Dopodiché ho dovuto sistemare la mia posizione: non essendo la mia laurea riconosciuta in Italia ho dovuto prenderne una seconda all’Università di Bari, che ho conseguito con lode, e ho poi proseguito specializzandomi in Virologia».

E nel frattempo, come ha fatto a mantenersi?

«Studiavo e lavoravo in agricoltura, come meccanico, nell’assistenza agli anziani e ai tossicodipendenti, che ai tempi erano considerati le persone più “borderline” della società».

Ha continuato a vivere a Brindisi?

«Sì, ho scelto Brindisi, continuando appena ho potuto a lavorare nell’emergenza per soccorrere chi ha bisogno: sono un medico del 118 all’ospedale Perrino».

Il fatto che fosse straniero, soprattutto all’inizio, ha influito sulla percezione che di lei avevano i suoi pazienti italiani?

«No, non mi sono mai sentito straniero, qui sono stato accolto non solo a porte aperte, ma con il cuore. A volte, dopo anni che manco dalla mia terra, mi capita piuttosto di sentirmi straniero se torno lì a Durazzo».

Oggi, da albanese emigrato in Italia, ha potuto salutare idealmente la sua terra incontrando il premier Edi Rama. Che impressione le fa?

«Credo che Rama, con lo staff governativo, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e il sindaco di Brindisi Riccardo Rossi abbiano onorato la memoria di quell’evento “biblico” in cui il popolo brindisino e i pugliesi in generale hanno saputo dare una lezione al mondo intero per la solidarietà e la stupenda accoglienza dimostrate. Non abbiamo mai sofferto e non siamo mai stati “in gabbia” qui nemmeno un minuto. Persino il porto di Brindisi, me lo ricordo, non aveva recinzioni. E oggi lì al porto possiamo ammirare una placca che trasforma la banchina nel “Portico degli albanesi”: un bellissimo segno di fratellanza, che davvero riempie l’anima».