Libri / “Traiettorie di sguardi. E se gli altri foste voi?” Il diario dell’alterità di Geneviève Makaping

0
38
traiettorie di sguardi

Uno spaccato che ha denunciato in modo rigoroso e diretto una società divisa e frammentata in tanti micro e macro centri e micro e macro margini. Un’alternanza in cui tutti, più o meno consapevolmente, viviamo immersi esercitando libertà di espressione e di azione con responsabilità oppure come mero strumento di dominio sugli “altri diversi”. 

Un percorso intimo quello che Geneviève Makaping, camerunese giunta in Italia negli anni Ottanta, che per lungo tempo ha vissuto e lavorato in Calabria come giornalista e docente di Antropologia culturale presso l’Universita’ della Calabria, ha raccontato nel libro Traiettorie di sguardi. E se gli altri foste voi?, edito da Rubbettino nel 2002. 

Un percorso divenuto un diario da condividere con il lettore, dinnanzi al quale ogni parola denuda il pregiudizio che, nell’Italia dei decenni scorsi, secondo l’esperienza di Geneviève “Jenny”, avviluppava il tessuto sociale. Una lettura, quella offertaci dalla scrittrice definita eccentrica, ancora attuale per riflettere su cosa e quanto ad oggi sia cambiato. 

Genevieve ha praticato un esercizio di osservazione che ha reso “lo sguardo più acuto e che, pur se dolorosamente, allarga la linea dell’orizzonte di chi osserva, educandolo all’ascolto”. Tale esercizio ha spinto chi lo abbia praticato lontano da quegli ambienti rassicuranti, in cui si era soliti muoversi con scioltezza, sol perché ci si sentiva parte di quel centro in cui tutti avevano la pelle bianca. Da tale punto di osservazione sono nate un’indagine, che i frangenti più dolorosi della sua vita rendevano sempre più acuta e articolata in pensieri e parole, e l’impegno a dire quel che dai meandri di una realtà sconosciuta allora chiedeva di avere voce. 

Ciò per cui bisogna lottare non è il diritto alla diversità ma il diritto ad essere ciò che si è, con gli stessi diritti. Il riconoscimento universale di questi custodisce l’unica vera essenza dell’uguaglianza. Le differenze sono ancora oggi occasioni di esclusioni e categorizzazioni nelle quali si annidano e si alimentano il sentimento razzista e il pregiudizio. Ciò accade sia al centro che al margine poiché entrambi questi ambienti, in tutte le loro molteplici rappresentazioni, ne fanno parte. 

In questo viaggiare fuori e dentro da sé, la giornalista e antropologa ha cercato di mantenere imparziale la sua indagine sociologica, senza dimenticare che anche lei stessa è stata al centro dell’osservazione, di cui è stata in realtà la sorgente e l’ispirazione. “Il mio sguardo si sposta da un luogo all’altro e devo ricordarmi  – ha scritto Geneviève Makaping – che ci sono anche io su cui farlo scorrere e posare”. Un’esperienza dura e dolorosa quella che ha posto Geneviève Makaping, giunta in Italia dal Camerun negli anni Ottanta, contro chi vedeva nella sua negrezza un segno di inferiorità e nel suo essere donna un pretesto di dominio. Tuttavia ella non ha ceduto alla logica del vittimismo delle minoranze e si è impegnata per esercitare i suoi diritti come essere umano e membro di una comunità, ben consapevole che l’inferiorità che le veniva attribuita nasceva prima del colore scuro della sua pelle. “Il punto, e mi sfiora un sorriso, è che io non so perché la pigmentazione della mia pelle è così, malgrado sappia esattamente – ha scritto Geneviève Makaping – la ragione per la quale sono diventata nera“.

Una provocazione che induce alla riflessione e che delinea una visione, per qualcuno un’utopia, ad ampio raggio in cui dignità e libertà di ciascuno trovano medesimo spazio a livello globale, laddove si attiva lo strumento della responsabilità individuale nelle singole comunità, considerate tasselli del più complesso ed eterogeneo puzzle della comunità globale. 

Il buonsenso suggerisce di allargare le nostre vedute solo quando si sia certi di aver osservato bene intorno a noi ciò che accade e di aver assunto, individualmente prima e collettivamente poi, un ruolo nei confronti di quei valori che riteniamo universali. Ebbene, possono esistere delle minacce per l’uguaglianza e la libertà, che prontamente manifestiamo di condividere e che condanniamo. Attenzione però a tutto ciò che insidia profondamente il nostro essere e che spesso non riconosciamo apertamente, lasciando che si mimetizzi dietro la paura del diverso, l’esigenza di sentirsi gruppo e il timore di confronti individuali, la paura di smarrire una propria identità nazionale (che evidentemente scricchiola alle basi) e di contaminare le proprie tradizioni, la resistenza ad una forma di accoglienza fatta di reale interazione ed effettiva cooperazione. Questa minaccia latente, che difficilmente viene ammessa, si chiama discriminazione e il punto di partenza per impedirle di radicarsi è rappresentato dalla consapevolezza per la quale “le diversità sono sempre almeno due” in ogni incontro. Ci dovremmo chiedere se la diversità, mai presente in uno solo ma in entrambi gli interlocutori, non costituisca un problema nella nostra cultura, nel nostro quotidiano. In questo libro Genevieve Makaping ha raccontato di aver subito discriminazioni nel nostro paese, proprio qui fra noi, e di avere scelto di condividere la propria esperienza attraverso la stesura di questo libro. La discriminazione è il primo vero nemico di quei valori inviolabili la cui enunciazione e la cui condivisione, senza un’effettiva liberazione dal pregiudizio e dalle etichette, perde ogni significato. Tale argomento ci trova molto poco inclini alla problematizzazione del fenomeno, all’ammissione di alcuni atteggiamenti magari ormai consolidati, ad alcune reazioni sempre ben giustificate, che invece nascondono quel che è difficile riconoscere nella sua interezza e gravità, poiché è universalmente combattuto: il razzismo. 

Se razzismo deve essere, allora, che sia almeno consapevole, schietto, che almeno del suo impatto sulla comunità sia identificabile chi debba esserne responsabile.

Le razze esistono. La Treccani definisce la razza come “popolazione o insieme di popolazioni di una specie che condividono caratteristiche morfologiche, genetiche, ecologiche o fisiologiche differenti da quelle di altre popolazioni della stessa specie”.

Questo era anche il presupposto del manifesto della Razza del 1938 che getto’ nell’orrore della Shoah anche l’Italia: “1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi (…) 2.2. Esistono grandi razze e piccole razze (…)”. É in questa ultima asserzione che si è annidata la deriva irreversibile del ragionamento e, nei fatti, la “legittimazione” del genocidio ebraico.

Di per se’ non è errato concepire che vi siano popoli con caratteristiche differenti ma è criminale estremizzare tali differenze fino a renderle rivelatrici di superiorità e inferiorità per le comunità di riferimento.

“Io appartengo all’unica razza che conosco, quella umana”, disse invece il grande scienziato di origini ebraiche, Albert Einstein, negli Stati Uniti dove si era rifugiato in fuga dalla Germania nazista nel 1933. Einstein non fu uno scienziato che nego’ la biologia ma fu un uomo che sottrasse alla manipolazione perversa del delirio di onnipotenza una innocua condizione del genere umano.

“Dobbiamo disimparare il pregiudizio”, ha scritto Genevieve Makaping. La sua esperienza ci serve ancora per conoscerci. Il suo racconto ci è utile perché ci pone di fronte ad una realtà con cui dobbiamo necessariamente fare i conti, abbandonando i falsi passi di un antirazzismo facile che fa stare tutti dalla parte giusta in un ruolo che, pur dovendo essere quello di un attore nella promozione concreta di valori, invece diventa un ruolo di passivo, a volte incoerente, spettatore. 

Sul filo di un’alternanza necessaria ma non definitiva tra “me” e “loro”, “loro”, “i diversi da loro” e “la mia gente al margine”, “gli “uni” e gli “altri”, “minoranze” e “maggioranze”, Genevievè Makaping ha raccontato il suo viaggio di osservazione, di scoperta, di indagine in riferimento alla discriminazione di razza, un fenomeno trasversale che alimenta i pregiudizi e che coinvolge, a tutte le latitudini, tutti gli individui, compromettendone il pieno esercizio delle libertà e l’uguaglianza nei diritti. 

Un’esperienza che ha affinato in lei la capacità di decostruire e di analizzare fatti e comportamenti in quando rappresentativi solo di un aspetto di un problema invece molto più ampio e sommerso. 

L’esperienza di discriminazione, in quanto donna e in quanto donna di colore, nel decennio che ha preceduto e negli anni che hanno inaugurato il Duemila, ha condotto Genevieve Makaping a maturare il desiderio di ascolto e comprensione, di osservazione e ricerca. Uno sguardo che durante la sua partenza dall’Africa, scorreva velocemente su quanto la circondava. I “bianchi” erano ciò che avevano e per questo erano superiori, stavano su un piedistallo ma solo perchè “avevano” di più e non perchè “fossero” di più.  

Geneviève Makaping

Genevievè ha inteso articolare in consapevolezza il suo vissuto. Durante il suo viaggio non comprendeva tanti episodi, si arrendeva dinanzi a certi divieti, a certe difficoltà e si indignava rispetto ad altri. Poi il suo sguardo si era acuito, come il suo ascolto, e si era soffermato più attentamente sugli altri e su sé stessa. “Non è affatto ovvio capire a fondo il perché delle cose che ci accadono, malgrado nell’immediatezza dei fatti abbiamo la certezza di aver subito un torto o, peggio, di essere rimasti feriti nella nostra persona. La ferita sanguina ancora di più di quando prendiamo coscienza delle sue cause”. Questo scriveva Genevieve Makaping nel 2002 per raccontare che gli orizzonti si erano allargati dolorosamente e faticosamente quando aveva realizzato che il colore della sua pelle incarnava un’inferiorità totale e globale della persona, non riguardando solo uno svantaggio in termini di ricchezza. “La sua inferiorità è stata pensata prima della sua negrezza”. Si stentava a comprendere, ha evidenziato nel suo libro, un concetto fondamentale e cioè che la schiavitù aveva posto le persone di colore in una posizione di svantaggio. La schiavitù, come evento storicamente e socialmente determinato e concluso. Dunque non il colore della loro pelle li aveva resi schiavi ma la storia nel suo complesso percorso.

Le parole di Genevieve hanno raccontato e interrogato, alzando i toni e tacendo all’occorrenza per denunciare, anche con il silenzio, ciò che, oltre ad essere universalmente ingiusto, era divenuto intollerabile e inaccettabile per lei stessa, donna di colore con il diritto ad avere dei diritti. Il suo confronto con il centro le forniva quegli strumenti di conoscenza a consapevolezza di cui l’Occidente aveva gia’ da tempo piena disponibilità e che aveva spesse volte utilizzato per alimentare il pregiudizio e, poi, per non vederlo. Genevieve li ha utilizzati invece per decostruire quello stesso pregiudizio e ri-denotare certune parole che “a volte sono pietre”, come tolleranza, extracomunitario, persona di colore, povero. La sua strategia si è concretizzata attraverso la mediazione e il dialogo. Ha cercato le ragioni di una propria appartenenza, sapendo di dover prima individuare e scandagliare le ragioni della sua esclusione. 

Un’azione instancabile e costante tra margine e centro, tra essere, come lei stessa ha scritto, border line, eccentrica, al centro ed essere al margine al tempo stesso. Ella si è trovata al centro rispetto al margine in era rimasta la “sua gente” e al margine rispetto al centro della società occidentale. È stato per lei un vero e proprio esercizio, una sfida.

Non si può scegliere dove nascere ma si può scegliere dove rinascere e a quali e quanti luoghi appartenere, senza dimenticare mai dove si sia nati e da dove si sia venuti e senza che questo crei fratture o etichette, ma esperienze virtuose e preziose di condivisione. Di queste la diversità e l’alterità possono essere generose e privilegiate occasioni.