Cinema/Tangle, il filo della Memoria e la trama della Storia

0
23
pentidattilofilmfest

Il corto di animazione di Malihe Ghloamzadeh proiettato nella sezione Cineducational del XIII Pentedattilo Film Festival

Una foto, nel silenzio di una stanza segnata dalle rovine, muove le corde di un’anima. In quella stanza devastata, in quel focolare oltraggiato dalla violenza, quella foto parla un’ultima volta ad una giovane donna rimasta sola. Riposta su un muro, essa incarna l’incipit della narrazione di una storia struggente scandita dall’abbandono dei luoghi natii alla volta di terre straniere, verso un confine da oltrepassare per assicurarsi una possibilità di vita, metafora pregnante dell’emigrazione di popoli in fuga da guerre, morte e violenze. 

Questa storia è affidata al cortometraggio di animazione Tangle di Malihe Ghloamzadeh (Iran 2019), proiettato al cinema teatro Odeon Reggio Calabria e al cinema teatro Nuovo di Siderno,  nella sezione Cineducational della XIII edizione del Pentedattilo Film Festival. Premiato in occasione di numerosi festival (Short film Iranian Cinema Celebration, Anthem Libertarian Film Festival e Spirit Awards Brooklyn Film Festival), il film breve dà vita al dramma umano e profondo che ogni guerra genera nel mondo. Malihe Ghloamzadeh, con poesia, sensibilità e intensità, si muove lungo quel filo sottile che lega ostinatamente l’umanità, costretta a fuggire dalla guerra e dall’istinto di sopravvivenza, alla famiglia, agli affetti, alla terra di origine, alla casa e a tutto ciò che è essenza di ogni esistenza, a tutto ciò che resiste all’esplosione delle bombe e alla deflagrazione di ogni speranza. 

Il suo passo è delicato perché oggi quel filo è in costante pericolo per intere generazioni di popoli e si intreccia nel cuore tormentato delle trame della Storia, rischiando di spezzarsi ogni volta, quindi spesso, in cui esistenze di intere comunità sono minacciate da ingiustizie, discriminazioni e conflitti. Il titolo Tangle, groviglio di fili e memorie che sono già nostalgia, sintetizza efficacemente questa ispirazione di fondo, sapientemente trasposta con un tratto delicato ed essenziale, con la forza espressiva del bianco e nero e delle infinite sfumature che ne nascono. Un’alternanza di luci e ombre che bene si attaglia ad una narrazione intensa in cui le immagini sono parole non pronunciate ma non meno vive.

Una foto e un primo filamento di nostalgia destinato a moltiplicarsi, a dilatarsi e ad alimentarsi di luoghi, emozioni e lacrime: con questa immagine potente si apre il corto di Malihe Ghloamzadeh, metafora di un dolore che si dipana, che scende anche dagli occhi come la giovane donna scende le scale. Ogni passo, prima lento e silenzioso e poi pesante e rumoroso, è la voce di chi vorrebbe restare ma non può, di chi non vorrebbe andare ma deve farlo, incarna la grevita’ del momento e si contrappone alla leggerezza di quelle tende che non avranno più alcuna intimità familiare da proteggere.

Durante quel cammino, prossimo ad una fuga obbligata, il racconto si affida a quel filamento primordiale che lega la giovane protagonista a tutto ciò che ella tocca nel disperato tentativo di lasciare qualcosa di se’, in quel luogo così caro, e al contempo di trattenere frammenti di una vita felice che improvvisamente si allontana.

Al seguito della giovane donna il pubblico “sente e vede” la guerra attraverso la condizione dei luoghi, bombardati, distrutti e desolati, che lasciano trapelare una esistenza passata, vissuta in pace con momenti di spensieratezza, evocati da quel campanaro tracciato a terra. Una suggestione quasi antica e profondamente stridente con le bombe che intanto esplodono, distogliendo la giovane dal suo passo ed inducendola a fuggire.

Unico personaggio del cortometraggio, la giovane donna condivide il ruolo di protagonista con quei fili e tutto ciò che rappresentano. Di particolare pregnanza il richiamo alla nostalgia, che nasce e si alimenta sotto gli occhi del pubblico, ai legami che restano vivi e tengono in vita, nonostante la distanza e lo strappo, e che durante quella fuga affannosa la salvano da un burrone. Un’altra metafora molto potente di cui ogni migrante testimonia l’autenticità con la propria nostalgia che ammanta il proprio animo ramingo in terra straniera per assicurarle calore.

E così la storia si scrive e proliferano i filamenti, si srotolano al ritmo feroce dei bombardamenti come i capelli lunghi della giovane protagonista, prima raccolti come i grovigli (tangles appunto) di una vita che che non si arrende e cerca faticosamente una nuova dimensione, poi scioltisi al ritmo del passo che aumenta. La giovane corre, inciampa e si rialza, affrontando una salita ripida ed impervia, in un crescendo di pathos che si nutre dei suoni drammatici della guerra e di quelli incalzanti di una colonna sonora che diventa parte integrante della narrazione. 

Un viaggio solitario dalla forte dimensione interiore che conosce un approdo inatteso. Un confine attende la protagonista, oltrepassato il quale quei filamenti si spezzano in un finale che tiene ancora alta la tensione emotiva del pubblico. 

Una scena poetica in cui la giovane guarda indietro e avanti, sospesa tra la possibilità di futuro e il pericolo ormai quasi passato, il dolore di un distacco inesorabile e quello di una speranza struggente. Attimi interminabili in cui si condensa il dramma di chi deve andare avanti pur desiderando di tornare indietro, di chi non sa più a quale luogo appartenere, di quali legami nutrirsi e quale vita attendere. Quell’ultimo passo pesa più del primo e conduce la giovane al di la’ del confine, segnato dal filo spinato, dove su un paletto sventola una bandiera bianca. 

È la resa dei sogni di una vita infranta ma è anche il momento preciso in cui il passato si consacra come tale e i fili si recidono. Il dolore raggiunge il culmine in quell’istante. È la fine di tutto e quei fili esanimi a terra dall’altra parte del confine lo testimoniano. É il momento della tregua. Il pericolo è passato, come tutto il resto, e adesso non rimane che la possibilità di sopravvivere, cercando un nuovo modo di andare avantI.

Ma quei fili, per quanto interrotti, sono lì a terra al di lá del confine e conservano un’anima da custodire ancora, da fare decantare. Alla giovane è adesso richiesto un altro atto di coraggio, l’ultimo di una vita e il primo di un’altra. Afferrati quei fili recisi, inizia a intrecciarli con sorprendenti pazienza e lungimiranza e ne fa un involucro candido e compatto.

I grovigli adesso sono disfatti, i nodi sciolti e un nuovo inizio ha le sembianze di un bozzolo di farfalla, una vita breve ma piena di bellezza, in una terra diversa che, alla fine, si rivela popolata da altri “bozzoli”, bianchi e luminosi, tante altre persone che, prima della nostra protagonista, avevano oltrepassato lo stesso confine, compiuto lo stesso viaggio solitario tra le macerie di un vita per sfuggire alla morte. Malihe Ghloamzadeh sceglie questo finale per imprimere al dramma della guerra la coralità che merita, senza tralasciare che ogni persona attraversa, comunque, quel confine nella solitudine della propria anima.