Siria, tra rivoluzione e guerra mediatica

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Siria

L’analisi del giornalista Naman Tarcha, siriano di Aleppo, laureato in Comunicazione a Roma, vive e lavora da anni in Italia. Ricercatore, osservatore, ed esperto di Mass Media e Cultura araba, e dell’area mediorientale.

Sull’onda della cosiddetta “primavera araba” che ha portato dei forti cambiamenti nella regione, anch’io come tanti siriani all’inizio ero entusiasta e speravo in un cambiamento: chi non lo sarebbe? Conoscevo i limiti del mio Paese, sfregiato da corruzione e parassiti del potere. Sognavo un paese più giusto, più democratico, multipartitico, più libero, una Siria più bella.
Ma questo sogno si e’ trasformato nell’incubo di una maledetta primavera!
Nel marzo 2011 parte una protesta a Daraa, città di confine; la polizia, impreparata a manifestazioni, reprime la protesta duramente con arresti e scontri. La solidarietà arriva subito da artisti, scrittori, pensatori; queste proteste dureranno poco, e muteranno in scontro armato con attacchi all’esercito siriano e atti di terrorismo che colpiscono prima di tutto i civili.
La rivoluzione per la libertà e la democrazia era un’altra cosa e aveva altri obiettivi. Libertà?
I siriani vanno fieri delle libertà civili che hanno ottenuto nella loro storia, dove le donne, ad esempio, hanno tutti i diritti civili e politici: dall’istruzione al lavoro, alla piena partecipazione politica, diritti di voto e candidatura al parlamento, con quattro ministri donna e due consigliere presidenziali (a differenza di altri paesi arabi, dove alla donna è vietato vedere perfino una partita di calcio). In tutto ciò sapete qual era una delle prime richieste dei manifestanti a Daraa? Il rientegro del Nicab (velo integrale) che e’ vietato nelle università e negli uffici pubblici in Siria! Democrazia? Pur essendo un sistema difficile da applicare in un paese composto da un mosaico di etnie e religioni, siamo parlando di uno Stato indipendente e sovrano, con una costituzione laica, che garantisce il rispetto di tutti i componenti della società siriana, in un equlibrio sottile.

La Siria è una isola felice

La Siria è una isola felice, paragonata ad altri paesi arabi, che sono monarchie assolute senza costituzione, voto, e parlamento! I cosiddetti portatori di democrazia urlavano durante le prime proteste: “I Cristiani a Beirut e gli Alawiti nella bara!” Bella la democrazia!
Penso tutto ciò non perché ho cambiato idea, ma perché piano piano si e’ svelata la vera faccia di questa presunta rivoluzione. I colleghi giornalisti che si trovavano allora nel paese mi confermavano che questa rivolta popolare non c’era, era inesistente: loro erano lì, ma nessuno da qui li voleva davvero ascoltare. Una collega che si trovava a Damasco, mentre nei tg italiani facevano vedere dimostrazioni oceaniche, giurava di essere nel luogo indicato e che non c’era nessuno. Dopo queste dichiarazioni non è stata più contattata, ed e’ stata sostituita con corrispondenti da Beirut e Istanbul.
I giornali e i salotti tv si sono riempiti di analisti ed esperti del Medio Oriente che però non conoscono la Siria, non ci sono mai stati, e non conosco neanche un siriano, e che esprimono opinioni basate su questa non conoscenza. Quantità enormi di foto false, video prefabbricati, proteste inscenate e riprese, manifestanti arrestati trovati in possesso di bottigliette di colorante rosso usato come sangue, corpi ammassati di vittime che ridono fuori onda, funerali dove il morto si alza in piedi a fine ripresa. Tutte queste prove e video sono ancora in rete, e mi hanno confermato ciò che sapevo direttamente dal Paese.

Ma come si può credere ad una rivoluzione che fa uso di prove false ? Sui mezzi di informazione, tutto ciò che non era in sintonia con la linea editoriale celebrativa della rivoluzione veniva ignorato. Ma ciò che spavanta davvero è che tv e giornali con una lunga storia di professionalistà e indipendenza pendono ancora dalle labbra di fonti spesso a dir poco di parte, senza verificarne l’ attendibilità, ignorando che sono finanziate e controllate da governi e forze conivolte direttamente nel confilitto siriano.

Tre esempi clamorosi: due televisivi, Al Jazeera, il colossale network proprietà del Qatar, e Al Arabiya, che è il canale all news dell’Arabia Saudita, che ovviamente seguono le politiche dei loro proprietari contro Assad, ed un cosiddetto osservatorio dei diritti umani siriano, con sede a Londra, guidata da un solo uomo, un oppositore del Governo che si spaccia per attivista per i diritti umani e promuove una presunta Ong, che continua a diffondere numeri e notizie sulla Siria senza contraddittorio, in una vera e propria guerra mediatica.
Quando viene dichiarata una guerra, la prima vittima è la Verità. Arthur Ponsonby, 1928

Scritto da Naman Tarcha