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Sheherazade e l’identità femminile tra Oriente e Occidente

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Sheherazade e l'identità femminile tra Oriente e Occidente

E’ la direzione dello sguardo che cambia la visione. Se guardi da Occidente o da Oriente la percezione è diversa. Se poi si cerca di capire il ruolo della donna nel Mediterraneo ecco, allora, che la rappresentazione e l’identità cambiano a seconda della vista della sponda del mare.
Da questa sponda del Mediterraneo abbiamo sempre identificato le donne dell’altra riva come Sheherazade, donne sottomesse e costrette a vivere nell’harem.

Eppure ad illuminarci sul potere delle donne e sulla vita ci sono i racconti e gli scritti di Fatima Mernissi, una delle voci più eloquenti del mondo musulmano d’oggi. La scrittrice, sociologa marocchina, fa giustizia degli stereotipi negativi e delle visioni idealizzanti dell’harem e coinvolge i lettori in una dimensione affascinante, in cui il desiderio di libertà femminile si intreccia alla difesa orgogliosa della propria cultura.
C’è tutto questo in La terrazza proibita. Vita nell’harem, per i tipi della Giunti. Nella sua opera di decostruzione dell’immaginario orientalista sull’harem, Mernissi pone, invece, in un confronto diretto le rappresentazioni dell’harem, realizzate in Occidente e in Oriente. La prima eclatante differenza notata dalla sociologa marocchina è il fatto che mentre nelle pitture occidentali le donne dell’harem sono ritratte nude, passive e pronte a soddisfare tutti i desideri maschili, “in Oriente, la terra degli harem, gli uomini musulmani, arabi, persiani o turchi che siano, quando osano eludere il bando delle immagini e dipingere le dame dei lori sogni, fantasticano di donne assertive, dalla forte volontà e, imprevedibilmente mobili”. Inoltre Mernissi sottolinea come la storia dei paesi islamici e arabi sia piena di racconti di ricchi sultani che amavano circondarsi delle concubine più istruite e abili in tutte le arti conosciute. La conclusione a cui giunge è che mentre nel mondo musulmano bellezza, intelligenza e intraprendenza sembrano andare di pari passo, nel mondo occidentale l’opposto pare essere vero. Dopo una serie di ricerche la scrittrice si dice convinta che deve esserci un legame tra la rappresentazione delle donne nell’harem come passive e vulnerabili e le raccomandazioni dei filosofi occidentali che le donne abbiano un accesso limitato alla conoscenza.
Fatima Mernissi racconta i confini del “suo harem” partendo proprio dal fatto che è nata, nel 1940, in un harem di Fez, dove doveva rispettare i hudud. Scrive: “Mio padre era solito dire che con i cristiani, e con le donne i guai nascono quando non vengono rispettati i hudud, ovvero i sacri confini. Al tempo in cui nacqui, dunque, si era in pieno caos, perché né donne né cristiani volevano saperne di accettare i confini. E questo era evidente già sulla sogli di casa, dove le donne dell’harem discutevano e si accapigliavano con Ahmed, l’uomo a guardia della porta, mentre per strada sfilavano i soldati stranieri che continuavano ad arrivare dal nord…”.
Racconta dell’harem, Fatima Mernissi, dei confini e dell’oltre l’uscio, della terrazza proibita e del fermento delle donne. Narrando storie che partono dalla sua identità riesce a criticare la cultura occidentale e le sue radici, compara le vite delle donne, prima di tutto destrutturando le categorie di “donne musulmane” e “donne occidentali”, per cambiare visione e aprire un dialogo sul “femminismo interculturale”.