Sacco e Vanzetti, il dolore dell’emigrazione e una “giustizia” infedele all’innocenza

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Sacco e Vanzetti

“Rammenta sempre, nel gioco occasionale della felicità di non tenerla tutta per te. Aiuta i perseguitati e le vittime perché sono questi gli amici migliori. Nella lotta della vita troverai così molto di più e sarai rinatoessi sono i compagni che lottano e
cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver
reclamati felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del
lavoro. In questa lotta per la vita tu troverai gioia e soddisfazione e
sarai amato dai tuoi simili (…).

Si, Dante mio, essi potranno ben crocifiggere i nostri corpi come già fanno da sette anni:
ma essi non potranno mai distruggere le nostre Idee che rimarranno ancora più belle per le future generazioni a venire. Dante, per una volta ancora ti esorto ad essere buono ed amare con tutto il tuo affetto tua madre in questi tristi giorni: ed io sono sicuro che con tutte le tue cure e tutto il tuo affetto ella si sentirà meno infelice (…)

(Nicola Sacco, Torremaggiore 22 aprile 1891 – Charlestown 23 agosto 1927 scrive al figlio Dante prima dell’esecuzione). 

Ho già detto che non soltanto non sono colpevole di questi due delitti, ma non ho mai commesso un delitto in vita mia non ho mai rubato, non ho mai ucciso, non ho mai versato una goccia di sangue, e ho lottato contro il delitto, ho lottato sacrificando anche me stesso per eliminare i delitti che la legge e la chiesa ammettono e santificano.

Questo è ciò che volevo dire. Non augurerei a un cane o a un serpente, alla piú miserevole e sfortunata creatura della terra, ciò che ho avuto a soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un’altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso. Sto soffrendo perché sono un radicale, e in effetti io sono un radicale; ho sofferto perché sono un italiano, e in effetti io sono un italiano; ho sofferto di piú per la mia famiglia e per i miei cari che per me stesso; ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora. Ho finito. Grazie

(Bartolomeo Vanzetti, Villafalletto 11 giugno 1888, Charlestown 23 agosto 1927, prima che fosse pronunciata la sentenza di condanna a morte).

La Prima Guerra mondiale e la successiva politica del terrore perseguita dal ministro della Giustizia americano Alexander Mitchell Palmer, attraverso retate notturne, arresti arbitrari, processi sommari ed espulsioni, per contrastare il piano comunista di sovvertire il governo degli Usa, per contenere e neutralizzare i contraccolpi della rivoluzione bolscevica; i radicali stroncati a Boston e in Massachusetts e le tensioni alimentate dal governo contro il pensiero comunista e la militanza anarchica, ritenuti minacce per il governo statunitense. In un paese in preda alla Paura Rossa,in cui corpi speciali di spie si infiltravano nei sindacati delle fabbriche alla ricerca dei ribelli da far tacere e delegittimare, in un paese che da anni già veniva raggiunto da milioni di emigranti, soprattutto italiani e specialmente meridionali, alla ricerca di lavoro e di una possibilità di futuro, siffatto clima creò un contesto di forti ostilità e di serpeggiante discriminazione nei confronti di chi aveva diverse provenienza, condizione sociale, idee politiche. Un clima sfociato in un cieco pregiudizio verso chiunque, faticando e spaccandosi la schiena, chiedesse diritti e una voce per rivendicarli.

E’ l’anno in cui l’anarchico italiano Andrea Salsedo, siciliano, vola da un ufficio dell’FBI sito al quattordicesimo piano del Park Row Building, dopo essere stato arrestato, interrogato e torturato, senza alcuna difesa e garanzia. Fu negata ogni responsabilità e il fatto fu archiviato come suicidio. Una scena, per molti drammatici aspetti, simile a quella alla quale la storia Italiana di mezzo secolo dopo avrebbe assistito, in un’altra città, con un altro anarchico in un contesto di tensioni sociali non meno complesso.

​Questo è il clima che si respira nell’aprile del 1920. Presidente degli Stati Uniti è il democratico Woodrow Wilson, lo stesso che, dopo avere disatteso gli impegni assunti con il National American Woman SuffrageAssociation (NAWSA) per il diritto al voto delle Donne, dopo aver consentito che Alice Paul e Lucy Burns e altre attiviste per il Suffragio universale negli Usa, in protesta pacifica davanti alla Casa Bianca, fossero arrestate, torturate e isolate in carcere, costrette a mangiare durante il loro sciopero della fame, fu “obbligato” dalla determinazione di Alice e delle altre militanti, dalla stessa Nawsa e dall’opinione pubblica a sancire finalmente il diritto al voto delle donne nel 1920 nel Diciannovesimo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America. In quell’aprile 1920, il pugliese Nicola Sacco e il piemontese Bartolomeo Vanzetti, amici e figli di un’Italia unita dal destino di Emigrazione, furono arrestati e “interrogati”, senza che le loro risposte avessero importanza alcuna, per l’omicidio di un contabile e di una guardia nel calzaturificio “Slater and Morrill”, scaturito da una rapina consumatasi a South Braintree in Massachusetts.

​Nicola “Nick” Sacco, operaio in un calzaturificio, e Bartolomeo”Burt”  Vanzetti, gestore di una rivendita di pesci, non comunisti ma militanti del gruppo anarchico degli ItaloAmericani, costretti a difendersi per le proprie idee, erano conosciuti come soggetti radicali coinvolti in scioperi, agitazioni politiche e propaganda contro la guerra, alla quale si erano sottratti fuggendo in Messico. Nessuna cittadinanza americana per loro che negli Stati Uniti erano arrivati oltre dieci anni prima.

​Dopo un processo a tutti gli effetti politico – giudice Thayer e accusa sostenuta dal procuratore Katzman – il cui svolgimento mise in luce numerosi dubbi sulla loro colpevolezza, e un verdetto condizionato dal loro orientamento anarchico e dal pregiudizio imperante nei confronti delle minoranze, per quanto popolosa, degli Immigrati italiani negli Stati Uniti, furono condannati a morte e giustiziati il 23 agosto del 1927, sulla sedia elettrica a Dedham, nel Massachussetts. E intanto due presidentirepubblicani si erano avvicendati alla Casa Bianca Warren Harding e Calvin Coolidge.

​Una xenofobia pervasiva del sistema di Giustizia, valore solo sulla carta e non tradotto nei fatti perché manipolato per asservirlo a logiche discriminatorie delle minoranze e di censura delle idee politiche; una Giustizia che tradiva sé stessa per servire i potenti e che, per assicurare continuità a quel sistema di potere e sedare ogni tentativo di cambiamento e di affermazione di libertà degli ultimi, generava ingiustizie e sopraffazione dei più deboli, già provati dallo sradicamento dai luoghi di origine, dall’esilio in terra ostile, dallo sfruttamento nelle fabbriche, dagli stenti e dalle umiliazioni continue, dai quei margini sempre più stretti e senza via di scampo in cui vivevano, senza possibilità si riscatto o miglioramento di condizioni: ecco cosa era l’America che nel secolo scorso attraeva, per poi deludere e ingannare, i cercatori di un sogno, non regalato ma da conquistare con la fatica del Lavoro e la Dignità. Tra questi milioni furono gli italiani e tra questi tanti meridionali. Una Storia di soprusi e angherie con cui l’America non ha mai fatto i conti. Una riflessione amara che, alla luce delle violenze e dei venti di Razzismo che vediamo spirare nei confronti della comunità afroamericana ancora oggi, si rivela tutt’altro che anacronistica e fuori luogo ed invece urgente e necessaria.

​Un agosto di memoria che ancora deve scavare le coscienze; memoria per la morte per mano dello Stato di due innocenti di pelle bianca, ma di diversa cittadinanza ed estrazione sociale, ed anche il celebre discorso “I Have a Dream”, pronunciato il 28 agosto 1963 al termine della marcia per la parità di Diritti Civili a Washington(https://www.corriere.it/cronache/20_agosto_28/i-have-dream-discorso-integrale-martin-luther-king-28-agosto-1963-2fa195ba-e8ff-11ea-a9ca-79a6b2bfb572.shtml), cinque anni prima di essere assassinato a Memphis, da Martin Luther King, pastore protestante dalla pelle scura, attivista e leader del movimento per i Diritti Civili della comunità Afroamericana che mezzo secolo dopo la morte di Sacco e Vanzetti marciava per un’Uguaglianza tra le persone ancora da raggiungere.

​E’ la Storia. La Storia in cui, come sempre accade, sono i più vessatia dimostrare il coraggio e la Dignità di sfidare i potenti per perseguire valori insopprimibili e universali come la Libertà dalla Discriminazione, dalla Fame e il Diritto al Lavoro, all’Uguaglianza di opportunità, a un Futuro anche se diversi, anche se stranieri e lontani da casa. Mai, vivendo l’intera esistenza, avremmo potuto sperare di fare così tanto per la Tolleranza, la Giustizia, la mutua Comprensione fra gli uomini”disse Bartolomeo Vanzetti, poco prima di essere condannato a morte.

​Una storia che è anche emblema dell’emigrazione che ha condotto anche verso gli Stati Uniti, milioni di cittadini italiani in fuga dalla fame e dalla miseria per andare incontro ad un duro destino di persecuzioni e ingiustizie.”Al centro immigrazione ebbi la mia prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di incoraggiamento, di gentilezza per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato negli Stati Uniti” – Nicola Sacco.

​Tra i calabresi che oltrepassarono l’oceano alla ricerca di una possibilità di futuro anche Giuseppe “Joe” Zangara, proveniente da Ferruzzano (Reggio Calabria) la cui storia è anch’essa frutto del dolore della fame e di quello dell’emigrazione, del rifiuto delle ingiustizie e del dovere esasperato di cambiamento; una storia che è anche emblema di una indignazione che ha travalicato ogni limite per degenerare in un progetto criminale che ha rischiato di cambiare per sempre la Storia del Novecento. Il destino di immigrato italiano negli Stati Uniti di Giuseppe “Joe” Zangarasi compì in modo tragico il 15 febbraio del 1933, al Bayfront Park di Miami, quando tentò di uccidere il presidente Franklyn Delano Roosevelt. Mancò il bersaglio e uccise il sindaco di Chicago Anthon J. Cermak. Un errore che gli costò il sospetto, per lui motivo di indignazione, che fosse un sicario della malavita o un anarchico. Invece lui aveva agito senza appartenenza alcuna, da solo. Non negò mai di aver avuto l’intenzioneuccidere il presidente, in quanto simbolo di uno Stato e di un Capitalismo che stritolava le persone più umili e disagiate, impedendo loro una vita dignitosa e qualsiasi forma di ascensore sociale e di meritato riscatto.

Fu giustiziato anche lui sulla sedia elettrica il 20 marzo del 1933 a Raiford. Lui era colpevole e mai lo negò, ma la sua storia è stata completamente rimossa. Fu subito disconosciuto dalla comunità ItaloAmericana. La condanna severa era meritata – anche se la pena capitale ha più il sapore di una vendetta privata che di un atto di Giustizia perseguita in nome di uno Stato e straripa nell’arbitrio – per il gesto di aver ucciso un uomo e di aver ferito altre persone, di aver progettato di uccidere e di aver attentato alla vita del presidente degli Stati Uniti; tuttavia, anche se colpevole, non fu meno bersaglio di pregiudizi per il suo essere italiano, meridionale, povero, ultimo. Cadde nelle maglie del sospetto di essere mafioso e di essere anarchico. Invece lui era solo indignato e arrabbiato e non trovò altra soluzione che la violenza. Anche per lui la sedia elettrica, utilizzata fino alla metà degli anni Ottanta per l’esecuzione delle condanne capitalinegli Stati Uniti, fu sostituita dall’iniezione letale, considerata un metodo meno degradante e doloroso. Un “autentico slancio di umanità” per l’unico Paese occidentale a rientrare ancora tra i 76 che ancora mantengono la pena di morte.

Contrariamente a Giuseppe Joe Zangara, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti ebbero l’innocenza dalla loro, ma non bastò a salvarli nonostante la mobilitazione internazionale. Nick e Bart, così venivano chiamati dai numerosi intellettuali che dopo la lettura del verdetto e nelle more dell’esecuzione, ne sostennero l’innocenza: Dorothy Parker, Edna St. Vincent Millay, Bertrand Russell, John Dewey, George Bernard Shaw, John Dos Passos, Upton Sinclair e H.G. Wells guidarono una protesta per chiedere un nuovo processo, ma senza alcun successo. Anche il Duce Mussolini aveva scritto all’ambasciatore statunitense a Roma Henry Fletcher per chiedere un intervento. Al governatore della Massachusetts,Alvan Fuller, fu chiesto un atto di Giustizia, non di Grazia o di Clemenza. Ma fu negato. “Ancora una volta mi avete dimostrato che il sistema si regge sulla forza, sulla violenza. La società nella quale ci costringete a vivere e che noi vogliamo distruggere è tutta costruita sulla violenza. Mendicare la vita per un tozzo di pane è violenza, la miseria, la fame alla quale sono costretti milioni di uomini è violenza, il denaro è violenza, la guerra e persino la paura di morire che abbiamo tutti i giorni. A pensarci bene è violenza“, disse in quell’occasione Bartolomeo Vanzetti. Nicola Sacco aveva da tempo già perso ogni speranza che la loro innocenza fosse dichiarata. Bartolomeo Vanzetti incontrò il Governatore da solo.

Soltanto cinquant’anni dopo, il 23 agosto del 1977, il governatore Michail Dukakis riconobbe gli “errori” commessi durante il processo. Ma non un rilascio fu possibile. Solo la riabilitazione della memoria di Sacco e Vanzetti, con un proclama che, post mortem, li assolse: “Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”. In realtà nessuna libertà e nessuna giustizia poterono seguire a quelle dichiarazioni. Una storia drammatica che riapre, ogni volta, la ferita di una pena, quale quella capitale, tanto irreversibile quanto suscettibile di condizionamenti. Fu unerrore giudiziario che come tale, qualora fosse possibile ritenere la pena di morte utile e giusta, avrebbe dovuto renderne da allora in poi l’applicazione assolutamente intollerabile.

Il film del 1971 “Sacco e Vanzetti” (https://www.raiplay.it/programmi/saccoevanzetti) con Riccardo Cucciollae Gian Maria Volontè, diretto da Giuliano Montaldo, ricostruisce il difficile e complesso momento storico in cui si svolge la vicenda di Nicola e Bartolomeo. Restaurato dalla Cineteca di Bologna, dall’Istituto Luce-Cinecittà e da Rai Cinema nel 2017, esso si pregia di essere arricchito dalle note e dalle parole di “Here’s to You, musicata dal compianto Ennio Morricone, scritta e interpretata da Joan Baez(https://www.youtube.com/watch?v=XMDZGQGeK6A). La colonna sonora richiama proprio le parole finali del discorso di Bartolomeo Vanzetti: Here’s to you Nicola and Bart, Rest forever here in our heartsThe last and final moment is yours. That Agony in your triumph” (Vi rendo omaggio Nicola e Bart. Per sempre riposerete nei nostri cuori. Il momento ultimo e finale è vostro. Quell’agonia è il vostro trionfo).

La Giustizia non fa parte di un sistema di potere” canta Kento, al secolo Francesco Carlo, rapper originario di Reggio Calabria da sempre militante e impegnato con la sua musica e suoi testi, riprendendo le parole del governatore del Massachusetts, Alvan Fuller, al momento dell’incontro con Bartolomeo Vanzetti prima dell’esecuzione. Nel 2009 Kento ha dedicato a questa storia un album “Sacco o Vanzetti” (https://www.youtube.com/watch?v=gS8wfXupd9c).

La storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti riapre ogni volta ferite mai completamente rimarginate come il dolore dell’emigrazione, il dramma del pregiudizio e del razzismo e quello dell’irreversibilità della pena di morte. Il pericolo della dimenticanza consiste proprio nel rischio che si annida nel perpetuarsi di eventi e comportamenti che il passato dovrebbe avere completamente chiamato a sé, liberando dalla sua onta il presente e il futuro. La memoria deve sollecitare riflessioni, diventando anche impegno per il cambiamento vero, l’unico ad essere duraturo.