Ruanda, le sue mille colline insanguinate, la voce delle sue donne nella storia

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Memoriale Vittime Genocidio Ruanda
Memoriale Vittime Genocidio Ruanda

Anna Foti

Infinite colline e, venticinque anni fa, il genocidio ruandese. Venticinque anni fa la morte di centinaia di migliaia di ruandesi in poco più di cento giorni. Oggi nel paese, incastonato nel cuore dell’Africa orientale, al confine con Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Tanzania e Burundi, sanguinano ancora la memoria e la storia.

Il Ruanda è ancora tra i paesi più poveri del mondo, la cui economia è fondata principalmente sull’agricoltura.

Dall’aprile del 2000 il capo del FPR Fronte Patriottico Ruandese (Tutsi), Paul Kagame, è presidente della Repubblica. Le ultime elezioni di sono svolte nel 2017 ma quelle più contestate e tacciate di poca trasparenza sono state quelle del 2010.

Ciò nonostante, in ragione dell’epocale movimento delle popolazioni tra Africa ed Europa e del dramma dei detenuti in Libia che troppo a lungo sono stati ignorati dagli stessi stati africani, a compiere un passo importante in questo percorso di responsabilizzazione rispetto a tali fenomeni è stato proprio il presidente ruandese Kagame, pioniere dell’apertura delle frontiere. 

Siglato tra Ruanda e l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, infatti, un accordo che prevede l’accoglienza di 500 persone provenienti dai centri libici di detenzione. E’ la prima esperienza di uno Stato africano che si assume la responsabilità di altri africani detenuti in Libia. Unico percorso auspicabile per contenere l’esodo e contrastare le reiterate e gravi violazioni dei diritti umani.

In Ruanda donne sono ancora una volta il segno di desiderio di rinascita. Secondo la classifica aggiornata al 1° gennaio 2019 dall’Inter-Parliamentary Union, il Ruanda è infatti il Paese che nel mondo ha il più alto numero di deputate donna in Parlamento. La Svezia è la prima d’Europa. “Ruanda, il paese delle donne” è proprio il  titolo del recente documentario di Sabrina Varani incentrato sulla testimonianza di Yvonne Tangheroni Ingabire, Valerie Mukabayire, Godelieve Mukasarasi, tre donne ruandesi impegnate nella ricostruzione del loro paese e nel riscatto delle donne vittime di abusi e violenze.

Il genocidio

Era l’aprile del 1994 e il massacro sarebbe durato fino al luglio di quell’anno. Una tragedia resa ancor più drammatica da una ricostruzione postuma, e largamente condivisa da chi ne ha scritto, che delinea errori e responsabilità di personalità con ruoli importanti nella comunità internazionale. Nel paese più popoloso dell’Africa con poco più di undici milioni di abitanti e, al tempo stesso, tra i più piccoli del mondo con una superficie di ventiseimila chilometri quadrati (poco più grande del nostro Piemonte), tra la primavera e l’estate del 1994 si consumò un massacro raccontato dall’informazione di quei giorni come una guerra civile, una delle tante che imperversavano in Africa. Invece si trattò di un conflitto etnico che avrebbe potuto essere evitato. In soli centoquattro giorni sono stati uccisi almeno 800 mila ruandesi con una media, seconda solo ad Auschiwtz, di 4.900 morti al giorno, di un omicidio ogni diciotto secondi per oltre quattro mesi, e due milioni di ruandesi sono stati costretti alla fuga. Il terzo genocidio del Novecento, dopo quello ebraico e quello armeno.

Indipendente dal Belgio dal 1962, abitato da una minoranza di pigmei, i Twa, dalla maggioranza di Hutu, contadini giunti dal Camerun, e dai Tutsi, allevatori insediatisi per ultimi ma vicini per storia, cultura, tradizioni, lingua e destino al resto del popolo ruandese, ancora oggi il Ruanda, il paese africano più cattolico, porta i segni devastanti del massacro di cui è stato scenario.

La storia della definizione dei confini all’epoca della conferenza di Berlino nel 1885, l’avventura coloniale belga del 1900, l’influenza delle ondate missionarie cattoliche hanno segnato le vicende delle due etnie dominanti che si trovarono al centro di un’alternanza strumentalizzata ed estenuata al punto da indurre ad una vera e propria competizione per ottenere l’appoggio dei belgi colonizzatori.

La carta di identità etnica, introdotta in quel periodo, testimoniò che l’idea di cooperazione e cammino comune era solo un’utopia. Proclamata la repubblica ruandese nel 1961, il presidente Hutu Kayibanda, che non fece mistero della sua politica discriminatoria nei confronti dei Tutsi, e il successore grande diplomatico e filo-francese Habyarimana, che trovò nell’idea del nemico comune dei Tutsi un punto di forza per mantenere saldo il proprio potere, contribuirono all’intensificazione delle tensioni tra etnie e tra i clan interni alle stesse, nonché alla fuga dei Tutsi verso i paesi vicini. La rete di rapporti intessuta da Habyarimana rese il Ruanda destinatario di ingenti fondi per lo sviluppo anche se il panorama sociale assumeva forti connotazioni discriminatorie e restrittive di libertà e diritti.

L’economia divenne dipendente dal mercato esterno, sicché con il crollo del prezzo del caffè iniziò un declino che sfociò nella carestia, nell’indigenza diffusa e nella povertà, nonostante gli aiuti continuassero a pervenire. Queste le premesse che questa “dittatura in odore di santità”, come era stata definita la presidenza di Habyarimana, aveva creato e che, dopo l’attentato allo stesso presidente (6 aprile 1994), avrebbero indotto al massacro dei Tutsi, più volte denunciato dal generale Dallaire alle Nazioni Unite, restie nel riconoscerlo. Quei centoquattro giorni (6 aprile/19 luglio 1994) che seguirono, costarono la vita di quasi tutto il popolo Tutsi, sterminato con uccisioni selettive e poi indiscriminate, con pesanti attacchi ai civili.

Tanto sangue e infinito orrore sono custoditi nella memoria delle colline del Ruanda.

Il cammino lento della Giustizia 

Il Ruanda divenne il paese col più alto traffico di armi. Seguì la fuga degli Hutu dall’attacco del FPR, in cui militavano i Tutsi fuggiti e riorganizzatisi in Uganda nel 1987 e che il 19 luglio 1994 instaurarono il nuovo governo. Nel 1997 fu istituito il Tribunale Internazionale, con sede ad Arusha in Tanzania, per processare e condannare i colpevoli di genocidio crimini contro l’umanità; tra questi, il colonnello Aloys Simba, condannato nel 2005 a 25 anni di carcere, e l’ex sindaco della città di Gikoro, Paul Bisengimana, condannato nel 2006 a 15 anni di detenzione.

Ed ancora nello stesso anno, condannato a 15 anni di carcere il sacerdote cattolico Padre Athanase Seromba per i crimini di genocidio e sterminio. La sentenza del 4 luglio 2007 di un tribunale belga ha condannato a 20 anni di carcere Bernard Ntuyahaga, un ex maggiore dell’esercito ruandese coinvolto nell’uccisione di 10 peacekeeper dell’Onu belgi e di diversi civili. Ntuyahaga aveva diffuso la falsa notizia che i caschi blu erano stati responsabili dell’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava il presidente Habyarimana, episodio che aveva costituito  il pretesto per avviare le uccisioni di massa.

Fabien Neretsé, oggi residente in Francia, è adesso sotto processo, accusato di genocidio e crimini di guerra in Ruanda, per aver preso parte all’uccisione di un numero indeterminato di persone, alcuni dei quali di etnia Tutsi. È anche sospettato di essere coinvolto negli omicidi di un belga, di suo marito e della loro figlia a Kigali il 9 aprile 1994.

Una pagina di storia lacerante per il Ruanda e non solo

Violenze, stupri, esplosioni, morte per un’operazione di sterminio evitabile, di fronte alla quale la comunità globale è rimasta a guardare. Un orrore al quale si è assistito, inerti e indifendibilmente passivi, complici forse i fallimenti delle operazioni di peacekeeping condotte in Somalia. Nessun intervento, nessun invio di rinforzi per evitare che le premesse di questo genocidio, e di quanto seguì, si verificassero. Una denuncia dai toni forti, è stata anche lanciata dallo scrittore Daniele Scaglione nel suo volume dal titolo volutamente provocatorio “Istruzioni per un genocidio. Ruanda cronaca di un massacro annunciato”. Il Ruanda assurge a simbolo di una “deriva nella quale e’ precipitata la gestione della crisi che globalizzazione e modernizzazione hanno aperto in un angolo del mondo”. Lì nel cuore oscuro dell’Africa, “continente perduto, smarrito a ogni progetto di crescita”, abbandonato dalla speranza, privato persino della breve possibilità di rilancio concessagli prima che il crollo del muro di Berlino consegnasse l’est dell’Europa a quello stesso mondo di investimenti e sviluppo, Scaglione trova linfa per denunciare.

Lo sguardo oltre le mille colline

Si uniscono a questa voce anche le testimonianze raccolte dalla psicoterapeuta Ivana Trevisani nel suo libro “Lo sguardo oltre le mille colline” in cui si ritrae il paese di Agathe, Geneviève, Liliana, Agnès, Anne Marie, Florence, Claire, donne che hanno patito il genocidio e che oggi raccontano e ricostruiscono. Testimonianze dinnanzi alle quali la stessa scrittura riscopre la propria vocazione originaria e diventa strumento di narrazione, ponte che unisce chi si racconta a chi, accettando di sospendersi, si pone in atteggiamento di ascolto. Un libro che corre, dunque, sul filo spinato di una memoria strappata all’oblio e intrisa di sangue, violenza, dolore, paura. Così l’autrice raccoglie le testimonianze di donne violate nel corpo e nello spirito e depredate di affetti, di pudore ma mai di dignità e di speranza. In questa tela, che la Trevisani tesse pazientemente, si percepisce la tenacia e la forza spese per attingere dalla memoria e guardare alla storia con uno sguardo che oggi osa oltrepassare quelle colline ancora insanguinate. Questa sfida è anche quella di Anne Marie, una delle protagoniste, che “parlando, continua a sbucciare fagioli dal suo paniere in grembo, e il gesto via via si sposa con il ritmo del racconto, come stesse sgranando un rosario”. Così la Trevisani, nell’introdurre come di consueto la sua interlocutrice, descrive Anna Marie nell’atto di raccontarsi attraverso parole che significano da sé, per il coraggio che si richiede a pronunciarle, e che diventano solenni e autentiche come fossero una preghiera. La memoria, tuttavia, non invita alla passività. Ed ecco che la Trevisani, al termine di ogni testimonianza, torna a tracciare le linee della sua interlocutrice come a voler sottolineare il continuo movimento che discende dal lavoro di scavo interiore e di ricerca. Così scrive di Anne Marie: “oltre l’apparente velo di rassegnazione, brillano due piccole pietre lucide di speranze determinate”. Ogni storia ha dunque un volto, un nome e un presente spezzato da un passato calpestato che tuttavia, cercando la sua compiutezza, non può trovarla soltanto nella memoria poiché ogni vita ha bisogno di nutrirsi di orizzonti e di credere nel futuro.

Pieghe di storia che in realtà custodiscono mille storie che senza il fiume di parole, impegnatosi nel tentativo di raccontarle, avrebbero rischiato di essere dimenticate, cancellando e annientando così una seconda volta le persone che le hanno attraversate.

Il paese delle mille colline

Un richiamo alla nostra memoria distratta, disattenta o forse ignara, a quella memoria perduta in quelle stragi consumate e poi dimenticate, in quegli orrori vissuti e di cui mai nessuno si è curato, in quei frammenti di storia laceranti, scomodi e dolorosi che, pur se conservati nel silenzio e nell’oblio, cercano una coscienza da scuotere, poiché i complici di questa tragedia, di questa indisturbata operazione di “pulizia etnica”, sono stati davvero troppi. Descrizioni e testimonianze per raccontare il “meraviglioso susseguirsi di declivi terrazzati, di piccoli centri abitati, campi zappati, alberi di eucalipto, piantagioni di tè e di caffè”. Il paese delle mille colline, “ricco di alture riempite da foreste fluviali , brughiere ondulate, altipiani ricoperti di savana, picchi vulcanici affilati”, è stato scenario di un teatro sanguinario dagli epiloghi inesorabilmente drammatici, i cui spettatori hanno lungamente oltraggiato la dignità della persona, l’etica dei diritti e la responsabilità dell’azione con la brutale violenza, la complicità della disinformazione, dell’indifferenza e dell’oblio della memoria. Oggi quello stesso paese, tra i più poveri di materie prime, deve fare i conti con un pressione demografica che riduce sempre più le aree coltivabili e le derrate alimentari. Un paese che, tuttavia, conserva una sua natura straordinaria e tormentata.

“Le colline di Kanombe erano un oceano verde. Le piantagioni di tè ei bananeti occupavano tutto quello che l’occhio di un uomo poteva vedere. Il vento leggero di quel pomeriggio fresco spingeva la vegetazione al gioco delle onde come sotto una carezza. Lungo il sentiero che accompagnava Clement verso la sua casa, crescevano delle orchidee e dei gerani grandissimi con i quali spesso giocavano i colibrì. Si immobilizzavano in aria, agitavano de energicamente le piccole ali. La testa, con la precisione di un chirurgo spingeva il becco fin dentro il fiori dal quale sarebbe stato prelevato quello che serviva”.

Da “ La notte delle stelle cadute” di Roberto Mauri, infermiere professionale in aree di conflitto.

Quella del Ruanda è una storia di discriminazione che riserva una lezione drammatica che mai avremmo voluto dover apprendere circa le responsabilità individuali e circa le responsabilità di una comunità internazionale la cui non – azione si è rivelata fatale, in quel drammatico spaccato storico, perché necessario sarebbe stato intervenire e proteggere persone e diritti ed evitare un massacro di innocenti.