Il coraggio di Andrea Rocchelli e la sua morte in Ucraina

Federica Lento

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Andrea Rocchelli, Andy, aveva trenta anni quando è stato ucciso ad Andreyevka insieme all’interprete e attivista per i diritti umani Andrei Mironov, mentre lavorava al suo reportage sulla guerra in Donbass. Le indagini aperte dopo la sua morte, sia in Italia che in Ucraina, stavano prendendo la piega dell’incidente, benché tutto facesse pensare a un omicidio mirato. Oggi, a tre anni dalla sua morte, i genitori di Andy, Elisa e Rino, non si sentono più tutelati dallo Stato italiano, “hanno avuto troppa fiducia nelle istituzioni, credevano che lo Stato li potesse difendere, che potesse fare chiarezza ma si sono trovati da soli a fare i sopralluoghi, a cercare la scheda di memoria con gli ultimi scatti di Andy e non è normale che dei genitori a cui hanno ucciso un figlio debbano fare le indagini, per questo ho deciso di accettare il loro caso”, ha detto Alessandra Ballerini, avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione, nell’incontro al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia dedicato al coraggio di Andrea Rocchelli.

La testimonianza del fotoreporter francese

Le dinamiche di questa morte sono rimaste oscure per troppo tempo, benché ci sia un testimone di quello che è accaduto, il fotoreporter francese William Roguelon, anche lui ferito. La sua voce, la sua testimonianza è rimasta inascoltata fino a pochi giorni fa, lasciato solo a ricordare quei drammatici istanti: “Il 24 Maggio Andy, Andrei ed io siamo andati in un villaggio per registrare le testimonianze di un bombardamento. Sulla strada ci siamo fermati davanti a una fabbrica, un treno bloccava la strada. In quel momento non c’era alcun segnale di pericolo. Siamo scesi dall’auto e abbiamo iniziato a camminare lungo la strada con le macchine fotografiche ben visibili. Stavamo facendo delle foto e in quel momento un civile ci ha avvisati di andare via perché c’erano dei cecchini. Mironov ci ha detto di tornare verso la macchina e in quel momento abbiamo sentito i primi colpi di kalashnikov e poi di obice. Sono stati almeno trenta colpi; i primi hanno colpito l’auto, io sono stato ferito alle gambe. L’attacco è durato tra i trenta e i quaranta minuti. Quando hanno cessato di sparare mi sono alzato per allontanarmi, ho mostrato le macchine fotografiche e ho urlato che ero un giornalista. A quel punto i soldati pro russi mi hanno insultato e mi hanno urlato di andare via. Sono salito in auto e sono arrivato in ospedale. Io stesso mi sono levato le schegge dalle gambe. Quando sono tornato in hotel alcuni giornalisti italiani e russi mi hanno aiutato nella denuncia. Quello che non potrò mai dimenticare è il rumore e la sensazione di calore dei proiettili che mi sfioravano”.

Il dolore trasformato in causa civile

Non era uno sprovveduto Andy, ci tiene a raccontarlo sua madre, era un bravissimo fotoreporter, aveva studiato e conosceva quello che stava facendo. Dopo un Master presso il Politecnico di Milano, dal 2009 Andy documentava gli abusi sui civili negli stati del Caucaso in Inguscezia, Cecenia e Daghestan, la crisi etnica nel Kirghizistan del Sud e gli avvenimenti legati alla Primavera Araba in Tunisia e Libia. Andy è stato dimenticato dalle istituzioni ma i suoi genitori non smetteranno di far conoscere la sua vocazione, quella di raccontare la verità senza costrizioni o restrizioni, in libertà, perciò al Festival dei diritti umani, che si terrà a Milano il 3 Maggio, cureranno una mostra con le sue foto. “Quello che rende più difficile la sua vicenda è il tempo, troppo tempo è trascorso dalla sua morte a quando le indagini sono diventate efficaci” dice l’avvocato Ballerini che chiede, mentre la madre di Andy le accarezza il braccio per ringraziarla, di non tradire la fiducia di due genitori che non hanno odio nei loro occhi ma che non possono permettere che la verità, quella che Andy cercava di documentare sempre con le sue foto, venga ancora nascosta. Come i genitori di Giulio Regeni o Ilaria Alpi, si legge sul viso di Elisa e Rino una grande dignità nel raccontare la storia di loro figlio e nel cercare la verità sulla sua morte; hanno avuto la capacità di trasformare il dolore in una causa civile, quella di unire tutti quei genitori che hanno perso i figli, uccisi mentre cercavano di raccontare cosa accade nelle zone di guerra. La speranza è che possa partire un’azione civile, una campagna per Andy e per tutte quelle persone che con il loro lavoro hanno cercato di abbattere muri fisici e intellettuali in nome della verità, per il bene della nostra esistenza, per costruire un futuro diverso per tutti noi.