Rivolta Rosarno, cinque anni dopo nulla è cambiato per i migranti

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Rivolta Rosarno

Nulla è cambiato. In questa terra del sud, dove il tempo scorre lentamente, anche la rabbia e la determinazione dei migranti sfruttati dalla ‘ndrangheta sono stati messi a tacere per sempre.

 
Qui, in Calabria, a Rosarno, cinque anni dopo la rivolta degli africani, tutto è inesorabilmente immutato: lavoro nero, baracche fatiscenti per i braccianti che arrivano ogni anno per lavorare i campi e raccogliere le arance.
Era il pomeriggio del 7 gennaio del 2010 quando tre migranti africani, di ritorno dai campi in cui avevano lavorato alla raccolta degli agrumi per pochi euro l’ora, furono feriti da persone mai identificate con armi ad aria compressa. Bianchi contro neri, italiani contro migranti. Ma la forza di reazione dei migranti fu imprevista e coraggiosa. Nessuno si era mai ribellato: marciarono a Rosarno scontrandosi con la polizia e con gruppi di italiani abitanti del posto. Fu una ribellione vera, contro chi li voleva solo sfruttare. Il bilancio fu grave: vetrine danneggiate, cassonetti ribaltati, aggressioni. Seguirono poi spedizioni punitive e “ronde autonome” da parte di gruppi di italiani contro gli stranieri. In due giorni 53 persone restarono ferite: 18 poliziotti, 21 stranieri e 14 italiani.
Fu emergenza. Ma in cinque anni non è stato fatto nulla per cambiare il sistema.
Oggi è sempre più drammatica la situazione dei lavoratori immigrati nella piana di Gioia Tauro. Nonostante i ripetuti appelli della società civile le condizioni di vita e di lavoro degli oltre duemila braccianti stranieri, giunti nella piana per la raccolta degli agrumi, rimangono disastrose.
I dati raccolti dalla clinica mobile di Medici per i Diritti Umani (Medu) parlano chiaro. Lavoro nero, sotto salario e strutture di accoglienza inesistenti la dicono lunga sulle condizioni di emarginazione vissute dai braccianti africani presenti nel territorio calabrese. Condizioni che ormai rappresentano la triste normalità e sono funzionali ad un sistema di sfruttamento del lavoro che è rimasto sostanzialmente invariato.
Dai primi dati raccolti da Medu emerge un quadro molto simile a quello della stagione precedente se non, per alcuni aspetti, peggiore. Degli 81 pazienti visitati (114 visite tra primi, secondi e terzi accessi), l’82% ha meno di 35 anni e i principali paesi di provenienza sono Mali (33%), Ghana (17%), Burkina Faso (14%), Senegal (10%) e Gambia (10%). La maggior parte dei pazienti (88%) è dotata di regolare permesso di soggiorno e più della metà (63%) è titolare di un permesso per protezione internazionale o per motivi umanitari. La regolarità del soggiorno si scontra con una quasi totale irregolarità delle posizioni lavorative dei braccianti.
Senza parlare poi delle allarmanti condizioni di vita nelle quali versano i braccianti: solo il 6% degli intervistati, infatti, vive in abitazioni dotate di servizi igienici, acqua ed elettricità mentre uno su tre è costretto a dormire a terra per mancanza di un letto. Una parte consistente di migranti trova rifugio in casolari diroccati nelle campagne dei comuni di Rizziconi, Taurianova e Rosarno. Si tratta di edifici fatiscenti, strutturalmente insicuri, privi di elettricità (nei casi più fortunati alcuni migranti dispongono di generatori a benzina), di servizi igienici e acqua.
La tessera sanitaria rappresenta una vera e propria chimera, con il 36% dei pazienti regolarmente soggiornanti che ne è sprovvisto. Le patologie più frequentemente riscontrate sono direttamente collegate alle critiche condizioni di vita e di lavoro: malattie delle vie respiratorie (27%), patologie muscolo-scheletriche (12%), problemi odontoiatrici (12%), traumatismi (9%), patologie della cute (7%), disturbi gastro-intestinali (7%), cefalee (7%), malattie infettivo-parassitarie (6%), patologie dell’occhio (6%).
Oggi a fronte di 450 posti disponibili sono circa 700 i braccianti ospitati all’interno della tendopoli di San Ferdinando allestita dal Ministero dell’Interno nel 2013 e priva da allora di un ente gestore. Attualmente solo la Caritas è presente quotidianamente all’interno del campo assicurando a titolo volontario alcuni servizi. Per quanto concerne le strutture di accoglienza presenti a Rosarno, la regione Calabria e il comune hanno predisposto uno stanziamento di circa 19mila euro per il campo container di Testa dell’Acqua che ospita circa 120 lavoratori ed è stato dato in gestione per affidamento diretto all’associazione “Il mio amico Jonathan”. Nulla di nuovo, invece, sull’apertura del “Villaggio della Solidarietà”, costato quasi due milioni di euro e i cui lavori sono bloccati da un’interdittiva antimafia.
La mancanza di un reale piano di accoglienza e la stagione invernale lasciano purtroppo prevedere un ulteriore peggioramento della situazione. Molto critica anche la situazione del servizio sanitario pubblico dal momento che i quattro ambulatori Stp per stranieri irregolari gestiti dal 2007 dalla Azienda sanitaria provinciale (Asp)soffrono di un progressivo degrado e di una grave carenza di risorse. In un quadro così desolante, gruppi della società civile cercano di organizzarsi autonomamente per dare delle risposte ai bisogni dei braccianti.
A Rosarno il tempo sembra essersi fermato: di stagione in stagione sembra consolidarsi una vera e propria zona franca di sospensione della dignità e dei diritti per i lavoratori immigrati. In una tale situazione, di fronte allo sconcertante vuoto lasciato dalle istituzioni, le uniche risposte sono quelle che arrivano dalle iniziative delle organizzazioni di volontariato.
Eppure, per cercare di cambiare le cose, un gruppo di contadini biologici si sono messi insieme all’interno dell’associazione EquoSud e con la collaborazione dell’associazione multietnica “Africalabria, uomini e donne senza frontiere, per la fraternità” hanno dato vita al progetto SOS Rosarno (www.equosud.org). Da alcuni anni, giovandosi della rete nazionale dei gruppi di acquisto solidali, hanno prodotto e commercializzato olio e agrumi senza avvelenare la terra e garantendo assunzione e condizioni di vita e di lavoro degne ai lavoratori immigrati assunti, destinando inoltre una quota dei ricavi ad attività di solidarietà.

Scritto da Laura Catanoso