Cinema/ Reseba the dark wind, il vento scuro delle guerre sulla vita della comunità Yazida

Anna Foti

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Dove comincia la guerra e dove finisce il dolore. Oppure il contrario perché guerra e dolore sono inscindibili e le guerre, purtroppo, non sono mai solo quelle dichiarate, in cui il nemico è indiscusso e aggregante; spesso ve ne sono altre più latenti ma non meno pericolose, che fungono da parassiti, intossicano culture e tradizioni, vivono mimetizzate dentro comunità che, quasi inconsapevolmente, le alimentano. Tutto ciò dura a lungo fino a quanto qualcuno e qualcosa non svelano questa ‘normalità’ sofferente, aprendo alla possibilità di iniziare a scardinarla.
Il film Reseba: The Dark Wind (2016), diretto dal regista curdo-iracheno Hussein Hassan, presentato in anteprima mondiale come film d’apertura al 4°Festival internazionale di Duhok, regione autonoma nel Kurdistan Iracheno, affonda il suo sguardo dentro la tormentata storia della comunità di etnia curda, stanziata nelle regioni del Sinjar (a nord dell’Iraq al confine con la Siria) e di religione Yazida. Una storia di persecuzioni e violenze prima da parte dei turchi e poi da parte dei musulmani iracheni. Adesso in fuga dall’Isis, che ne arruola i giovani uomini e ne rapisce e violenta le donne, questa comunità è vittima di genocidio, crimine contro l’umanità previsto dalla convenzione Onu.

Migliaia sono le persone di religione Yazida accolte nei campi profughi allestiti dall’Acnur, Alto Commissariato delle NU per i Rifugiati. Uno di questi campi costituisce l’ambientazione del film Hussein Hassan; qui vivono Reko e Pero e le loro famiglie, protagonisti del film, proiettato al cinema Metropolitano di Reggio Calabria nell’ambito della rassegna intitolata “Come è profondo il mare. Conversazioni sul fenomeno migratorio”, promossa dal Circolo del cinema Charlie Chaplin in collaborazione con l’associazione “Area Democratica per la Giustizia”. Prossima e ultima proiezione del ciclo, con il film “Manuel” (2017) di Dario Albertini, è programmata per venerdì 31 maggio, alle ore 19 e alle ore 21 circa, dopo il dibattito animato dal procuratore minorile Pina Latella. Sarà presente anche il regista.

Attraverso gli occhi di Pero (Diman Zandi) – una donna rapita, stuprata e venduta dall’Isis, poi salvata dall’uomo che l’ama, riabilitata ma con riserva dalla comunità dopo la violenza inflitta dal nemico e poi infine comunque emarginata – e gli occhi di Reko (Rekesh Shabaz) – uomo che si arruola per ritrovare Pero e che riconosce l’amore verso di lei più forte di ogni convincimento religioso e di ogni onta – si snoda la narrazione filmica di Hussein Hassan. Sul grande schermo azioni di guerriglia e poi una tregua solo apparente, scandita dai battiti del cuore angosciato di Pero, da un’altra guerra che lei scopre di dover affrontare e subire, nonostante sia tornata a casa, dal tormento di padri e madri e dal dissidio di Reko.
Una storia che si dipana sul filo del dramma di un popolo e delle sue donne, colpevoli anche quando sono vittime. Un film coraggioso, per questo anche contestato dalla stessa comunità Yazida, che come uno specchio severo riflette la spietatezza che manda in frantumi l’umanità e al contempo l’umanità capace di scalfire e forse anche disintegrare, pur se faticosamente, il più solido dei principi sociali vergato da precetti religiosi. Complice è la stessa guerra che sconvolge profondamente tutto; il senso di ciò che prima era chiaro, granitico, inoppugnabile, improvvisamente si mostra in tutta la sua inconsistenza, specie di fronte alla sfida più dura che solo l’amore può rendere sopportabile.
In migliaia hanno attraversato il confine tra Semalka/Peshkabour, passando dalla Siria, fino al governatorato di Dohuk nell’Iraq del nord. Gli Yazidi oggi cercano e trovano protezione all’interno dei campi di accoglienza che l’UNHCR gestisce, cooperando con ONG e partner locali. Un dramma antico di cui l’Isis sta scrivendo, con il sangue e l’orrore, capitoli particolarmente cruenti. Un altro popolo in fuga da guerre e persecuzioni alla ricerca di pace e libertà; le donne rappresentano, ancora una volta, l’umanità più assaltata e violata.
A dare voce a queste donne e a questo popolo è Nadia Murad, insignita nel 2018, assieme all’attivista, ginecologo e ostetrico congolese Denis Mukwege, del Premio Nobel per la Pace. Attivista per i diritti umani, Nadia nel 2014 venne rapita e tenuta in ostaggio dall’Isis. Dopo essere riuscita a scappare, ha testimoniato con coraggio quanto aveva subito e dal 2016 presso l’Onu, divenendo prima Ambasciatrice per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani. Sopravvissuta alla persecuzione e alle torture dello Stato Islamico e al genocidio del popolo Yazida, Nadia ha raccontato la sua storia nel volume edito da Mondadori e intitolato L’ultima ragazza. «Essere sopravvissuta a un genocidio porta con sé grandi responsabilità (…) Aver perso i miei fratelli, mia madre e molti membri della mia famiglia è una responsabilità che io prendo molto sul serio. Il mio ruolo di attivista non riguarda solo la mia sofferenza ma la sofferenza di tutti. Raccontare la mia storia con tutti i suoi orrori non è un compito facile ma il mondo deve sapere. Il mondo deve sentirsi moralmente responsabile ad agire e se la mia storia può spingere i leader mondiali a fare qualcosa allora devo raccontarla».

Questa storia, che si sente l’obbligo morale e civile di raccontare, ha spinto anche Hussein Hassan a scrivere e a dirigere questo film che, accanto al dramma della persecuzione dell’Isis, propone con sguardo obiettivo e rigoroso anche il tema della dignità e della libertà delle donne all’interno della comunità Yazida. Ciò ha reso questo primo lungometraggio sulla storia Yazida per nulla ben accolto ed, invece, duramente contestato dalla stessa comunità.
Il film narra, infatti, di una ferita ancora aperta, di un popolo in fuga che, come ogni popolo può dimostrare di possedere in sé la forza di vincere intanto quelle guerre seminate, dentro casa e dentro la comunità, da pregiudizi imposti dall’appartenenza e abbarbicati ad una identità che ad un tratto può scegliere di liberarsi. Ma qualcuno deve innescare il cambiamento. Una speranza che resta custodita, auspichiamo non confinata, nella scena alla quale Hussain Hassan decide di affidare il finale, donando alla comunità Yazida e al film un inatteso epilogo, una nuova possibilità di vita. In quella scena finale, i protagonisti possono cambiare la storia loro, la Storia delle Comunità e non solo. Forse un vento meno oscuro, forse anche attraversato da fasci di luce, può finalmente iniziare a spirare in una direzione inaspettata e nuova.