Razzismo, E’ il tempo dell’ascolto!

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Adriana Sapone

Solo la voce di chi ha un background migratorio potrà liberare l’Italia dalla sua cecità

La protesta in Italia arriva piano. Le onde di quanto sta accadendo in America per la morte di George Floyd, il 46enne afroamericano ucciso lo scorso 25 maggio dalla polizia a Minneapolis dopo essere stato bloccato a terra e soffocato, si sono propagate anche in Italia e hanno smosso gli afroitaliani e non solo.

Dopo più di dieci giorni da quella morte ecco che le strade italiane si coloreranno della protesta pacifica, da Milano a Napoli, passando da Roma e Bologna (vedi qui tutti gli appuntamenti).

Quanto accaduto oltre Oceano non è un caso isolato, ma è il frutto di una violenza che va avanti da anni, da un razzismo mai superato purtroppo in quell’America che ha costruito la sua storia sulla schiavitù. Con la presidenza Obama, l’America sembrava voler sanare tutte le ferite ma ogni aspettativa di cambiamento reale è stata tradita, lasciando poi il posto a Trump e alla sua politica conservatrice e liberale, penalizzando i diritti di libertà. La rabbia americana, dunque, è montata negli anni e adesso è esplosa propagando così i suoi effetti.

In Italia la notizia della morte di George ha innescato un dibattitto sull’abuso di potere, di cui potrebbe essere vittima chiunque e solo in pochi invece hanno colto le discriminazioni sistemiche subite dagli afroamericani.

Così ecco che si sono levate, forti e chiare, le voci degli italiani con backgraound migratorio e non. Sui social, hanno denunciato la situazione, per creare consapevolezza al grido di “Black Lives Matter”: le vite dei neri contano.  Seconde generazioni e non solo, afro, islamici, donne, tutti uniti nell’evidenziare come in Italia c’è razzismo e che fa parte dell’esperienza, negativa, di ogni immigrato.

“ Il razzismo in Italia fa parte dell’esperienza di ogni immigrato, – scrive Laetitia Marshall su Medium – che sia di prima, seconda o terza generazione, quasi come fosse una relazione intrinseca, e diventa una sfida quotidiana se la tua origine è facilmente individuabile dal colore della tua pelle. Parlare di razzismo in Italia, specialmente se fai parte di una minoranza, è quasi un taboo. Quante volte mi sono sentita dire che la mia critica alle microagressioni, agli atteggiamenti che anche involontariamente promuovono la disparità, alle battutine, fosse “esagerata”, che “vedi razzismo ovunque”? In qualche modo risulta più sensibile la persona a cui cerchi di spiegare il razzismo, di te che subisci quotidianamente. Vivere nella negazione non aggiunge nulla alla discussione, ma dà ancora più spazio alla discriminazione, che viene allora percepita come normalità, rendendo chi preferisce la cecità esso stesso parte integrante del problema.

Ma il velo di Maya che ognuno si crea per deresponsabilizzarsi, non cancella la realtà a cui devono far fronte le minoranze. La disumanizzazione dei neri, lo sfruttamento, il disprezzo delle minoranze permangono. Il razzismo è prevalente anche qui, incorporato nel tessuto della società. Si manifesta quotidianamente, quando la gente non si fa problemi a perpetrare ignoranza e xenofobia davanti a te perché non si stanno riferendo a te, perché tu sei diversa, tu non sembri africana”, perché non incarni lo stereotipo di persona africana che hanno dipinto nella mente. Quando entri in un ufficio e la prima cosa che ti chiedono è “parli italiano?”, anche qualora tu in Italia ci fossi nato, perché il nero è ovviamente solo l’immigrato, quello venuto in barca, non integrato, che non può avere una conoscenza adeguata della lingua. Quando ad una ragazza con il velo viene dato della terrorista per strada, tra le risate di chi ascolta. Il razzismo è mediatico quando gli stessi giornalisti portano avanti la narrazione dell’immigrato venuto a rubare il lavoro agli italiani (chi sono gli italiani?). Il razzismo è culturale quando la storia del “primo avvocato nero” fa notizia. Il razzismo è istituzionalizzato, quando un Senatore della Repubblica si permette di andare a citofonare a casa di un ragazzo tunisino in diretta televisiva, per chiedergli se spaccia, senza nessuna prova, commettendo diversi reati, ma è affiancato e sostenuto dalla polizia”.

Ascoltare le loro voci, capire, dunque, analizzando anche la storia dell’Italia, la storia del colonialismo per cercare di mettere in azione una nuova politica, capace di accogliere tutte le differenze, partendo dai territori per innescare il cambiamento che porti ad una nuova narrazione, di una Italia interculturale, interreligiosa dove i nuovi italiani siano parte attiva nelle decisioni strategiche del Paese. Le differenze sono un valore e bisogna metterele in rete, solo così si potrà costruire un’Italia che sia veramente capace di stare nel cuore del Mediterraneo, in dialogo con l’Africa.