Rapporto Amnesty, il 2019 un anno di politiche ostili ai diritti umani in Italia

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Ocean Viking

Il 2019 «è stato un anno di politiche ostili ai diritti umani, segnatamente di politiche ostili ai diritti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati», racconta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia. «E nonostante il cambio di maggioranza, quella famosa ‘discontinuità‘ può essersi vista nelle parole e non nei fatti». Sta tutta racchiusa qui l’analisi per l’Italia dedicata nella scheda dal “Rapporto 2019-2020” di Amnesty International presentato oggi, 4 giugno, in conferenza stampa a Roma.

L’avvicendamento tra due coalizioni di governo, nonostante alcuni iniziali e promettenti annunci, non ha prodotto una significativa discontinuità nelle politiche sui diritti umani in Italia, in particolare quelle relative a migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Per tutto l’anno le navi delle Ong sono state ostacolate da minacce di chiusure dei porti e da ingiustificati ritardi nelle autorizzazioni all’approdo. Il 2019 si è chiuso col rinnovo della cooperazione con la Libia per il controllo dei flussi migratori”, ha aggiunto Emanuele Russo, presidente di Amnesty International Italia.

CONTESTO


Il governo ha continuato a perseguire un’agenda politica di contrasto all’immigrazione, attraverso leggi e misure aventi l’obiettivo di limitare l’esercizio dei diritti e impedire alle persone soccorse in mare di sbarcare in Italia. Ci sono stati numerosi tentativi di ostacolare e criminalizzare le Ngo che soccorrevano persone in mare. È inoltre proseguita la cooperazione con le autorità libiche per trattenere rifugiati e migranti in Libia, nonostante le persistenti gravi violazioni dei diritti umani nel paese. Migliaia di rom hanno continuato a essere segregati in campi dove le condizioni di vita erano al di sotto degli standard, a rischio di sgomberi forzati.

Ad agosto, il vicepresidente del consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti del presidente del consiglio, Giuseppe Conte, determinando la caduta del governo di coalizione dopo poco più di un anno. A settembre, Giuseppe Conte ha ricevuto l’incarico di guidare un nuovo governo, questa volta formato da una coalizione di centro-sinistra. Il secondo governo Conte ha presentato un nuovo programma, che nelle intenzioni adottava una linea politica e una retorica meno populiste e meno incentrate sul contrasto all’immigrazione.

RIFUGIATI E RICHIEDENTI ASILO

Le politiche e la retorica anti-immigrazione del primo governo Conte hanno continuato ad avere un forte impatto sull’esercizio dei diritti da parte di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, all’interno del paese così come alle frontiere. Secondo le stime, a poco più di un anno dall’entrata in vigore del decreto legge 113/2018, che ha abolito lo status di protezione umanitaria, ad almeno 24.000 persone è stato negato uno status legale, limitando il loro accesso all’assistenza medica, all’alloggio, ai servizi sociali, all’istruzione e al lavoro, lasciandoli in una condizione di vulnerabilità a sfruttamento e abusi.

Le nuove disposizioni hanno inoltre avuto conseguenze disastrose sulle opportunità d’integrazione per i richiedenti asilo, rimasti esclusi dalla rete di strutture di accoglienza gestita dalle autorità locali, e li hanno esposti a detenzione prolungata nei centri per il rimpatrio, in condizioni gravemente al di sotto degli standard e con ridotte opportunità di comunicare con avvocati e familiari. A febbraio, il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia ha espresso preoccupazione per la protezione offerta ai minori rifugiati e migranti e, ad aprile, il Comitato sulle sparizioni forzate ha evidenziato una serie di timori sulle condizioni di vita nei centri di detenzione per migranti.

LA POLITICA DEI “PORTI CHIUSI”

L’Italia ha continuato a perseguire una politica dei “porti chiusi”, con l’obiettivo di impedire alle persone soccorse in mare di sbarcare nel paese. Tra marzo e aprile, il ministro dell’Interno ha emanato quattro circolari che miravano a colpire specificatamente le Ngo impegnate nei salvataggi. Queste davano istruzione alle autorità di controllo delle frontiere marittime di impedire l’ingresso nelle acque territoriali italiane e lo sbarco in territorio italiano di navi che trasportavano le persone soccorse, ritenendole una potenziale minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza.

A maggio, in una comunicazione congiunta, sei procedure speciali delle Nazioni Unite hanno espresso grave preoccupazione in merito a queste circolari, dichiarando che costituivano una criminalizzazione politicamente motivata della società civile, contribuivano a generare sentimenti xenofobi e servivano potenzialmente a scoraggiare le operazioni di salvataggio in mare. Pertanto, sollecitavano l’Italia a non procedere con l’adozione di disposizioni che avrebbero codificato in legge la politica dei “porti chiusi”.

A giugno, il governo e il parlamento hanno proceduto ugualmente all’emanazione del decreto legge 53/2019, convertito nella legge 77/2019 ad agosto. In base alle nuove disposizioni, in caso di violazione del divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane, sono applicabili sanzioni variabili da un minimo di 150.000 euro a un massimo di un milione di euro per il comandante e l’armatore della nave, nonché il sequestro cautelare e la confisca dell’imbarcazione.

Per tutto l’anno, le navi di soccorso delle Ngo sono state fatte sostare al largo per prolungati periodi di tempo, sottoponendo le persone soccorse a bordo a inutili sofferenze, prima di ricevere l’autorizzazione a sbarcare in Italia. In diversi casi, le imbarcazioni sono state confiscate o nell’ambito di indagini penali o, secondo quanto affermato, in ottemperanza alla normativa vigente. A giugno, la capitana della Sea Watch 3 è stata arrestata dopo aver deciso di sfidare il divieto d’ingresso, conducendo la sua nave nel porto di Lampedusa.

A luglio, la giudice per le indagini preliminari ha disposto il suo rilascio dichiarando che aveva agito in uno stato di necessità e conformemente agli obblighi sanciti dal diritto internazionale. Alla Sea Watch 3 era stato rifiutato il diritto di sbarco per oltre due settimane, dopo avere soccorso in mare più di 50 persone.

In seguito al cambiamento di governo a settembre, l’Italia si è unita agli sforzi di un gruppo di paesi europei per creare insieme un meccanismo “prevedibile” per lo sbarco ed evitare di abbandonare in mare navi con persone soccorse a bordo.

A fine anno, l’accordo sul meccanismo non era stato ancora raggiunto, tuttavia da settembre in poi le crisi riguardanti gli sbarchi sono state risolte più rapidamente e sono anche aumentate le offerte di ricollocazione da parte degli altri paesi europei.

A marzo, il senato ha votato contro la revoca dell’immunità parlamentare dell’allora ministro dell’Interno, bloccando l’azione giudiziaria nei suoi confronti per sequestro di persona, in relazione al ritardato sbarco di una nave della guardia costiera italiana, la Diciotti, ad agosto 2018. Un’indagine analoga, sempre nei confronti dell’ex ministro, è stata aperta a luglio in relazione al ritardato sbarco di un’altra nave della guardia costiera italiana, la Gregoretti.

COOPERAZIONE CON LA LIBIA PER IL CONTROLLO DEI FLUSSI MIGRATORI

Il numero degli attraversamenti irregolari ha continuato a diminuire a partire da agosto 2017, principalmente a seguito della cooperazione con la Libia per contenere le partenze. A fine anno, le persone che avevano raggiunto irregolarmente l’Italia via mare erano state 11.471. Secondo le stime, le persone morte o disperse in mare sulla rotta del Mediterraneo centrale sarebbero state 744. Circa altre 9.225 sono state intercettate in mare dalle autorità libiche e quindi riportate in Libia, dove la maggior parte è stata detenuta arbitrariamente in condizioni disumane.

Nonostante l’intensificarsi del conflitto e gli abusi sistematici contro rifugiati e migranti in Libia, le autorità italiane hanno continuato a fornire supporto alle autorità marittime libiche; avrebbero tra l’altro donato 10 nuove motovedette a novembre e fornito addestramento agli equipaggi libici.

L’Italia ha inoltre continuato ad assistere le autorità libiche nel coordinare le intercettazioni in mare, anche attraverso lo stazionamento continuo di una nave della marina militare italiana nel porto di Tripoli.

A marzo, i governi dell’Eu hanno raggiunto un accordo sul ridimensionamento dell’operazione navale congiunta “Sophia”, sotto il comando dell’Italia, ritirando le proprie unità navali dal Mediterraneo centrale e proseguendo la missione soltanto tramite la sorveglianza aerea, fondamentale per informare le autorità libiche sulla posizione delle imbarcazioni con a bordo rifugiati e migranti.

A settembre, sono emerse prove secondo cui un funzionario della guardia costiera libica, ritenuto anche un presunto trafficante di esseri umani, era stato in Italia a maggio 2017, come membro di una delegazione ufficiale libica per discutere di questioni relative ai flussi migratori. A novembre, il protocollo d’intesa Italia-Libia, che stabilisce i termini della cooperazione tra i due paesi in materia di immigrazione, è stato automaticamente rinnovato per altri tre anni, a decorrere da febbraio 2020.

In seguito alle pressioni esercitate da alcuni parlamentari in merito alle sue conseguenze sui diritti umani, il governo italiano si è impegnato a emendare l’accordo; a fine anno, tuttavia, non aveva ancora agito in tal senso.

Durante l’anno, la cooperazione con la Libia è stato il fulcro di una serie di sviluppi giudiziari, sia a favore che contro il governo. Se da un lato, un tribunale amministrativo regionale del Lazio ha stabilito che l’utilizzo da parte dell’Italia di fondi per la cooperazione per consegnare motovedette alla Libia non costituiva un illecito amministrativo, in un altro caso separato, un tribunale civile di Roma ha riconosciuto il diritto di 14 richiedenti asilo eritrei, respinti illegittimamente in Libia dalla marina militare italiana nel 2009, a ottenere riparazione e a entrare in Italia per accedere alle procedure d’asilo.

Due cause giudiziarie riguardanti la cooperazione con la Libia sono state intentate anche a livello internazionale. A giugno, la Corte europea dei diritti umani ha avviato il procedimento riguardante il caso di S.S. et al. vs. Italia, relativo a un ricorso depositato dai sopravvissuti a un’operazione di intercettazione effettuata dalla guardia costiera libica nel 2017; i ricorrenti sostenevano che la cooperazione dell’Italia con la Libia era stata determinante ai fini dell’intercettazione e violava gli obblighi dell’Italia in materia di diritti umani.

A dicembre, un uomo di 20 anni del Sud Sudan ha presentato un ricorso contro l’Italia presso il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite. Questi faceva parte di un gruppo di 93 persone che erano state soccorse in mare nel 2018 dalla nave mercantile Nivin, solo per essere riportate in Libia dove avrebbero affrontato una serie di abusi. Il ricorrente contestava la legalità della prassi adottata dalle autorità italiane di delegare alle autorità libiche il coordinamento delle operazioni di soccorso.

DIRITTO ALL’ALLOGGIO E SGOMBERI FORZATI

Le autorità hanno continuato a violare il diritto dei rom a un alloggio adeguato in molteplici modi. Migliaia di rom sono rimasti in campi segregati, nella maggior parte dei casi in condizioni abitative al di sotto degli standard. Per i rom l’accesso agli alloggi popolari è rimasto sproporzionalmente limitato.

A maggio, una comunità di circa 450 persone, di cui almeno 150 bambini, donne incinte e persone anziane, sono rimaste senza tetto, dopo essere state sgomberate con la forza dalle autorità dai loro insediamenti nel comune campano di Giugliano, nei pressi di Napoli. Non è stato loro offerto alcun alloggio alternativo o alcun piano per una sistemazione d’emergenza.

A luglio, il Comitato europeo dei diritti sociali, nel dichiarare ammissibile un reclamo presentato da Amnesty International contro l’Italia per violazioni del diritto dei rom a un alloggio adeguato, ha anche chiesto all’Italia di adottare misure immediate per evitare il rischio di danni gravi e irreparabili alle persone sgomberate.

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Sono stati segnalati nuovi casi di tortura e altri maltrattamenti. A settembre, 15 agenti di custodia sono stati indagati per molteplici reati, tra cui tortura aggravata, in relazione all’aggressione contro un detenuto avvenuta nel carcere di San Gimignano, in provincia di Siena, nel 2018. Quattro degli agenti sono stati interdetti dal servizio, su disposizione del giudice per le indagini preliminari. Una settimana dopo che era emersa la notizia dell’apertura di un’indagine, l’allora ministro dell’Interno ha visitato il carcere esprimendo quello che è sembrato essere un sostegno incondizionato agli indagati, compromettendo in tal modo gli sforzi della magistratura e dell’amministrazione penitenziaria di assicurare l’accertamento delle responsabilità per gravi violazioni dei diritti umani. A fine anno l’indagine era ancora in corso.

DECESSI IN CUSTODIA

Dopo almeno 10 anni di battaglie giudiziarie, a novembre, due carabinieri sono stati giudicati colpevoli di omicidio preterintenzionale per il decesso in custodia di Stefano Cucchi, avvenuto nel 2009. Sono stati condannati a 12 anni di carcere per il pestaggio inflitto al detenuto che ha poi causato la sua morte, sopraggiunta per le lesioni riportate. Un terzo carabiniere è stato prosciolto dall’accusa di omicidio preterintenzionale e condannato assieme a un quarto carabiniere a pene minori per falso.

COMMERCIO DI ARMI

A luglio, in seguito alle campagne promosse dalla società civile per fare emergere le violazioni dei diritti umani compiute nel conflitto in corso nello Yemen, il governo italiano ha sospeso la vendita e il trasferimento di bombe aeree e missili verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

Nel 2019 milioni e milioni di persone, per lo più giovani, sono scese in strada per chiedere diritti, giustizia, libertà, dignità, rispetto per l’ambiente, fine della corruzione e delle disuguaglianze. Una moltitudine di persone disposte a mettersi di traverso a politiche ingiuste non si vedeva dal 2010-11. Dal Cile all’Iran, da Hong Kong all’Iraq, dall’Egitto all’Ecuador, dal Sudan al Libano, hanno sfidato e subito una repressione molto forte. I governi hanno sparato ai loro cittadini, perdendo così ulteriormente credibilità”, ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

La sconvolgente esperienza della pandemia da Covid-19 cambierà il mondo in modo fondamentale, ma non sappiamo ancora come. Dovremo pretendere nuovamente quegli spazi di libertà che sono stati i protagonisti del 2019, vigilare affinché le misure di emergenza non siano normalizzate nei codici. Abbiamo di fronte due scenari opposti: un ritorno alla divisione, alla xenofobia, alla demagogia, alle misure di austerità ancora una volta dirette contro i poveri; oppure la nascita, dall’aver condiviso un periodo così drammatico, di una nuova era di cooperazione, solidarietà e unità, un’era di rinnovato impegno per ricucire le fratture sociali e le ineguaglianze così brutalmente messe in evidenza dalla pandemia”, ha concluso Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.