Primo Maggio, ripensiamo al sistema welfare del Paese

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Badanti al lavoro

Il futuro passa dal lavoro delle donne e dei migranti

La Festa del Lavoro, o meglio dei lavoratori, quest’anno risente del Covid19 e ovviamente le piazze resteranno vuote, eppure proprio adesso sembra che questa festa, conquistata con la lotta dai nostri padri, sia più che mai viva e attuale.

Una festa per riflettere, soprattutto, su come ripensare l’Italia dopo il Covid19, per far ripartire il Paese e gli italiani, o meglio le italiane: le tante donne che hanno sopportato ancora di più la difficile emergenza e rischiano di restare, per sempre, chiuse nelle “strette mura domestiche”, nella “caverna”, che da poco hanno lasciato portando dietro però il gravoso lavoro di cura che ancora ricade su loro.

Come far ripartire l’Italia, dunque, nei prossimi mesi?

Occorre ripensare il sistema welfare del Paese, occorre mettere al centro le persone, senza dividerle per categorie, pensando ai bisogni, pensando al benessere dell’individuo ma considerandolo nell’insieme della collettività. Non è più tempo di egoismo, è tempo di collettività e solidarietà sociale.

Mentre il Covid19 tenta di isolarci, di lasciarci soli (abbiamo visto morire troppi anziani soli) dobbiamo avere il coraggio di guardare alla nostra società, aperta e solidale, con fiducia verso il futuro partendo proprio dalle donne e dalla loro grande forza. Non si più più attendere , né delegare.

I dati ci raccontano ancora di un’Italia fanalino di coda in Europa per l’occupazione femminile: il 49,9% (dati Istat), eppure il 60% dei laureati in Italia è donna. “Nel nostro Paese – si legge in un appello lanciato oggi dalle donne scienziate – le donne rappresentano il 56% dei medici iscritti all’albo e sono quasi il doppio degli uomini tra i medici con meno di 40 anni. Il 77% degli infermieri è donna”. 

Donne preparate, che hanno studiato ma che si ritrovano a dover far i conti, ancora, tra la scelta lavoro o famiglia: il 27% delle donne lascia il lavoro dopo la nascita del primo famiglio, mentre più del 40% delle madri lavoratrici con più figli è costretta ad optare per il lavoro part-time. Per non parlare delle tante donne che hanno un familiare disabile da accudire. Il lavoro di cura gratuito svolto quotidianamente dalle donne – per un monte ore stimato a livello mondiale in 12,5 miliardi – è traducibile – secondo le stime di Oxfam – in 10.800 miliardi di dollari l’anno: un alto valore di mercato, che finisce nel tritacarne di un sistema incapace di valorizzare e restituire dignità al lavoro stesso. Le donne più povere ed emarginate finiscono inevitabilmente per alimentare indirettamente la ricchezza di una ristretta élite: basti pensare che i 22 uomini più ricchi del mondo detengono più averi dell’intera popolazione di donne africane. 

Un peso enorme che le donne portano addosso, con scarsissimi aiuti dallo Stato.

Ecco questa fotografia del Paese, va rifatta. Occorre liberare le donne e se l’uguaglianza tra uomini e donne è costituzionale, possiamo dire benissimo che è solo formale. Nella sostanza, ancora questo Paese carico del “senso di colpa” cattolico lascia le donne relegate al lavoro di cura.

Dove non ci sono asili nido, asili aziendali, centri per l’infanzia e assistenza domiciliare per chi non è più autosufficiente, ecco che le donne, hanno imparato a chiedere aiuto ad altre donne, che arrivano da lontano, dall’Europa dell’Est, dell’Asia, dall’Africa per lavorare.

Ecco questa rete che in questi anni ha retto sulle spalle delle famiglie, adesso va sostenuta, eppure nel  decreto “Cura Italia”, a dispetto del nome, non include chi svolge lavoro di cura: per le lavoratrici domestiche non è prevista la cassa integrazione né il divieto di licenziamento. Colf, assistenti familiari (badanti) e babysitter con figli/e non possono godere del bonus baby-sitter, né sono previste per loro indennità specifiche. La crisi sta spingendo varie famiglie a licenziare le lavoratrici domestiche e della cura. In molti casi esse vengono sostituite dai familiari, spesso donne, rimaste a loro volta a casa con uno stipendio ridotto o disoccupate. Ciò espone le lavoratrici a tutti i rischi della disoccupazione (drammatici per chi non ha casa né può tornare nel proprio paese). Al contempo, esposte le persone non-autosufficienti ai rischi dovuti a contatti con familiari che possono essere vettori di contagio se si spostano da una casa all’altra. Un bonus badanti (così come si è previsto un bonus babysitter) potrebbe essere una soluzione, seppur parziale.

Sappiamo che la maggior parte delle colf e assistenti familiari in Italia è di origine straniera: perdere il lavoro, o vedersi ridurre l’orario lavorativo, mette a rischio la possibilità del rinnovo del permesso di soggiorno: la crisi può tradursi in un ampliamento dell’irregolarità, già molto diffusa nel settore lavoro domestico e di cura, è più in generale nell’economia italiana.

Per scongiurare tale scenario, si tratta in primis di non escludere le lavoratrici domestiche dai provvedimenti di natura emergenziale che si stanno ora attuando: perché quelle che hanno figli non dovrebbero poter godere di bonus babysitter? Garantire alle lavoratrici domestiche solo l’accesso al reddito di ultima istanza ed eventualmente alla Naspi in caso di licenziamento è discriminatorio e limitante, si tratta al contrario di prevedere forme di sostegno al reddito per la categoria. Non basta aver posticipato il pagamento dei contributi della prima rata dell’anno in corso per il settore domestico al 10 giugno 2020, andrebbe previsto, in particolare, un supporto per quelle lavoratrici non conviventi il cui lavoro è ora solo sospeso a causa delle restrizioni agli spostamenti. 

860mila sono i domestici regolari ma c’è una moltitudine di donne straniere invisibili, senza permesso di soggiorno, hanno ancora più difficoltà di sopravvivere adesso che siamo in piena Pandemia. Si calcola che siano 200mila le colf e le badanti senza documenti e senza permesso di soggiorno che vivono e lavorano, in nero, in Italia. Adesso da più parti si chiede la loro regolarizzazione, ma il Governo sembra essere ancora una volta miope. Tra i provvedimenti in discussione, infatti, c’è quello per regolarizzare i lavoratori stranieri in agricoltura. Ecco che per questi uomini sfruttati nelle nostre campagne, lasciati ai margini nelle tendopoli, a raccogliere arance, pomodori, adesso il Covid19 diventa un’opportunità: quella di ottenere un foglio, un permesso di soggiorno e non essere più invisibili. Si tratta di 650mila persone, che improvvisamente, l’Italia scopre di aver bisogno di loro: c’è emergenza nei campi, non c’è più chi raccoglie frutta e verdura. 

Ed allora è importante pensare ad un Paese dove i migranti non siano più considerati braccia, ma persone, dove donne e uomini lavorino insieme per costruire un’Italia più forte e più solidale.

Buon Primo Maggio!