Migranti, Pietro Bartolo e la sua storia che fa la differenza

Federica Lento

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Entra con passo incerto il medico Pietro Bartolo nella Sala dei Notari a Perugia, le luci dei fari sembrano dargli fastidio, non sa bene dove sedersi, sembra quasi fuori posto. Guarda avanti Bartolo, mentre chi gli è accanto si saluta e scambia delle battute, come se il suo pensiero fosse sempre rivolto, lontano, forse alla sua Lampedusa. Non è abituato a stare seduto, lui è solito lottare contro il tempo per salvare vite. Accanto ci sono Andrea Costa di Baobab Experience e Steve Scherer della Reuters, le giornaliste e scrittrici Marina Petrillo e Benedetta Tobagi, Carlotta Sami, portavoce di UNHCR per il Sud Europa, Giulio Piscitelli, fotogiornalista. È un fatto inusuale quello di vedere riunito tutto il bene possibile in una sola sala, ma è accaduto nell’incontro Migranti, la storia di chi fa la differenza per il Festival del giornalismo di Perugia, (Guarda qui il video). Concentrarsi su Bartolo viene naturale, lui è il simbolo perfetto dell’intenzione dell’incontro, ma c’è qualcosa di più che attira l’attenzione su di lui: c’è il contrasto di chi sta fermo adesso su una sedia scomoda e di chi agisce, di chi cambia la storia, e fermo non riesce a stare, di chi è straordinario ma quasi sembra a disagio per la sua straordinaria normalità. Straordinario è anche il film documentario Fuocoammare di Gianfranco Rosi, in cui “si è riusciti a raccontare quello che volevo dire da tanti anni” e il libro Lacrime di sale in cui “ho continuato a raccontare tante storie quotidiane, non numeri”, con la sua foto in bianco e nero in copertina e in vista l’azzurro del mare, ancora una volta quasi a mettersi da parte per dare la scena a chi da quel mare proviene, a chi in quel mare è stato inghiottito.

Le foto delle donne ustionate

Bartolo chiede scusa per le foto che porta con sé, un po’ sfocate forse, ma che mostrano bene la realtà che gli si para davanti tutti i giorni. Sono soprattutto foto di donne deturpate a vita dalle ustioni, da quel male nuovo che colpisce soprattutto le donne migranti che, a contatto con l’acqua di mare e il carburante, provano inizialmente una sensazione piacevole di calore, poi rimangono ustionate da quella combinazione. Sono soprattutto le donne a rimanere ferite perché vengono messe al centro dei gommoni, protette dagli uomini che si siedono ai bordi per non farle cadere in acqua, ma è lì, in mezzo al gommone che si concentra il liquido ustionante. Una scelta dolorosa, ancora una volta per una donna, quella di rischiare la vita cadendo in acqua o bruciata, perché in molte non sopravvivono a quelle ustioni, come la madre della bambina che Bartolo tiene in braccio in una delle sue foto. Pur essendo tutti i giorni a contatto con la brutale materialità della sofferenza, le sue parole sono delicate, la sua è la tenerezza di chi ha visto tutta la violenza del mondo sulla carne dell’umanità, ma resta umano: “Io sono un medico lampedusano, per motivi di studio sono stato un migrante e a Lampedusa sono tornato per curare i miei concittadini. Nel 2013 ricordo la storia di una donna presa da un peschereccio, chiusa in un sacco perché pensata morta ma dopo quindici minuti il suo cuore ha ripreso a battere. Ci troviamo davanti al nuovo Olocausto dell’umanità, con la differenza che i nostri figli, i nostri nipoti quando leggeranno quello che è successo nei libri di storia e ci chiederanno perché non abbiamo fatto niente, noi non avremo l’alibi del non lo sapevo”.

Da ventisei anni Lampedusa accoglie migranti

L’analisi di Bartolo è un’analisi lucida, la sua accusa è rivolta a chi parla di invasione epocale dei migranti, a chi dice che i migranti che ci portano malattie e rubano lavoro e diritti. “A Lampedusa è da ventisei anni che queste persone vengono accolte, trecentomila persone che scappano, non importa se dalla guerra o dalla miseria, questa distinzione non è giusta perché in ogni caso si fugge dalla morte.” Non lo chiama lavoro, non è carriera, Bartolo parla di missione, come quella di tutti i lampedusani, dell’accoglienza. Una missione straordinaria ma normale, così come lui ci appare, su quella sedia scomoda. Non si crede un eroe Bartolo, perché non c’è nulla di eroico nell’aiutare e accogliere chi ha perso tutto. Si tratta semplicemente dell’empatia, del riconoscere che chi scappa lo fa perché cerca la pace che ha perso, perché la propria casa è una trappola, una mandibola di squalo. Solo così si compie l’accoglienza, nella sua idea di “raccogliere” il senso di un’umanità comune, si riconosce l’altro simile a noi. L’accoglienza è riportare una persona da un non luogo a un luogo; chi sbarca non è salvo, è la persona più fragile del mondo perché si rende conto, voltandosi per un attimo indietro, di aver perso tutto. Bisogna riappropriarsi della solidarietà, dell’empatia, dell’accoglienza, dell’incontro, per non lasciare alle spalle la nostra umanità. Sono persone che hanno sogni, passioni, nomi, non possono essere pensate come un problema. L’accoglienza è parlare con queste persone, non si tratta solo di dare loro un piatto di pasta, un vestito. Sono persone che hanno bisogno di relazionarsi di nuovo con l’altro, sono persone che si mettono in cammino, e a noi sedentari fa paura di chi cammina; ma solo chi si mette in moto cambia la storia, non chi sta fermo chiuso nel suo odio e nella sua paura. La paura di chi scappa e di chi accoglie è la paura di chi non si ascolta e le nostre politiche mettono nella condizione di non ascoltarsi. Come diceva Zygmunt Bauman, se tra le paure nasce il vuoto è lì che si alzano i muri, la disumanità. Noi abbiamo il compito di mettere in dialogo queste paure. Chiede scusa un’ultima volta Bartolo, per il tempo impiegato nel raccontare, di nuovo si mostra a disagio ma non sa quanto appropriato sia il suo racconto, quanto perfette le sue parole semplici e il suo appello che nessuno più consideri straordinario quello che fa ogni giorno, perché diventa la norma nelle vite di ciascuno di noi.