Mehret Tewolde: occorre una mappatura delle professionalità

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In Italia vi sono professioniste e professionisti con origini diverse ai quali, purtroppo, non viene offerta la possibilità di dare il proprio contributo per la crescita del Paese

lo dice con forza Mehret Tewolde, direttore esecutivo presso Italia Africa Business Week e membro del Comitato Multicultural Diversity & Inclusion. 

Da sempre impegnata nella difesa dei diritti umani,  Mehret Tewolde lo scorso maggio ha firmato insieme ad altre donne una lettera al Presidente del Consiglio Conte (leggi qui) affinchè nella task force per l’emergenza Covid rafforzarasse la presenza di professioniste nei vari organi preposti alla gestione dell’emergenza e piani di ripresa e per iniziare ad inserire, anche in ambito di amministrazione pubblica, il concetto di inclusione e diversità culturale, coinvolgendo anche donne italiane con background migratorio.

Un appello che il Premier ha accolto in parte inserendo undici donne, fra cui Kyriakoula Petropulocos, direttrice generale Cura della Persona e Welfare dell’ Emilia Romagna, di origini greche. 

“Quello che manca in Italia – spiega  Mehret Tewolde – è ancora uno sguardo multiculturale, basti pensare che gli italiani di origini straniere non vengono mai coinvolti nel dibattito politico. Anche per i media, i “nuovi italiani” vengono chiamati solo per parlare di immigrazione. Perché non possono parlare di medicina o di impresa? C’è ancora forte lo stereotipo che lo straniero è il migrante che arriva con il barcone, ma l’Italia è ormai un paese multiculturale, siamo alla quarta generazione di figli di migranti, ragazzi, adulti nati e cresciuti in Italia che ancora stentano ad essere riconosciuti nella loro professionalità. Bisogna scardinare questa visione. Solo con interventi mirati, con una politica attenta e una comunicazione efficace si potranno ottenere risultati. Da tempo sostengo che occorre spostare l’attenzione sull’uguaglianza, anziché pensare sempre alle differenze e ciò obbliga tutti noi alla responsabilità di educare alla parità. C’è in questi ultimi anni una comunicazione distorta che incita all’odio più che all’inclusione. Ricordo quando arrivai in Italia erano gli anni in cui c’era una narrazione diversa, basti ricordare la rubrica settimanale del Tg2 Non solo Nero”.

Con il Comitato Multicultural Diversity & Inclusion sta lavorando affinchè si realizzi questo cambio di visione e il primo passo da compiere sarebbe “una mappatura delle professionalità“. Ci sono aziende straniere che hanno manager di origini africane da anni e non lo sa nessuno. Se vogliamo capire come far ripartire l’Italia e come realizzare l’integrazione occorre davvero sapere chi sono i professionisti, gli imprenditori “stranieri” che lavorano ogni giorno per questo Paese”. 

Diaspora: risorsa da valorizzare

Ma non si può non guardare all’altra sponda del Mediterraneo, all’Africa, se si vuole veramente creare un dialogo multiculturale. “Il 18 maggio 2016 il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha organizzato a Roma la “Prima Conferenza Ministeriale Italia-Africa” evidenziando la necessità di creare un collegamento stabile tra le due sponde del Mediterraneo, tra due mondi tanto vicini quanto distanti. La Conferenza Italia-Africa è stata una scintilla ed è proprio per dare continuità a questo nuovo processo che è nato Italia Africa Business Week (IABW), un Forum economico e commerciale pratico e di alto livello. Gli imprenditori migranti possono quindi essere attori di cooperazione internazionale ma possono anche accompagnare l’internazionalizzazione delle imprese italiane verso l’Africa, facilitare il trasferimento del know how e soprattutto partecipare alla formazione e alla creazione di piccole medie imprese. Vogliamo consolidare una piattaforma d’incontro efficiente e di alto valore economico che favorisca il dialogo permanente tra i decisori politici e gli operatori economici italiani e africani; vogliamo favorire e promuovere collaborazioni pubblico-privato e promuovere eccellenze e start-up innovative e ad alto valore di crescita”. 

“C’è tanto lavoro da fare ancora, – conclude – basti pensare che l’Italia pur essendo di fatto un paese multiculturale ancora non riconosce la cittadinanza ai “nuovi italiani”. La politica ha fallito, ha paura del consenso e rimanda di legiferare. Non riconoscere questi giovani, non permettere loro un percorso più agevole, vuol dire non dare piena cittadinanza a chi ogni giorno vive in questo Paese, che è casa. Ho preso la cittadinanza dopo essermi sposata, ma sono arrivata in Italia, dall’Eritrea, a 13 anni. Roma è la mia città, la mia casa, dove vivo dal 1978”.