Mediterraneo, mare nostrum o sangue nostrum

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Mediterraneo

Mediterraneo non è solo il grande gorgo nero che inghiotte. E’ anche parola, idea, lingua e storia, racconto di un mare che unisce, un oceano che divide. La storia del viaggio del Mediterraneo è storia di popoli, di rive, di tradizioni e tradimenti, di arrivi e con-vivenze. Oggi il Mediterraneo è il luogo della separazione, della di-visione, intesa come visione duale e antitetica. Da una parte le rive del nord, icona di una ricchezza di moneta e le rive del sud, estrema propaggine di un sud, ancora più profondo e distante.

“Crocevia di Europa, Asia e Africa, il crogiuolo delle eredità di Atene, Gerusalemme, della Mecca e di Roma, luogo di scambi tra Occidente e oriente, Nord e Sud, il mare percorso dai viaggi di Ulisse e dal messaggio universale di San Paolo, un mare che divenuto la frontiera invalicabile del conflitto di civiltà con l’Islam” (Silvia Geraci – Jacques Derrida e i bordi del Mediterraneo). Il mare della Storia, il mare delle identità, oggi, sepolcro dell’anonimato, dei corpi privi di nomi e di storie, senza identità e identificazione. E’ il fallimento, tangibile, dell’universalismo, sperimentato sotto forma di falce unificante e disumanizzante.
“La mia famiglia veniva da quella Spagna che ha visto il pensiero greco, il pensiero arabo e il pensiero ebraico fondersi intimamente. E credo che delle responsabilità intellettuali maggiori che toccano a noi, oggi, sia quella di ritrovare queste sorgenti e questi momenti in cui queste correnti, lungi dall’opporsi, si sono reciprocamente fecondate”. Jacques Derrida fu il filosofo che, più di ogni altro, ha indagato il Mediterraneo, per inquietudine autobiografica: ebreo algerino, famiglia di origine iberica. La sua “nostalgeria” non fu “una semplice nostalgia di un’Itaca cui fare ritorno per mare, ma la terra natia stessa come nostalgia in sé, approdo sottratto, impossibilità di una piena appartenenza originaria e, di conseguenza, di un pieno ritorno”. E, dunque, l’attraversamento del mare non è, non è più, il passare verso, l’approdare, l’ar-rivare, ma fuggire, scappare, in un percorso in cui l’approdo non è un vero arrivo, ma il risultato di un’alea che non conosce alternative. Una partenza che non contempla un ritorno.
Rivedere il concetto del grande mare di mezzo, più che aiutare a comprendere il perché di una migrazione, è ausilio per varcare l’imponderabile. Ma, indagare il concetto di Mediterraneo ci richiama ad una revisione del concetto di Europa, “bisognerà, per l’Europa e anche per l’Europa Mediterranea, farsi avanti esemplarmente verso ciò che essa non è, (…) verso un’altra struttura di bordo, un’altra riva” (J. Derrida – L’altro capo).
Pensare, dunque, anche una nuova strategia dell’accoglienza che sia altro dall’assimilazione, dall’integrazione, ma accolga la sfida dell’impossibile: accogliere e sostare nella intraducibilità, nel senso etimologico del termine, della non conduzione. Pensare il Mediterraneo, oggi più che mai, non ci consente di ar-rivare, nel senso di raggiungere una riva altra, ma di sostare nel viaggio, nella consapevolezza di un mare nostrum che ha smesso, da tempo, di appartenere ai popoli che vi abitano. Non sarà, sicuramente, il ripensamento di un concetto che consentirà al fluttuare di barconi stracarichi di disperazione, di raggiungere rive di speranze, ma aiuta a comprendere il perché di fallimenti cogenti che sono, comunque, sotto gli occhi di tutti. Intanto, il fallimento di un’Europa infantilmente ripiegata su se stessa e su un passato tradito dall’incapacità di un’accoglienza che salva e quello di un’area del Mediterraneo che ha spento ogni particolare in un dualismo contrapposto. Il viaggio nel Mediterraneo prega altro che le grandi religioni monoteiste, parla lingue diverse dall’arabo e dalle lingue europee. Singhiozza monosillabi di aiuto, in una lingua che è una lingua universale del dolore e traduzione di un fallimento del concetto stesso di un universale imposto. Dietro il viaggio verso la morte, di donne, madri, bambini e uomini che sanno già di non avere un futuro, c’è tutto il fallimento di una politica che ha guardato ai propri territori ed ai territori altri con sguardo strabico. Rimanendo tardivamente immobili di fronte a tragedie ineluttabili e cinicamente prevedibili. “Il Mediterraneo è quindi un limite storicamente determinato, ma è anche una possibilità. In nome della sua eredità, in memoria del suo nome e di quanto è storicamente accaduto sulle sue rive, si deve provare a pensare il suo a-venire; tentare di pensare, cioè, altrimenti il confine e, lungo i suoi bordi porosi, condividere una parola di accoglienza nei confronti dell’avvenire e di chi viene, straniero radicalmente estraneo, arrivante da infinite altre rive, anche oltre le rive del nostro mare” (Silvia Geraci – J. Derrida e i bordi del Mediterraneo).