Mandela e il cammino verso l’Uguaglianza e la Libertà iniziato e non ancora compiuto

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Nelson Mandela
Nelson Mandela


“Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la mia via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato un montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere uno sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo qualche attimo, perchè assieme alla libertà vengono la responsabilità, e io non oso trattenermi ancora: il mio lungo cammino non è ancora alla fine” 
(tratto da “Long Walk to Freedom” – “Lungo Cammino verso la Libertà”, di Nelson Mandela, Feltrinelli 1995 e 2004).

Quando scrisse queste parole Nelson Mandela era ancora in carcere, ma già sapeva che il cammino iniziato sarebbe stato lungo. Ancora oggi quel cammino prosegue. Deve proseguire perché la meta non è stata ancora raggiunta.

All’autobiografia si ispira il film diretto nel 2013 da Justin Chadwick, interpretato da Idris Elba, “Mandela – La lunga strada verso la libertà”.

Ancora vivi sono nella memoria, come nella storia del Sudafrica e di tutti i paesi in cui la democrazia e l’uguaglianza ogni giorno costituiscono una sofferta conquista, i valori che ispirarono la vita di Nelson Mandela, ricordato nel giorno della sua nascita, avvenuta il 18 luglio 1918 in un villaggio dell’allora provincia rurale del Capo, in Sudafrica. 

Esseri liberi non significa semplicemente rompere le catene, ma vivere in modo tale da rispettare e accentuare la libertà altrui. Nessuno è nato schiavo, né signore, né per vivere in miseria, ma tutti siamo nati per essere fratelli“, queste le riflessioni di Nelson Mandela scelte per la Giornata internazionale in sua memoria, istituita dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2009. 

Una ricorrenza che richiama anche il celebre brano della band scozzese dei Simple Minds, scritto nel 1988 e registrato nel 1989 (https://music.youtube.com/watch?v=a-vZgxJIpuc&feature=share).

Un Mandela International day quello di quest’anno rattristato dalla morte della sua figlia più giovane, Zindzi Mandela, deceduta il 16 luglio scorso a Johannesburg. Era risultata positiva al CoVID-19.

Nelson Rolihlahla Mandela – Madiba, lo chiamavano i membri anziani della sua famiglia e della comunità- studiava legge quando fu espulso dalla University College of Fort Hare per le sue idee. Egli aveva abbracciato la causa dell’African National Congress (ANC), partito anti-apartheid, di cui nel 1944 aveva fondato la Lega giovanile. Si laureò più tardi per corrispondenza mentre era detenuto. 

Un impegno che dopo il massacro di Sharpeville del 1960 – la polizia aveva ucciso 69 manifestanti durante una protesta popolare – dovette misurarsi con un inasprimento delle politiche segregazioniste del Partito Nazionale. 

Quello fu il momento in cui Mandela e l’ormai bandito ANC abbandonarono la linea della lotta non violenta.

Si discostò dall’eredità di Gandhi per divenire un guerrigliero e solo negli anni novanta tornare alla non violenza e operare per la riconciliazione. “Se il potere ci priva della libertà – diceva– solo con il potere potremo rivendicarla“. 

Nel 1961 fondò un’organizzazione clandestina che fu classificata come terroristica dal governo sudafricano, ragione per la quale nel 1964 Mandela fu condannato all’ergastolo per tradimento e sabotaggio. Un pregiudizio che ha pesato anche quando nella lista nera degli Stati Uniti, tra i sospettati di terrorismo, apparve anche il suo nome. Sopravvissuto fino ad oggi, infatti, l’antico retaggio del rancore della minoranza bianca del Sudafrica verso l’African National Congress, movimento anti-apartheid che Mandela presiedette dal 1991 al 1997, poi divenuto espressione del governo democratico di Johannesburg.

Imprigionato per il suo impegno contro la segregazione razziale nel 1963, rimase in carcere per 27 anni, fino al 1990.

Una vita che assomiglia ad un cammino, quello raccontato durante la sua prigionia quando oltre al numero 46.664 sull’uniforme di detenuto, aveva impresso nell’animo il sogno di un popolo libero che per lungo – troppo – tempo era stato condannato a vivere di stenti, di malattia, relegato in ghetti lontani persino dagli ospedali. 

Nelson Mandela fu insignito del Nobel per la Pace nel 1993, insieme al presidente bianco De Klerk che si adoperò per la sua liberazione.

In occasioni delle prime elezioni democratiche del paese, fu eletto presidente del Sudafrica – il primo di colore – e rimase in carica dal 1994 al 1999 in un momento estremamente delicato per il Paese, quello della transizione dal regime dell’apartheid a quello democratico, operando per la riconciliazione nazionale e internazionale.

Nel 2006 Ambasciatore delle Coscienze di Amnesty International, che lo aveva adottato anche come prigioniero di coscienza, prima di ogni altra cosa fu leader del movimento anti-apartheid in Sudafrica, Nelson Rolihlahla Mandela è ancora oggi testimone della dignità di un popolo, della responsabilità di ogni uomo libero.

Il Sudafrica di Mandela e della Riconciliazione

Culla dell’Umanità per la ricchezza di reperti rinvenuti principalmente nella zona del Transvaal, il Sudafrica bagnato due oceani, quello Indiano e quello Atlantico, ed ex colonia olandese e poi inglese, ospitò nel 2010 i primi campionati mondiali della sua storia. Ancora oggi le ferite della violenza e dell’intolleranza sono memoria come la figura della lotta all’apartheid di Mandela.

Mandela fu promotore della ricostruzione avvenuta attraverso la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, istituita a Città del Capo nel 1995 per volere suo e guidata dall’arcivescovo anglicano e attivista sudafricano, Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace nel 1984.

In occasione di centinaia di pubbliche udienze in tutto il territorio del paese posero, le une di fronte agli altri, 21.800 vittime e 1.163 carnefici si trovarono dinnanzi ai crimini subiti e commessi dal regime in nome dell’apartheid. Una ricostruzione che si proponeva faticosamente di ricucire gli strappi di un passato che aveva conosciuto i massacri di Sharpeville nel 1961 e di Soweto nel 1976, in cui centinaia furono i morti fra i manifestanti “neri” del ghetto colpiti dai poliziotti “bianchi”. Una contrapposizione di colori e di parole che nel racconto, come nella storia, ha rappresentato una lacerazione sociale profonda capace di andare ben al di là dei confini del continente africano. Essa ancora oggi minaccia, nelle forme in cui pervicacemente sopravvive, la libertà e l’uguaglianza anche in molti paesi in cui i cittadini africani vivono. La sua origine è il pregiudizio che si annida in ogni dove e assume le forme più diverse. Il pregiudizio che è ancora insidiosa e aberrante eredità di fronte alla quale dovremmo tutti coralmente esercitare il dovere di rifiutare e ripudiare.

“Terre del mio sangue” è il titolo delle memorie della scrittrice sudafricana Antjie Krog alle quali si ispira la sceneggiatura, firmata da Anna Peacock, del film “In my country” (2004). Diretto dal regista John Boorman e interpretato da Samuel Leroy Jackson e Juliette Binocheil film fu visto in anteprima da Nelson Mandela al quale piacque molto. Esso ricostruisce il clima di quegli anni importanti e faticosi, attraverso la storia di un giornalista americano e di una poetessa sudafricana.

Un film bellissimo ed assai importante sulla storia del Sudafrica e sulla Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Interessante non solo per gli abitanti del Sudafrica, ma anche per le persone di tutto il mondo, che saranno coinvolte dai grandi interrogativi dell’umanità quali la riconciliazione, il perdono e la tolleranza”, commentò nel 2003 Nelson Mandela.

Sudafrica, la Nazione dell’Arcobaleno

L’esempio di Nelson Mandela vive e vivrà nonostante lui sia morto, il 5 dicembre 2013 a Johannesburg. Aveva 95 anni quando se n’è andato, consumato dalla malattia ma sempre cullato dall’abbraccio di quel paese che lui aveva ricostruito e amato. Rainbow Nation, la nazione dell’Arcobaleno, questo il nome che il Sudafrica popolato da genti di diverse etnie e diversi colori, in cui si parlano undici lingue considerate tutte ufficiali – rispetto alle due riconosciute durante l’apartheid ossia l’Inglese e l’Afrikaans – ha assunto all’indomani dell’abbattimento dell’aparthied negli anni Novanta. 

L’apartheid (“separazione” in lingua afrikaans), politica di segregazione, è stato definito crimine internazionale dalla convenzione delle Nazioni Unite sottoscritta nel 1973 ed entrata in vigore nel 1976 (International Convention on the Suppression and Punishment of the Crime of Apartheid). Successivamente è stato anche inserito nella lista dei crimini contro l’umanità che la Corte penale internazionale può perseguire. Nella storia di questo radicato e ostinato pregiudizio spicca la figura di Nelson Mandela che incarna l’ideale di una lotta costata la vita di molti ma, senza la quale, ancora oggi non potremmo parlare di apartheid solo come di una drammatica parentesi nella storia del Sudafrica. Sulla scia di questa ricerca di riconciliazione tra la maggioranza indiana e nera e la minoranza inglese boera, oggi questo paese è consapevole di avere scritto la Storia.

Nelson e Miriam

A Mandela si lega anche la forza di un’altra icona della libertà e del coraggio, quella incarnata dall’indimenticabile Miriam Makeba. Nativa di Johannesburg, scomparsa nel 2008 in Italia proprio a Castevolturno dopo un concerto dedicato a Roberto Saviano e contro la Camorra, talento straordinario, è stata espressione sublime della musica africana e voce vibrante della libertà in tutto il mondo. Nota per il suo impegno politico contro l’apartheid, Miriam Makeba era stata delegata dalle Nazioni Unite e ambasciatrice di Buona Volontà dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’Agricoltura. Era stata esiliata dal governo sudafricano negli anni Sessanta per i temi politici e contro l’apartheid ai quali i suoi dischi si ispiravano. Nel 1990 fu Nelson Mandela a convincerla a tornare nel suo paese affinchè la sua voce soave e impegnata potesse continuare ad essere ascoltata dal suo popolo, oltre che dal resto del mondo. Eravamo negli anni della svolta in cui quella politica segregazionista, avviata da alcuni ministri boeri negli anni Quaranta, volgeva finalmente al termine.

Invictus 

Black as the pit from pole to pole,

I thank whatever gods may be

For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance

I have not winced nor cried aloud.

Under the bludgeonings of chance

My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears

Looms but the Horror of the shade,

And yet the menace of the years

Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,

How charged with punishments the scroll,

I am the master of my fate:

I am the captain of my soul.

Dal profondo della notte che mi avvolge,

Nera come un pozzo da un polo all’altro,

Ringrazio qualunque dio esista

Per la mia anima invincibile.

Nella feroce morsa delle circostanze

Non ho arretrato né gridato.

Sotto le randellate della sorte

Il mio capo è sanguinante, ma non chino.

Oltre questo luogo d’ira e lacrime

Incombe il solo Orrore delle ombre,

E ancora la minaccia degli anni

Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,

Quanto piena di castighi la vita,

Io sono il padrone del mio destino;

Io sono il capitano della mia anima.

William Ernest Henley 1849-1903

Con questi versi si dava coraggio Nelson Mandela negli anni della sua prigionia durante l’apartheid. Il titolo della poesia è divenuto per questo anche il titolo del film diretto nel 2009 da Clint Eastwood e interpretato da Morgan Freeman e Matt Damon. 

Dunque Invincibileinvittoimbattutoindomito. L’ultimo verso viene citato da Oscar Wilde nell’epistola De Profundis del 1897, scritta durante la prigionia nel carcere di Reading, in seguito alla condanna per omosessualità.

Mai vinto, mai sconfitto, nonostante la prigionia e la segregazione, nonostante l’isolamento dalla famiglia. Invitto perché saldi restarono i suoi ideali, ancora oggi un faro nel

Mondo in cui il razzismo imperversa.

I passi in avanti compiuti in Sudafrica, nelle comunità Afroamericane e in ogni angolo del mondo in cui vivano migranti africani di prima e seconda generazione e oltre, ancora non bastano. Non bastano perché persone ancora muoiono per mano della polizia per il colore della loro pelle. Se avessimo imparato, George Floyd e altri non sarebbero stati uccisi in modo ignobile, in seguito ad un arresto e solo per il fatto di essere cittadini afroamericani. Il 25 maggio scorso a Minneapolis hanno avuto luogo gli 8 minuti e 46 secondi della vergogna, durante i quali il poliziotto Derek Chauvin, mentre altri tre agenti restavano inerti, teneva George Floyd immobilizzato premendo sul suo collo. Una morte che ha generato dolore e indignazione, unendo persone di tutti i contenenti nella marcia del movimento Black lives matter, nato nel 2013 su impulso della comunità afroamericana per protestare contro i brutali omicidi della polizia, le ingiustizie a sfondo razziali e le disuguaglianze insite nel sistema giuridico statunitense. 

Nelson Mandela ‘would have admired’ global protests” ha dichiarato il pronipote Nkosi Zwelivelile “Mandla” ai microfoni di Sky https://www.google.it/amp/s/news.sky.com/story/amp/black-lives-matter-nelson-mandela-would-have-admired-global-protests-says-grandson-12007929.

Una causa universale 

Negli anni in cui Mandela in Sudafrica si distinse nella campagna di resistenza del 1952, organizzata dall’ANC (African National

Congress), con un ruolo importante nell’assemblea popolare che nel 1955 adottò la Carta della Libertà, sancendo la causa anti- apartheid come priorità, negli Stati Uniti stavano per essere mossi i primi passi del

movimento per i Diritti Civili, 1960s Civil Rights Movement.

A boicottare non fu solo Mandela in Sudafrica ma anche Martin Luther King sempre nel Sud, ma degli Stati Uniti. Una marcia la sua che mobilitò gli afroamericani in nome della libertà, dell’uguaglianza e della resistenza non violenta, anche grazie al contributo di altri leader tra i quali Malcolm X. Un attivismo per i diritti umani necessario quanto scomodo: i due leader furono assassinati rispettivamente a Memphis nell’aprile del 1968 e ad Harlem nel febbraio del 1965. Una ribellione civile iniziata dalla giovane attivista Rosa Louise Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, che nel 1955 aveva rifiutato di cedere il posto su un autobus a un bianco, ispirando il boicottaggio dei bus a Montgomery.

Sudafrica e la memoria di Mandela

A rimpiangere Mandela ancora oggi sono in tanti e tra questi anche il movimento di diritti civili Abahlali BaseMjondolo (” Quelli che vivono nelle baraccopoli” in lingua Zulu). 

In occasione dei mondiali del 2010 in Sudafrica, il Movimento lanciò la provocazione dei “Mondiali al Contrario”. Un viaggio di sensibilizzazione portato avanti da una delegazione che fece tappa anche a Reggio Calabria dopo i fatti di Rosarno (“Unspeakable”, indescrivibile a parole) del 2010. Fatti dopo i quali, a distanza di dieci anni, la situazione di sfruttamento lavorativo e le condizioni di vita degradanti dei braccianti stranieri nei campi di raccolta di agrumi persistono. 

In quell’occasione il movimento volle evidenziare come il campionato del mondo Sudafrica 2010, in realtà, non avrebbe favorito il Paese e contribuito al miglioramento delle condizioni di vita delle persone. Questa fu la forte denuncia cui il movimento degli impoveriti del paese diede voce proprio in attesa del primo campionato del mondo di Calcio nel continente africano. In quell’occasione ai microfoni di Reggiotv il portavoce del movimento, Thembani Ngongom, aveva parlato di un’altra faccia dei mondiali, quella lontana dai riflettori e dai campi di calcio, lontana dal podio e dai colori delle maglie delle nazionali. Quella delle persone povere che attraverso quel movimento, bersaglio di censura e repressione, inascoltato e malvisto dal governo sudafricano dell’epoca, esprimevano l’unica voce in Sudafrica. “We are the only voice of poor people in Sudafrica”, aveva dichiarato durante un incontro in cui non erano mancate le note nostalgiche per il governo di Mandela. Il leader simbolo della lotta all’apartheid, era infatti il rimpianto più significativo del movimento sociale dei sudafricani impoveriti. “Vorremmo che oggi Mandela avesse venticinque anni perché da quando il suo mandato è finito, la situazione è regredita e si sono aperte opportunità per gli opportunisti che stravolgono la Freedom Charter, la Carta della Libertà“. Alla domanda sul futuro, la risposta era stata “un cammino ancora lungo dei poveri organizzati che identificavano nel movimento Abahlali BaseMjondolo, presente in oltre quaranta città del Sudafrica, non uno strumento sovversivo per capovolgere il potere ma un’occasione di confronto con il governo affinchè possano essere ascoltati“. 

Ecco che quella causa di libertà cui Mandela dedicò interamente la sua vita è ancora oggi attuale e da abbracciare con convinzione. Ecco perché non bisogna dimenticare.