L’ora di storia, il ruolo della cultura nel governo di frontiera

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L'ora di storia

Alessio Genovese è un giovane regista che insieme a Raffaella Cosentino è entrato nei Cie d’Italia.E’ nato così  il primo film documentario, EU013 l’ulima frontiera, girato all’interno dei Centri di identificazione e di espulsione italiani (C.i.e.), dove ogni anno circa 8mila persone vengono trattenute per un periodo di tempo che arriva fino a 18 mesi, in regime di detenzione amministrativa, cioè senza avere commesso un reato penale e senza essere stati giudicati nel corso di un processo. Sessanta minuti di immagini inedite che mostrano i retroscena del controllo delle frontiere italiane e la vita quotidiana nei C.i.e. Protagonisti sono gli agenti della Polizia di Frontiera e i migranti irregolari. Grazie alla collaborazione con il Ministero dell’Interno, le telecamere sono riuscite a entrare dove nessuno era arrivato prima. Dalla sala d’attesa del Terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino dove vengono fatti sostare gli stranieri in attesa del respingimento, alle gabbie dei centri dove avvengono i rimpatri forzati.Fino allo scoppio di una rivolta in presa diretta. A lui abbiamo chiesto cosa pensa dei fatti di cronaca degli ultimi giorni, a Lampedusa e a Ponte Galeria, Roma e delle proteste dei migranti.

 
C’è un gran parlare, in questi giorni, di cambiamento. La politica sembra avere trovato una riserva di entusiasmo da diffondere alla gente. Cominciano a cambiare i volti e la sostanza dei discorsi. A fatica, dopo più di venti anni, si sta proponendo un ricambio generazionale. Ma questo non basta ancora per incidere la realtà di una società allo stremo delle sue forze razionali. La gente ha bisogno dell’entusiasmo delle idee che diventano fatti per non arrivare allo scontro fisico con il sistema. Il Rè è nudo, più di nudo. Resta in piedi, lo scheletro accasciato, con una mano mostra lo scettro e con l’altra tiene la corona. Noi in questo entusiasmo ci vogliamo credere, non l’abbiamo mai smesso di fare. Noi siamo la nuova generazione. Noi l’alternativa. A noi la grandissima responsabilità di diventare attori protagonisti della nostra contemporaneità. Siamo consapevoli delle dinamiche e abbiamo compreso le ragioni che ci hanno portato al disastro di ogni parte della società. Se restiamo è per cambiare, per garantire un futuro per tutti, per darci la possibilità di vivere sulle nostre terre, nelle nostre città. La strada verso l’estero sarebbe la più facile. Sono milioni quelli che già hanno lasciato l’Italia. Anche questi sono i numeri di una guerra. La nostra guerra, quella che quotidianamente combattiamo per sopravvivere in questo paese.
Mi hanno chiesto di scrivere la mia su quello che sta avvenendo in questi giorni all’interno del Cie di Ponte Galeria e al CPSA di Lampedusa e io parlo di guerre e di dinamiche internazionali. Parlo delle guerre di casa nostra e di quelle che circondano tutto l’isolato e in fondo parlo della stessa cosa. Dietro tutto questo, dietro ogni cosa che ha portato degli uomini a cucirsi le labbra con ago, ricavato dal metallo di un accendino, e filo, fatto da una coperta; dietro la scelta di un padre di portare la famiglia al riparo, lontano dalla Siria, in Italia, in Europa, dall’altro lato del Mediterraneo; in fondo alle motivazioni di un siciliano trentenne che parte in Germania, in Australia o in Canada, dietro tutto questo c’è una visione del mondo ben chiara e condivisa.
Agli europei, oggi come ieri, è data la capacità di plasmare, modificare, indirizzare l’idea che si ha dell’Europa, dei valori e delle possibilità che si è detta di garantire ai sui cittadini. E’ attraverso questa proiezione prospettica che noi arriviamo a confermare la nostra idea di comunità coesa. Anche se non pienamente consapevoli, dobbiamo cominciare a capire che come Unione, come somma dei singoli Stati Membri, abbiamo un enorme capacità di produrre immaginario fuori dai nostri confini. Se lo facciamo, se diventiamo consapevoli che cambiare qui, oggi, significa dare una possibilità non soltanto a noi come italiani ma anche al resto dell’Europa e del Mediterraneo, allora ci riprenderemo il ruolo di protagonisti della nostra storia.
Nei mesi in cui abbiamo lavorato alla realizzazione di EU 013 l’Ultima Frontiera, con Raffaella Cosentino, ho scoperto quanto parlare di frontiera e di Cie, di Mediterraneo e di Europa, oggi significhi parlare, sostanzialmente, della nostra stessa identità. Dell’ultimo processo identitario che abbiamo subito. Eravamo troppo piccoli per poter essere presi in considerazione. Siamo stati la prima generazione Schengen della storia, su di noi oggi si dovrebbero vedere gli effetti delle politiche adottate 15-20 anni fa. E invece eccoci qui, figli ingrati a sputare nel piatto dove abbiamo sguazzato fino ad adesso. Non è così, non siamo ingrati per nulla. Siamo soltanto preoccupati e spaventati da quello che sta accadendo. Noi quella libertà, dataci dall’abbattimento delle frontiere interne all’Europa, l’abbiamo sfruttata fino in fondo. Con il nostro bel passaporto rosso, abbiamo viaggiato il mondo, fatto scuola. Nel non ascoltarci oggi si rischia di buttare all’aria l’investimento fatto su di noi all’epoca.
La realtà è che non si può parlare del solo Centro di Primo Soccorso e Accoglienza di Lampedusa, dei soli Centri di Identificazione ed Espulsione, delle sole condizioni dei richiedenti asilo sul nostro territorio, senza affrontare l’intero meccanismo che governa il funzionamento delle frontiere in Europa. Meccanismo che è strettamente legato all’idea di mondo, e del nostro ruolo in esso, che abbiamo. Nel film incontriamo tante persone, a tutte abbiamo dato la possibilità di esprimersi, di parlare con noi. Sono voci diverse che messe insieme tessono le trame di un ragionamento ben chiaro che si può sintetizzare nelle parole di Lasaad, una mente rara: “hanno detto: Unione Europea, cioè, abbattere tutte le frontiere. Ma hanno messo i Centri! Dunque in conclusione che cosa hanno fatto? Niente. Hanno soltanto rinchiuso i ricchissimi da una parte e i poverissimi dall’altra. E quei disgraziati dei poverini… se qualcuno, se uno di loro, ha avuto l’opportunità, la fortuna, di toccare terra, di toccare sta famosa parola libertà, non è altro che un CIE, Centro di Identificazione ed Espulsione… Il mondo va avanti, non torna indietro. Ma la storia è fatta per essere ricordata, non per essere rivissuta”. Oggi restano soltanto queste due grandi gabbie che rinchiudono, come le vede Lasaad, sulla sponda nord e sud del Mediterraneo ma non ci sono ricchissimi, anche noi siamo poverissimi.
Abbiamo incontrato Lasaad a febbraio e marzo del 2013, prima Ponte Galeria e poi a Trapani. Sono passati nove mesi. Nove mesi in cui abbiamo perso i contatti con lui, il telefono non squillava più già qualche giorno dopo la nostra visita. Ieri (22 dic 2013) abbiamo appreso, dalle immagini del Tg3, che si trova ancora a Ponte Galeria. Quante rivolte e tentativi di fuga avrà visto in questo periodo ci è dato solo immaginarlo. Più di ogni altra cosa, fa male l’idea di gettare, letteralmente gettare mesi e anni della tua vita intrappolato all’interno di un meccanismo perverso che non pensa ne al bene della gente ne al risparmio del contribuente ma solo all’esigenza di affermare se stesso e l’immaginario identitario di cui si è fatto carico. Un vero meccanismo ideologico, totalizzante.
Credo, che il nostro maggior contributo lo stiamo dando mostrando il mostro, permettendo alle persone di entrare in contatto con queste realtà fino ad oggi rimaste taciute. Sono quindici anni che esiste questa visione della frontiera, dell’Europa e del mondo, quindici anni che esistono i Cie, gli allora Cpt effetto della Turco-Napolitano. All’epoca il trattenimento era di 60 giorni ma non mancavano proteste, anche violente. Un Natale di quattordici anni fa morivano sei persone di origine margarina nel Cpt “Serraino Vulpitta” di Trapani, il primo di Italia. Sono quindici anni che le persone si cuciono la bocca e si infliggono tagli per protesta. La soluzione della politica oggi non può essere quella di riportare il trattenimento ad un massimo di 60 giorni. Abbiamo bisogno di una politica che pensi veramente al futuro, capace di dare risposte ai problemi di ieri e di oggi. Abbiamo bisogno che gli ambienti culturali emergenti, da anni ormai, si facciano avanti perseguendo un pensiero politico alternativo, chiaro.
Per riuscire ad avere dei risultati soddisfacenti proponiamo un periodo di dialogo, con una dead-line a breve scadenza, con le varie forze politiche che ci porterà alla stesura di una proposta di legge alternativa non solo alla Bossi-Fini ma all’intero capitolo immigrazione e frontiera. In Italia ci sono diverse realtà all’avanguardia in questo campo, con anni di esperienza alle spalle e competenze consolidate. Senza il mondo della cultura, dei giuristi, dei medici, …, la politica di oggi non potrà cambiare. Il momento resta di grande entusiasmo e positività, ci sono degli ottimi segnali che arrivano dal PD e da piccole parti delle istituzioni. Se riusciamo adesso, possiamo permetterci il lusso di arrivare al semestre europeo con delle proposte serie e accettabili.

Scritto da Alessio Genovese