L’esilio di Timira, la vita di Isabella e la ricerca di una storia in cui rifugiarsi

0
22

Parole che uniscono due continenti, l’Africa da cui si emigra e l’Europa dove si approda con tante speranze, mescolandone la storia di colonizzati e colonizzatori, di occupanti ed occupati. Eco mai troppo lontani di un colonialismo ancora irrisolto, non solo in Africa.  Parole necessarie per raccontare in quanti modi si possa combattere per la Libertà dai conquistatori come dai pregiudizi, essendo (o dovendo essere!) la Libertà, patrimonio universale dell’Essere Umano in ogni luogo del mondo, sempre.

Queste parole si intrecciano con la storia di un’Italia che lotta per la sua Liberazione dal Nazifascismo, causa per la quale in molti hanno sacrificato la loro vita, anche chi da italiano ha combattuto con la sua pelle sorprendentemente scura e un spirito profondamente coraggioso. 

Storie si uniscono in quelle pagine in cui l’Italia era ed è popolata da cittadini italiani che restano stranieri, straordinariamente impegnati per i diritti e la libertà dal pregiudizio di tutti noi.

«Timira. Un romanzo meticcio», edito da Einaudi nel 2012, è una storia che ne racchiude tante altre, che nasce da una donna italo – somala, Isabella Timira Hassan Marincola, sorella del partigiano di colore della Resistenza Italiana, Giorgio Marincola, ed emblema della composita identità degli immigrati di seconda generazione. Un mosaico composito, un destino che diventa universale, pregno di incognite e difficoltà. Storia che di ‘meticcio’ non ha solo il titolo ma l’essenza intesa come una contaminazione virtuosa che moltiplica e accresce il suo valore, come la scrittura corale cui è affidata. Lo stesso stile di narrazione rifugge schemi e logiche per rappresentare un unicum letterario, un incrocio di generi tra biografia e testimonianza in prima ed in terza persona, ispirato a documenti d’archivio e diari.

Il racconto di un viaggio quotidiano di una donna italo-somala in Italia, attraverso le parole di Isabella Timira Hassan Marincola affidate al volume « Timira. Un romanzo meticcio », una storia complessa che intreccia tante vite scritta a più mani dal figlio Antar Mohamed e da Wu Ming 2, pseudonimo di Giovanni Cattabriga, uno dei componenti del collettivo di scrittori bolognese Wu Ming, autore di opere corali nel segno della condivisione e del superamento di ogni individualismo.

Timira, morta nel 2010 all’età di quasi 85 anni, due anni prima della pubblicazione del romanzo di cui è protagonista, era dunque una donna tenace, madre di uno degli autori Antar. Nota in Somalia con il nome di Timira, era nata a Mogadiscio nel 1925 da madre somala, Aschirò Hassan, e da padre italiano, Giuseppe Marincola originario di Pizzo Calabro in provincia di Vibo Valentia. Cittadina italiana riconosciuta alla nascita anche con il nome di Isabella Marincola, da piccolissima era arrivata a Roma dove aveva vissuto con il padre e la seconda moglie. I rapporti tra i figli del marito e la nuova moglie, Elvira Floris, non furono mai buoni, così dopo la morte del fratello Giorgio, partigiano rimasto vittima della strage in Val di Fiemme ad opera dei nazisti nel maggio del 1945, Isabella lasciò la casa familiare per lavorare come modella e attrice di cinema e teatro. Contrasse tre matrimoni, con il regista Alfredo Zennaro, il giornalista Lamberto Patacconi e con il somalo Mohamed Ahmed con cui ebbe un figlio, Antar appunto, nato proprio a Mogadiscio dove intanto, con il suo terzo marito (che lì aveva un’altra moglie) era tornata a vivere. In Somalia, Timira era tornata anche negli anni Cinquanta per conoscere la madre Aschirò Hassan. Era tornata senza il fratello Giorgio che purtroppo non era più vivo. 

Dalla Somalia all’Italia

Timira e Antar lasciarono negli anni Novanta la Somalia sopraffatta da una sanguinosa guerra civile per giungere in Italia, a Bologna. La permanenza in Italia non fu semplice e da questa difficile e coraggiosa esperienza di migrazione è nato il racconto di vita di Isabella, è nato il “romanzo meticcio” di Timira.

La sua testimonianza di straniera in terra italiana, donna dall’identità plurale, figlia di un incrocio di culture e civiltà, cittadina del mondo che promuove in Italia i suoi diritti, facendo crescere l’Italia stessa e il suo popolo, che coglie le opportunità, si mette in discussione e recita nel film “Riso amaro” di Giuseppe De Santis, nel ruolo della mondina di colore, rappresenta una preziosa esperienza di vita e contaminazione. Mentre resta aperta l’indifferibile e intramontabile interrogativo relativo a cosa significhi essere Italiani ed essere stranieri in Italia, Timira affida al figlio il racconto dell’identità di una donna profuga in patria.

«Siamo tutti profughi, senza fissa dimora nell’intrico del mondo. Respinti alla frontiera da un esercito di parole, cerchiamo una storia dove avere rifugio». 

La storia di Isabella Timira è lunga oltre ottanta anni. Il figlio Antar con Wu Ming 2 ne fanno un romanzo che intreccia testimonianze e documenti che attraversano la storia dal Fascismo alla fine della Guerra Fredda, passando per la Resistenza alla cui causa di Libertà si legò il fratello di Timira, Giorgio Marincola, l’unico partigiano di colore, caduto in battaglia mentre con i suoi compagni combatteva contro i nazisti per liberare un Paese. Un Paese che era il suo perché sua, e di ogni uomo ed ogni donna, era (e sempre sarà) la causa di Libertà. 

Di lui, la sorella Isabella due anni più piccola, ricorda: “Mio fratello mi disse prima di partire: ‘Isabella noi torneremo in Somalia, così conosceremo nostra madre e il Paese dove siamo nati’. Buon viaggio, Giorgio. Non sapevo che non l’avrei più rivisto”.

Il romanzo meticcio rispecchia il nostro paese

Il « romanzo meticcio » rispecchia il nostro paese visto con gli occhi di chi ha la pelle scura e incarna un racconto a più mani che attraversa epoche e generazioni, Storia e Storie, lingue e identità, finanche generi (anche letterari) diversi. Una donna si affida con fiducia e generosità ad una narrazione di due uomini che si dipana oltre ogni genere, inteso nell’accezione anglosassone di gender, distinzione in termini di appartenenza all’uno o all’altro sesso non basata sulle differenze di natura biologica o fisica, ma su componenti di natura sociale, culturale, comportamentale (Treccani). 

Storie di confine con la fondazione Horcynus Orca

Nel 2012 Timira e il suo romanzo meticcio furono al centro dell’incontro di apertura del ciclo ‘Storie di confine‘, promosso in collaborazione con la fondazione Horcynus Orca nell’ambito dei venerdì letterari programmati nella nuova stagione del Cine Teatro Siracusa di Reggio Calabria, quando ancora il palazzo storico progettato da Barbaro e Canova era un teatro. Quella stagione fu dedicata al grande intellettuale e animatore culturale romano, Renato Nicolini, che per molti anni si era occupato di promuovere attività presso il Politeama Siracusa e che era scomparso proprio qualche mese prima. 

Un romanzo meticcio che svela un’essenza in addizione, che invoca l’imprescindibile rispetto della dignità umana, valore che scardina e smaschera ataviche paure e retaggi di un passato non esente da derive razziste. Secondo il manifesto della Razza varato nell’Italia Fascista del 1938: “Il meticcio è un essere disambientato fra i bianchi come fra gli indigeni: è un ibrido, è un pericolo”. Questo libro non riabilita il passato ma ripara la parola e, restituendole dignità e pienezza, la riporta nella giusta dimensione semantica e lessicale. 

Non teme di irrompere nella memoria, questa narrazione che coinvolge e interroga. Parole che segnano un confine estremo, un’impronta destinata a rappresentare quelle gocce di verità necessarie in un mare di retorica stagnante e di memoria smarrita, in cui i fari della Libertà, dell’Uguaglianza e della Civiltà, troppo spesso, non si rivelano sufficientemente potenti per segnalare la terraferma al di là delle nubi di intolleranza, discriminazione, denegate accoglienza e integrazione. 

Isabella Marincola/Timira Hassan, un doppio nome e una sola persona, una sola donna il cui travaglio esistenziale ebbe le sembianze di un’altalena in continua sospensione tra due mondi. Come un doppio binario per una sola vita. Una storia che continua anche dopo la morte, in quelle parole vive grazie ad un patto generazionale in cui si condensano lingue, identità, sogni e speranze di una vita e di tante vite. 

Una contaminazione in atto che questo romanzo meticcio, come ogni opera scritta vergando su carta sentimenti e viaggi dell’anima, alimenta. Il viaggio di Timira Isabella, esule anche in terra di patria, non è finito perché non è finita la sua migrazione tra la persone e dentro le loro vite, attraverso la sua storia meticcia e le pagine che le sono sopravvissute.