Le storie, l’esilio e il genocidio negato degli Armeni

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Il 24 aprile di 105 anni fa quando tutto ebbe inizio. 

Fin dalle prime deportazioni di gente strappata dai loro villaggi, il destino delle donne fu in un certo senso diverso da quello degli uomini. Questi ultimi furono brutalmente uccisi, le donne brutalmente sottomesse o accompagnate verso il nulla del deserto siriano. Furono loro a resistere e a conservare il senso di un’identità che altrimenti si sarebbe smarrita. Furono loro, nella memoria difesa, la prima luce che squarciò il buio armeno”.

Alle parole e alle pagine dei suoi romanzi Antonia Arslan, scrittrice di origini armene da anni in Italia, che non si definisce storica ma innamorata della sua storia, affida il dramma umano del suo popolo, perseguitato e decimato dai Turchi durante la Prima Guerra Mondiale. Un popolo che senza la letteratura, quindi anche senza la penna di Antonia Arslan, sarebbe stato dimenticato. Un genocidio, il primo del Novecento come ha ricordato Papa Francesco, al quale la storia non riesce ad attribuire un esatto numero di vittime.

La memoria deve dunque svolgere la sua missione di ristabilire la verità dei fatti e ha, per il popolo Armeno, come data di riferimento il 24 aprile di 105 anni fa, quando tutto ebbe inizio. 

”Il genocidio armeno ha come data d’inizio simbolica il 24 aprile 1915, in quanto l’avvio del progetto predeterminato ebbe inizio proprio nella notte di quel giorno, nella città di Costantinopoli, attuale Istanbul, con il rastrellamento sistematico degli intellettuali e dell’élite armena della città. In un solo giorno scomparvero dalla comunità armena di Costantinopoli circa 270 persone appartenenti alla classe dirigente della loro nazione; l’operazione proseguì i giorni seguenti e, in un mese, circa 600 intellettuali armeni, fra cui giornalisti, scrittori, poeti, medici, avvocati e perfino deputati al Parlamento, vennero deportati all’interno dell’Anatolia e massacrati per strada. La nazione intera si ritrovò così ‘decapitata'” (da’Il piano dello sterminio, www.italiarmenia.it).

Il dramma del popolo Armeno ancora necessita di riscatto dall’oblio. Contributo prezioso continua ad essere reso dalla scrittrice e traduttrice italiana di origini armene, Antonia Arslan, instancabile testimone e voce poetica e vibrante per i racconti dei suoi avi.

Nipote di Yerwant Arslanian, pioniere dell’otorinolaringoiatria immigrato in Italia all’età di 15 anni, nel 1880, che per sfuggire alle persecuzioni mutò il suo cognome privato delle ultime lettere, è stata professoressa di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’università degli studi di Padova. Grazie alla sua penna oggi tanti romanzi raccontano la storia armena. Così sbocciano, in questo giardino della memoria ritrovata, La strada di Smirne, Il cortile dei girasoli parlanti, Il libro di Mush, Il rumore delle perle di legno, Lettere a una ragazza in Turchia e il recente La bellezza sia con te.

Il manoscritto salvato dalla violenza e i libri che salvano il popolo Armeno dall’oblio

La scrittura è una maledizione che salva, come sosteneva la principale autrice brasiliana del Novecento Clarice Lispector, la scrittrice dell’erranza che cerca rifugio nella parola impressa su carta ne La vita che non si ferma, tradotto italiano nel 2008 (edizioni Archinto) a cura di Liza Ginzburg e in cui si legge “La scrittura è una maledizione, come scrive Clarice nell’opera La ricoperta del mondo – è  una maledizione che salva.  Non mi riferisco tanto allo scrivere su un giornale. Ma allo scrivere quello che eventualmente può trasformarsi in un racconto o in un romanzo. E’ una maledizione perché si impone e trascina con forza come un vizio penoso da cui è quasi impossibile liberarsi, poiché niente lo sostituisce. Ed è una salvezza. Salva l’anima prigioniera, salva la persona che si sente inutile, salva il girono che si vive e che mai si capisce a meno che non si scriva. Scrivere è cercare di capire, è cercare di riprodurre l’irriproducibile, è sentire fino in fondo il sentimento che altrimenti rimarrebbe solo vago e soffocante. Scrivere è anche benedire una vita che non è stata benedetta. In questo modo mi trovo in balia del tempo“.  

Maledizione e benedizione al contempo. Questo è la scrittura. È indubbiamente una benedizione che risana le ferite e riscatta le esistenze per Antonia Arslan. “L’esperienza di tanti anni di insegnamento e di scrittura mi ha fatto capire che … vedi, quando ho cominciato a scrivere mi sono detta ‘se continuo a scrivere con questa intensità , con questa gioia di scrivere bene, se mi stufo chiudo e basta’. Era una cosa che doveva andare avanti con la ricchezza, la serenità  e la gioia di farla. Io mi sono divertita moltissimo a scriverlo, anche i momenti più tragici. Era come un esercizio di amore che facevo. Scrivevo tre-quattro pagine al giorno e poi mettevo già la penna e il giorno dopo ricominciavo. Era come tessere un tappeto

I racconti dello zio Sempad, il fratello del nonno decapitato, si imprimono nella mente e a un tratto si impongono affinchè siano a loro volta raccontati, dietro la spinta di una buona e saggia amica. E’ accaduto così che un giorno di maggio di tanti anni da, Antonia Arslan, su impulso di ricordi dolorosi e desiderosi di emergere da un passato a lungo rinnegato dal mondo intero, ha iniziato a scrivere divenendo una cantastorie, innamorata delle sue storie. Così ha preso forma quell’universo parallelo interiore e nascosto, quel nucleo di fuoco fatto di immagini concatenate e di emozioni anche violente che ad un tratto della vita si impongono e diventano anima di un romanzo tenero e struggente. Ecco che la Letteratura intuisce, arrivando prima della Storia al cuore delle vicende e degli uomini e delle donne che ne sono i protagonisti, e fonde passato e futuro in un presente assetato di memoria.

Nelle pagine di Antonia Arslan scorre il sangue delle vittime innocenti, prende vita il dramma intriso di speranza di chi cerca nuovi luoghi per non dimenticare una patria rubata con la violenza delle fiamme, come accadde al suo popolo vicino a scomparire nel settembre del 1922. 

Dal sangue versato delle vittime alle pagine da preservare. Ne Il libro di Mush (Skira Narrativa 2012) si narra la storia di un popolo da salvare, attraverso la cultura da sottrarre alle macerie ed alla distruzione seminata in occasione della strage nella valle di Mush, quando la popolazione Armena venne annientata dai Turchi della terza armata, in ritirata dalle sconfitte in Caucaso. In quella lotta per la sopravvivenza a quelle rovine, due donne strapparono coraggiosamente alle fiamme un prezioso libro, la testimonianza di quella cultura che nessuna arma avrebbe potuto distruggere come fatto con i monasteri, con le chiese, con le case. Così si narra che elle sopravvissute trasportarono l’importante è antichissimo manoscritto, miniato nel 1202 (alcune pagine pare siano custodite anche in Italia presso i Padri Mechitaristi di Venezia), alto oltre settanta centimetri, largo mezzo metro, pesante 27 chili e 500 grammi. Il tesoro del monastero di SurpArakelots, il famoso MshoCharantir, il Libro dei sermoni di Mush, cui erano attribuiti poteri taumaturgici, si trovava a terra in ciò che restava di un monastero nella valle di Mush, uno del lunghi del genocidio. Lo trasportarono in spalla, dopo averlo diviso in due, per le aspre montagne del Caucaso. 

Dei mille villaggi armeni della piana di Mush resterà solo il nome, nella memoria dei pochi superstiti in esilio, nelle parole di qualche nostalgica canzone.

Soltanto in alto, sulle montagne del tauro, vicino a Sassun, esistono ancora i resti di qualche villaggio abbandonato. Là ci sono solo vento, pietre ed erba: non più tetti o porte o finestre o tracce dei focolari, solo le occhiaie vuote, i buchi neri delle antiche aperture, da dove si affacciano i fantasmi e una serpe acciambellata riposa al sole“.

Il prezioso racconto di questa storia che lambisce la leggenda è emblema di un popolo che ha ritenuto naturale santificare l’inventore dell’alfabeto (ancora usato e composto da 39 lettere) e i traduttori delle scritture. Profeticamente, da autentico popolo del Libro, per il quale i libri e la scrittura sono appunto parte integrante dell’identità nazionale, esso intuì, già prima del suo sterminio, che solo la cultura ne avrebbe salvato la memoria, e avrebbe impedito l’oblio. Oggi quel volume, il più antico manoscritto armeno, si trova esposto al Matenadaran nel Museo dei manoscritti antichi di Yerevan, capitale armena nel 2012 proclamata dall’Unesco capitale mondiale del libro. 

Un percorso di scrittura e testimonianza iniziato tardi. Ha atteso oltre mezzo secolo prima di schiudere il suo cuore e donare, attraverso i suoi scritti, i colori e i dolori del suo popolo di origine. Il primo seme venne piantato nel 2004 con la Masseria delle Allodole (Rizzoli), vincitore del Premio Stresa di Narrativa e finalista al Campiello; nel 2007 venne trasposto sul grande schermo dai fratelli Taviani.

La missione rivelatrice della Letteratura e quella rievocativa della Storia, la dimensione emotiva di chi testimonia il tempo in cui vive e, da uomo e donna di quel tempo, si legge dentro e ne scrive; l’approccio razionale di chi descrive i fatti, senza dimenticare di viverli e poi li racconta. 

La Memoria negata … e ritrovata 

Nel 2015 – centenario del massacro consumatosi durante la Prima Guerra Mondiale nel 1915 – è stato importante parlare di quella pagina di Storia rispetto alla quale la Turchia, aspirante nazione dell’Unione Europea, ha ancora un atteggiamento negazionista. Nel 2009 Ankara tentò invano di incriminare per insulto esplicito alla nazione, gli ideatori della petizione, cui aderirono migliaia di persone sulla scia dei primi duecento intellettuali turchi, con cui si esercitavano pressioni sul governo turco affinchè chiedesse ufficialmente scusa al popolo Armeno per la persecuzione perpetrata. Il pubblico ministero di Ankara dovette dichiarare la loro non perseguibilità. La Turchia, ad oggi, si pone ancora con estrema intransigenza sulla questione.

Il disappunto del governo Turco, ancora fermamente negazionista, ha animato un dibattito che nel 2015, proprio in prossimità della giornata (24 aprile) in cui il popolo Armeno commemorava le vittime di quelle deportazioni e del tentativo di distruzione di una cultura e di un’identità millenaria, portò alla risoluzione con cui il Parlamento Europeo riconobbe ufficialmente il genocidio. La strada è tuttavia ancora lunga.

Lo scorso anno, per non compromettere i rapporti tra Ankara e Washington e per non irritare Erdogan, il presidente Trump sarebbe intervenuto in Senato affinché si arenasse la mozione appena approvata dal Congresso per il riconoscimento del genocidio degli armeni. L’iter subì un ulteriore rallentamento e la risoluzione fu approvata lo scorso dicembre. 

Questi tentativi delegittimanti dell’identità del popolo Armeno e della sua storia rendono ancora più necessaria la diffusione di documenti e testimonianze su quello che avvenne, sulla scia di quanto coraggiosamente fatto nel primo Dopoguerra da colui che nel 1968 fu chiamato ‘Giusto’ dall’Ordine di San Gregorio di Yerevan.

La prima, ed ancora oggi dirompente testimonianza della deportazione ed al massacro degli Armeni si deve infatti all’intellettuale e attivista per i diritti umani tedesco, infermiere volontario nella Prima guerra Mondiale, Armin Wegner (Wuppertal, Westfalia 1886, Roma 1978), al suo reportage fotografico di cui scrisse nelle sue lettere e che poi audacemente consegnò al mondo che ignorava, e che avrebbe continuato ad ignorare ancora a lungo, le atrocità che si consumavano in Anatolia. Avrebbe continuato a denunciare quello che aveva visto in tutte le sedi e in ogni momento, fino alla morte che lo colse all’età di 92 anni a Roma, dopo una vita segnata da persecuzioni ma libera nel pensiero e nello spirito. È celebre la sua Lettera aperta al Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson del febbraio del 1919, con cui perorò la causa dell’Indipendenza Armena e della Libertà di tutti i popoli perseguitati.

Nel 1933 scrisse anche a Hitler per evidenziare  come la persecuzione degli ebrei avrebbe segnato anche il destino dei tedeschi. Considerazioni che gli valsero il novero tra i Giusti tra le nazioni nel memoriale Yad Vashem, costituendo però anche motivo di persecuzione da parte dei turchi e dei nazisti.

Giunse in Italia nel 1936, con permanenze a Vietri, Potenza, Positano, Stromboli (dove ristrutturò il rudere di un vecchio mulino) e poi, dal 1956, a Roma. Da qui parti delle sue ceneri, nel 1978, furono trasportate verso la capitale dell’Armenia, Yerevan, e tumulate con una cerimonia nel Muro della Memoria, monumento che ricorda le vittime del genocidio.

Un milione e mezzo è il numero massimo delle vittime ipotizzato. Non c’è unitarietà sulle cifre di un massacro che la Turchia si ostina a classificare come guerra civile e che, al di là dei numeri, è stato drammatico e colpevolmente ignorato.

”Tale sradicamento totale spostò definitivamente il centro dell’Armenia ad est del fiume Arasse, nel Caucaso. Lì fu costituita la Repubblica indipendente d’Armenia nel 1918 che resse fino al 1920, quando fu annessa all’Unione Sovietica. Il trattato di Sèvres del 10 Agosto 1920 aveva riconosciuto il diritto all’indipendenza del popolo armeno in un’ampia area dell’Armenia storica, ma era stata una breve illusione: le azioni militari turche, culminate con l’incendio di Smirne del Settembre del 1922, provocarono la definitiva scomparsa degli armeni dall’Anatolia, “ratificata” dal trattato di Losanna del 24 Luglio 1923 tra le grandi potenze e la Turchia guidata da MustafàKemal, ove alla questione armena non si accennò neppure” (da ‘Il piano di sterminio’ – www.italiarmenia.it).

Oggi l’Armenia è una repubblica indipendente. Lo è dal 1991. Il suo percorso di liberazione da un passato negato è però ancora lungo. Ancora sangue viene versato, arresti e censure arbitrarie di siti e parole (7000 siti e 138 parole nel 2011) vengono utilizzati dal governo come mezzi di controllo delle coscienze e dell’ordine pubblico. Un paese molto poco sicuro per i giornalisti. Nel 2007 il giornalista scrittore turco, di origini armene, Hrant Dink, è stato assassinato nel quartiere di Osmanbey a Istanbul, davanti ai locali del suo giornale bilingue Agos, con tre colpi di pistola alla gola. Nel 2011 altri due giornalisti furono arrestati Ahmet Şık e Nedim Şener, delle testate Radikal e Milliyet. Il primo stava per pubblicare un lavoro illuminante sul ‘FethullahGülen’ (L’esercito dell’Imam) e il secondo aveva scritto un libro in cui raccontava delle ambiguità circa gli apparati delle forze dell’ordine e il coinvolgimento loro, come di altri membri dell’esercito e di alti funzionari dell’esercito, proprio nell’omicidio di Hrant Dink.

Abusi che evidenziano come nessuna riconciliazione sia stata neppure solo pensata mentre il popolo Armeno (50- 70 mila, con comunità in molti paesi del mondo, 2500 in Italia), il cui genocidio fu ammesso a distanza di anni, oggi porta ancora la ferita inguaribile di oltre un milione di vittime, sul fronte armato come nelle campagne inermi, mietute tra i notabili, gli intellettuali, i contadini, uomini, donne, bambini, anziani, indiscriminatamente. Il popolo Armeno sopravvissuto, lo ricorda, lo racconta, lo tramanda e lo chiama ‘medz yeghern’, il grande male. Un’azione repressiva finalizzata non solo ad estinguere un popolo ma anche a cancellarne la civiltà millenaria, la cultura dei luoghi, dei libri, della memoria (husher). Il popolo è stato costretto all’esilio, è stato decimato. Ma la sua cultura no.

Risuona la nostalgia di chi non dimentica lo sradicamento da luoghi dell’anima ma impara la rinascita altrove, nelle parole di Armen e Garo ne La masseria delle Allodole (Rizzoli 2004): “‘Come saranno i profumi del cielo?’ si domanda Armen. E subito Hrayr risponde: ‘Come quelli di qua, ma più intensi. E non avremo più voglia di andare via’. ‘Ma voi, perché ve ne andate?’ domanda Garo il piccolo. ‘Da nessuna parte troverete un cielo come questo’. Ma Garo il grande lo corregge: ‘Tutti i cieli sono abitati da angeli, anche nell’altra metà del mondo. Forse hanno solo un colore diverso”.