La Somalia di Ilaria Alpi. Ventisei anni dopo si cerca ancora la verità

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I suoi occhi sulla Somalia, afflitto dalla guerra civile, dalla povertà, dalla malattia, dalla disperazione, erano quelli delle donne e dei bambini.

Ilaria Alpi arrivò per la prima volta in Somalia per caso, nel dicembre del 1992 e restò subito legata alle storie del suo popolo, ai suoi drammi, alle sue speranze disattese come gli accordi di Pace del Cairo, di Gibuti e Addis Abeba.

In strada, nei campi profughi, nelle carceri, nelle scuole, in questi luoghi Ilaria aveva toccato con mano i drammi di un popolo afflitto dalla guerra civile, dalla povertà, dalla malattia, dalla disperazione. Le donne e i bambini, in mezzo ai quali trascorse molto tempo, erano i suoi occhi su un paese dilaniato da un terribile conflitto. La sua intuizione consistette in ciò che molti fecero oggetto di osservazioni assai superficiali: ascoltava donne e bambini perché per capire una guerra bisognava ascoltare chi la subiva e chi era costretto a conviverci. La questioni sociali, che mai sono banali e che invece nascono e scendono in profondità, di cui si occupava Ilaria infatti la condussero su una strada irta e scivolosa perché diretta verso verità scomode per occultare le quali forti, molteplici e spietati erano i poteri impegnati.

La Somalia delle donne le aveva fornito l’osservatorio ampio per approfondire le ragioni dell’atteggiamento contraddittorio e dopo ostile e critico dei somali nei confronti degli americani e poi anche degli italiani e verso una cooperazione internazionale non assolutamente trasparente. Le donne, ma non solo, furono la chiave per capire i Somali, le loro aspettative e anche per percepire che molte ombre insistevano pure sui legami tra cooperazione militare e cooperazione civile.

La Somalia delle donne le schiuse lo sguardo su violenze quotidiane, su pozzi senza acqua, su strade inutili, su camion su strade isolate e con carichi sospetti, su silos che si scioglievano al sole, su aiuti umanitari insufficienti. La Somalia delle le aveva mostrato una situazione di povertà e malattia. A Gialalassi, città somala situata sul fiume Uebi Scebeli, nella regione di Hiran, Ilaria raccontava, “vivono circa 10mila persone che hanno pagato un tributo alto alla guerra civile e per i quali malattia e povertà non sono affatto una novità. Lo testimonia anche il nome della città che significa Argento, il metallo dei monili delle donne che non hanno mai avuto denaro sufficiente per comprarli in oro”.

La Somalia in piena guerra civile, sottoposta ad embargo di armi, era esattamente il paese di nessuno in cui le armi erano necessarie all’unico prezzo che un Paese in bancarotta potesse corrispondere: sé stesso, i suoi mari, la sua terra, il suo popolo.

In un momento di profondo caos politico e sociale, la Somalia, preda di trafficanti, faccendieri e banditi, si rivelava luogo ideale per gravi connivenze con il coinvolgimento di istituzioni deviate e servizi segreti italiani, presenti in Somalia per tutelare i forti interessi economici ancora presenti in Somalia, colonia italiana fino al 1960. E intanto la guerra civile veniva alimentata da chi vendeva e trafficava le armi in un Paese con cui, negli anni successivi, alcune procure italiane avrebbero portato alla luce importanti connessioni relative a traffici di armi e di rifiuti tossici e radioattivi (armi in cambio di smaltimento illecito di scorie radioattive con la complicità di politicimilitari, servizi segreti, faccendieri italiani e somali).

Il Paese in cui sfruttare senza scrupoli quella fragilità, in cui ogni operazione sporca (militare o commerciale o anche di spionaggio) avrebbe potuto essere eseguita e poi insabbiata e nascosta, in cui l’impunita’ avrebbe regnato incontrastata. Terra di nessuno, la Somalia, in cui condurre fruttuosi e oscuri traffici, sotto il manto di una cooperazione internazionale che garantiva ingenti flussi di soldi.

In questo contesto Ilaria e Miran Hrovatin, il collega operatore che l’aveva accompagnata in quell’ultimo viaggio, facevano domande e documentavano e per questo potrebbero essere stati uccisi quel 20 marzo 1994 a Mogadiscio.

Da due anni non c’è mamma Luciana – papà Giorgio manca già dal 2010- a sperare, con riserve più che giustificate da omissioni, depistaggi e bugie, che la mancata archiviazione dello scorso ottobre possa gettare luce, dopo 26 anni di denegate giustizia e verità, sull’assassinio della figlia Ilaria Alpi, giornalista del Tg3, e del collega, l’operatore Miran Hrovatin.

L’uccisione di Ilaria e Miran accelerò l’istituzione della commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Emersero irregolarità, sprechi, corruzione: soldi destinati allo sviluppo e invece deviati su traffici di armi in paesi in guerra in cambio di interramento o ammaraggio di scorie radioattive e rifiuti tossici; fondi utilizzati per costruire cattedrali del deserto finalizzate a coprire altri traffici oppure deviati verso opere funzionali ad altri crimini. L’importante era spendere e far circolare soldi. Affari ghiotti e altamente redditizi per trafficanti e faccendieri che, con le complicità nelle alte sfere, si assicuravano anonimato e impunità. Loschi giri che negli anni Novanta innescarono scandali e inchieste atte a smascherare operazioni di cooperazione internazionale di mera copertura per traffici illeciti.

La passione il giornalismo nato tra i banchi di scuola e quella per le lingue orientali, in particolare la lingua e la cultura araba, i suoi molteplici interessi, la sua curiosità: ecco cosa aveva condotto Ilaria alle corrispondenze dall’Estero prima per Italia Radio, poi per Paese Sera e l’Unita’. Infine l’ingresso in Rai e le esperienze di inviata nei paesi in guerra.

Non aveva neppure trentatré anni quando è stata uccisa.

Lei, ragazza ironica e allegra nei ricordo di mamma Luciana, giornalista insofferente alle cronache ufficiali, spesso con i suoi orecchini pendenti mai vistosi e i suoi capelli raccolti e comunque mossi dal vento, sempre con le sue scarpe aperte, il suo taccuino e la sua penna stava fuori in mezzo alla gente, cercava i fatti e si impegnava per capirli e per spiegarli. Instancabilmente appuntava e raccontava. Parlava con la gente, specialmente con le donne che ascoltava e attraverso gli occhi delle quali imparava a guardare i luoghi e a comprendere gli eventi, a conoscere la complessità della Somalia. Lei dava voce alla gente di un Paese perduto, il cui popolo soffriva la miseria e percepiva l’ambiguità degli interventi di cooperazione che non bastavano e delle operazioni militari che non portavano pace.

La povertà e la miseria imperversavano nonostante le ingenti somme stanziate per gli aiuti. La cooperazione internazionale non produceva benefici effettivi per le comunità. Benefici di cui le donne di un paese matriarcale, come le stesse definivanola Somalia parlando con Ilaria, si sarebbero subito accorte; benefici che le donne, che sentivano la terra e il popolo crescendone i figli, per prime avrebbero registrato. 

Nel 1992 la Somalia era quella della post dittatura di Siad Barre, dilaniata dalla carestia e dalla guerra civile tra i due signori della guerra: a nord Ali Mahdi e a sud Aidid. Una linea di confine divideva Mogadiscio che Ilaria descriveva come “una città fantasma, la bella città sul mare con il suo porto, i mercati, il suo quartiere in stile arabo, la sua cattedrale, i resti di architettura fascista non esiste più o meglio ne esistono i lugubri resti, rovine, calcinacci e vetri. Questo lo sfondo contro il quale si muovono gli attori di un dramma che è ancora lontano dalla parola fine”. Ilaria nei suoi appunti definiva quella linea come causa di un “coprifuoco non dichiarato”.Malaria e tubercolosi endemiche e città spettrali in un paese spaccato e, secondo Ilaria, pronto ad esplodere non appena i contingenti Onu lo avessero lasciato.

Milioni di somali divisi in etnie, clan e sottoclan, faide tribali, signori della guerra e nuovi padroni, violenze diffuse, stupri, danneggiamenti, furti, assalti dei banditi ai convogli con gli aiuti.“In Somalia clan e tribù si combattono in un intreccio non ben districabile, ma tra Arabi e Bantu, gli africani, non corre buon sangue”, raccontava Ilaria nei suoi servizi.

L’Onu e gli Americani avevano scelto Ali Mahdi (sostenuto da personaggi di spicco del vecchio regime di Siad Barre) per cercare una mediazione. Il 5 giugno 1993 fu sferrato un attacco alla milizia di Aidid, colpendo la sua base radio. Lui, ricercato numero uno, che aveva dichiarato di volere un ruolo da leader nel futuro della Somalia, era diventato bersaglio di una strategia dell’uso della forza che da lì a breve avrebbe portato ad una rottura tra Roma e Washington nella gestione della missione in Somalia. Ilaria raccontava di una “guerra privata tra Aidid e Washingiton”. Intanto Ali Mahdi collaborava forse in cambio di aiuti e armi. La reazione di Aidid non si fece attendere. “Un migliaio di persone affollano la tribuna dello stadio” raccontava Ilaria il 15 giugno 1993 quando i seguaci del generale latitante Aidid inscenarono quella vibrante protesta anti-occidentale. Parteciparono anche le donne. Ilaria era lì per raccontare il dramma di quel popolo che ormai aveva imparato a conoscere.

Le cose peggiorarono ulteriormente quando, fallita la mediazione, le tensioni riguardarono anche i militari italiani, nel frattempo accusati di avere tenuto una linea troppo morbida.

Seguirono momenti di grande tensione: il 2 luglio 1993 l’attacco al checkpoint Pasta in cui persero la vita tre soldati italiani; il 12 luglio successivo nuovi attacchi e il rapimento e l’uccisione di due giornalisti. Una situazione precipitata che sarebbe degenerata fino all’abbattimento di due aerei americani in occasione di una nuova offensiva di Washington, ormai tacciato dai somali di voler solo seminare terrore tra i civili. Scene di grande contestazione degenerate nel trascinamento per le strade dei corpi dei militari americani uccisi. Uno scenario di Guerra drammatico. Era l’ottobre del 1993. La missione in Somalia poté dichiararsi fallita dopo quella giornata di “orrore a Mogadiscio che non lascia spazio ad alcuna pacificazione”, commentavaIlaria. L’evacuazione della Somalia era ormai vicina.

Ilaria era già stata in Somalia sei volte con il collega operatore Alberto Calvi che ricorda con affetto e commozione i 200 giorni lì trascorsi con lei; quella settima e ultima volta lui non aveva potuto accompagnarla.

Quella volta, per seguire la missione UnoSom II dell’esercito italiano nella guerra civile somala era partito con lei il cineoperatore della comunità slovena di Trieste, Miran Hrovatin che quel 20 marzo lasciò la moglie e un figlio di sette anni.

Per quella settima volta le risorse messe a disposizione per la trasferta non erano sufficienti per garantire anche una scorta. Nonostante le difficoltà, Ilaria partì. Doveva tornare perché era sulle tracce di notizie evidentemente importanti.

Dai frammentari appunti dei taccuini di Ilaria, e da quanto lasciato a Roma alla redazione della Rai, emersero alcune tracce di una inchiesta che aveva in mente di continuare a condurre in Somalia, dove con cognizione di causa era tornata e dove con brutale violenza è stata fermata.

Forse da qualche parte Luciana e Giorgio hanno ritrovato Ilaria. Li abbracciamo tutti e tre noi, quelli che in questi anni si sono impegnati, hanno seguito trepidato sofferto per la verità e la giustizia che ancora non c’è: vogliamo che sentano tutto il nostro amore perché non si sentano soli e rinnoviamo il nostro giuramento: noi non archivieremo mai”, ha scritto Mariangela Gritta Grainer, portavoce #NoiNonArchiviamo e autrice con Giorgio e Luciana Alpi del libro inchiesta “L’esecuzione – Inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” (Kaosedizioni 1999). Ha affidato ad un lungo post il messaggio di questo anniversario che cade in un momento così particolare per il Paese e per il Mondo, l’ex componente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla attuazione della politica di Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo e amica della famiglia Alpi.

Cosa avevano scoperto Ilaria e Miran? Perché sono stati uccisi? Chi li ha uccisi? Perché questa verità deve restare segreta? Tante domande in questa storia di passione per un popolo e il suo Paese, la Somalia, che Ilaria non abbandonò neppure nel momento in cui restare era pericoloso. Una scelta di amore verso le persone che aveva conosciuto e incontrato ed anche di responsabilità verso la verità alla quale era evidentemente e irrimediabilmente vicina. Scriveva e appuntava tutto suoi taccuini, alcuni dei quali sono scomparsi. Scomparsi i suoi appunti e le sue osservazioni, ma non le sue domande. Ancora in tanti le pongono, confidando che ciò che scriveva, e che le fu violentemente impedito di raccontare, possa trovare voce. 

Quella voce è lì in attesa di essere cercata, trovata e ascoltata, ed è la voce di un’Africa sofferente, sfruttata e maltrattata da chi dovrebbe invece aiutarla e proteggerla. È anche l’Africa che si vende e priva di speranze i suoi popoli. Carnefice di sé stessa, non solo vittima, dunque. Un atto infame che non compie mai da sola.