La crisi economica e i flussi migratori in Europa

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La crisi economica e i flussi migratori in Europa

La crisi economica che stiamo vivendo ha delle ripercussioni sui flussi migratori e sulle dinamiche di insediamento dei migranti?
Rispondere a questa domanda è quanto mai complesso soprattutto perché si prova a ragionare su un fenomeno che stiamo purtroppo ancora attraversando.
Tuttavia l’Unione Europea sembra aver avuto la necessità di provare a dare una risposta a questo quesito avviando un lavoro di ricerca in tal senso. Lo ha fatto commissionandolo all’ International Organisation for Migration (IOM), un’organizzazione che dal 1951, segue su più piani, i fenomeni migratori.

Si è così arrivati già nel 2010 alla pubblicazione di un report sull’impatto a breve termine della crisi economica sui flussi migratori nei 27 paesi dell’UE oltre che in Croazia, Turchia e Norvegia. La scelta temporale per segnare l’inizio della crisi economico-finanziaria in Europa, e cominciare ad osservare quindi gli eventuali mutamenti del fenomeno migratorio, ricade nella seconda metà del 2008. Da questo momento in poi non si osserva naturalmente una caduta netta dei flussi quanto piuttosto un rallentamento della loro crescita rispetto al passato, soprattutto per quei paesi in cui la presenza di migranti è legata principalmente al mercato del lavoro, come Spagna, Italia e Gran Bretagna. Il saldo migratorio in Gran Bretagna era pari a 118.000 a dicembre 2008 costituendo un valore del 44% più basso rispetto allo stesso mese del 2007.
Diventa a tal proposito interessante leggere l’impatto della crisi attraverso lo studio dell’andamento della forza lavoro immigrata. Nei paesi in cui c’è una forte concentrazione di forza lavoro straniera in settori poco qualificati o in quei settori che immediatamente risentono dell’andamento dei cicli economici, quali il settore delle costruzioni o il settore alberghiero e di ristorazione, è più facile osservare subito delle trasformazioni quali la crescita del tasso di disoccupazione dei cittadini immigrati nonché la crescita del divario tra quello e l’andamento dello stesso tasso relativo ai cittadini autoctoni.
La centralità del settore occupazionale nell’investigare l’impatto della crisi si rivela cruciale nello spiegare anche altre due tendenze. Da una parte la minore velocità di crescita del tasso di disoccupazione delle donne rispetto agli uomini nella popolazione straniera. Dall’altra assistiamo, soprattutto in alcuni paesi, ad una mobilità lavorativa che sposta i lavoratori migranti verso attività apparentemente più sicure come l’agricoltura o si denota una scelta dei lavoratori stranieri di mettersi in proprio.
Rispetto alla prima tendenza, la spiegazione apportata dalla ricerca è legata ad una maggiore concentrazione delle donne in ambiti quali il lavoro di cura e altri servizi legati alla persona che almeno nell’immediato non subiscono brusche fasi d’arresto.
In Italia il peso della variabile di genere nella popolazione immigrata residente si evidenzia non solo nella diversa velocità di crescita del tasso di disoccupazione ma anche nella distanza che intercorre tra i tassi di disoccupazione generali e quelli della componente straniera. A tal proposito uno studio pubblicato nel 2011 dalla Fondazione Leone Moressa su ‘L’inserimento degli stranieri nel mercato del lavoro italiano’ sottolinea come le donne straniere costituivano nel 2010 il 9,4% del totale delle occupate in Italia, mentre nel 2011 la stessa percentuale risultava del 10,3%. Se dall’analisi della forza lavoro ci spostiamo di nuovo sul dato dei flussi vediamo in effetti come nella popolazione straniera la componente femminile risulti maggiormente in crescita rispetto a quella maschile, costituendo già dal 2007 più della metà dei nuovi flussi in entrata.
Altro dato interessante è quello relativo alla mobilità occupazionale che vede transitare la forza lavoro straniera verso settori quali l’agricoltura o la scelta del lavoro autonomo. In Spagna la quota di migranti nel settore dell’agricoltura nel 2009 è arrivata a più del 15% rispetto al 10% del 2005. Nel 2008 in Italia, secondo i dati OECD riportati dall’IOM, sono aumentati di 15.079 unità i cittadini non europei che hanno deciso di mettersi in proprio rispetto al 2007. Nella Repubblica Ceca, le richieste di licenza per esercizi commerciali sono passate da quasi 77.500 del 2007 a 88.000 nel 2009.
L’IOM sottolinea come queste licenze permettano ai migranti di rimanere sul territorio con una garanzia che il permesso di soggiorno legato al lavoro subordinato non può assicurare in un periodo di crisi. E’ difficile leggere queste variazioni ricollegandole in maniera lineare e univoca alla recessione economica. Certo è che schiacciati dalla crisi economica, i migranti rischiano di subire una doppia forma di riprovazione. Da parte del paese di insediamento, in una situazione di crisi del mercato del lavoro e di servizi del welfare, vengono visti come minaccia per gli autoctoni che rivendicano una priorità nell’accedere alle poche risorse disponibili e si inasprisce così il conflitto sociale, terreno fertile per episodi di razzismo. Da parte del paese d’origine, soprattutto laddove le rimesse dei migranti costituiscono buona parte del PIL e muovono l’economia del territorio, la riduzione di queste iniezioni di denaro causate da una maggiore difficoltà di guadagno, delegittimano la figura del migrante agli occhi della società d’origine e di quei familiari che da quelle dipendono.