Ius Soli, diritti di cittadinanza delle persone e dignità dei cittadini

Anna Foti

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Conoscono e parlano la lingua italiana, avendo frequentato la scuola del Paese in cui sono nati e cresciuti, ossia l’Italia. Il loro paese di origine sanno quale sia, ma molti non ci sono mai stati né parlano la lingua madre dei genitori che in Italia stanno da tempo, evidentemente con un lavoro stabile, pagando tributi e contributi, muovendo così anche loro la nostra economia.

Questa è una fotografia abbastanza fedele alla condizione di molte famiglie straniere residenti in Italia. Questa la situazione di decine di migliaia di minori stranieri nati in Italia da cittadini stranieri e ai quali la legge italiana non riconosce la cittadinanza per nascita su suolo nazionale prima dei 18 anni di età, momento dopo il quale, entro un anno, e qualora la permanenza sul territorio italiano sia stata ininterrotta, potrà autonomamente dichiarare di voler acquistare la cittadinanza (legge 91/1992, art. 4, comma2). 

Con il conseguimento della maggiore età, dunque con l’acquisizione della capacità di agire in quanto capacità di compiere atti che producano effetti secondo l’ordinamento giuridico italiano, si matura il diritto di chiedere e acquisire la cittadinanza in forza del cosiddetto ius Soli, che lega la cittadinanza alla nascita su territorio italiano, operando così solo in questa circostanza un’estensione della sua applicabilità altrimenti molto ristretta.

La legge sulla cittadinanza

Attualmente, infatti, lo ius Soli in Italia opera esclusivamente per assicurare il diritto fondamentale ad avere una cittadinanza, nel caso in cui non ve ne siano altre, e dunque a contrastare il fenomeno dell’apolidia (il Parlamento italiano ha ratificato solo nel 2015 con la legge numero 162  il trattato di adesione dell’Italia alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla riduzione dei casi di apolidia, sottoscritto a New York il 30 agosto 1961).

Il trattamento è riservato solo a chi sia nato su territorio italiano da genitori apolidi o ignoti e a chi sia nato da genitori nel cui paese di provenienza non sia consentita la trasmissione dei diritti di cittadinanza a bambini nati in territorio straniero (legge 91/1992, art. 1, comma1 lettera b).

Lo stesso principio opera nel caso in cui uno straniero sia figlio di genitori ignoti o sia trovato solo su territorio italiano (legge 91/1992, art. 1, comma2).

Altrettanto incisiva è la tutela dei minori in caso di adozione (legge 91/1992, art.3). Il minore straniero adottato diventa cittadino italiano e conserva questo status anche in caso di revoca della stessa per fatti a lui non imputabili; in caso diverso la perde solo se possiede quella del paese originario o non sia apolide. Nel caso in cui la revoca intervenga in costanza di maggiore età, la persona adottata che prima non fosse apolide o che abbia o possa riacquistare la cittadinanza del paese di origine, entro un anno, può esercitare il diritto alla rinuncia.

Ad oggi, infine, uno straniero, anche se non nato in Italia e dunque anche titolare di cittadinanza diversa, può acquisire quella italiana contraendo matrimonio con cittadino o cittadina italiana dopo essere stato residente legalmente per almeno sei mesi nel territorio della Repubblica, ovvero dopo tre anni dalla data del matrimonio, qualora non vi sia stato scioglimento, annullamento o cessazione degli effetti civili e non sussista separazione legale (legge 91/1992, art. 5).

In conclusione di questa premessa, tornando allo ius Soli, esiste ad oggi una tutela universale verso chi non abbia alcuna cittadinanza e verso i minori in caso di adozione, questa la ratio della legge sulla cittadinanza ancora vigente. Forse per poco. Forse per molto di più.

I minori stranieri nati in Italia

C’è però un tema che negli ultimi decenni si è posto in evidenza in Italia cioè quello dei minori stranieri nati su suolo nazionale, i cosiddetti immigrati di seconda generazione, e quello dei minori stranieri accompagnati e non, che intraprendono e completano un percorso scolastico in Italia.

Il testo approvato alla Camera nel 2015, relativo proprio allo Ius soli, avrebbe dovuto intervenire anche su questo ma, nella scorsa legislatura, è poi rimasto fermo in Senato. Il tema adesso torna a fare capolino nella legislatura attuale, speriamo con esiti più concreti e convincenti.

La cittadinanza, secondo il nostro ordinamento, è uno status dal quale discendono posizioni giuridiche attive (diritti) e passive (doveri), dunque una condizione della persona che, bando ai tecnicismi, gode della pienezza dei diritti, ossia di diritti politici e civili oltre che quelli sociali, economici e culturali esercitabili in parte anche da cittadini stranieri regolarmente soggiornanti in Italia.

Persona e cittadino/cittadina sono in realtà volti inscindibili della dimensione individuale dell’uomo e della donna dinnanzi allo Stato e dentro di esso. Non a caso l’articolo 15 della Dichiarazione universale dei Diritti Umani, approvata in sede Onu nel 1948, e così anche la convenzione con la quale fu avviata nel secondo Dopoguerra l’elaborazione di testi vincolanti per i paesi sottoscrittori al fine di tutelate universalmente i diritti enunciati nella Dudu nel 1948, parlano di “persone” e “individui” non di cittadini.

Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza (art. 15 Dichiarazione Universale Diritti Umani, Onu 1948).

Nel 1950 il Consiglio d’Europa adottò tra i suoi primi atti la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, entrata in vigore anche in Italia a seguito della legge di ratifica n. 848 del 1955, composta da 59 articoli in cui i destinatari delle tutele sono le persone, intese come cittadini dei vari paesi aderenti.

La nostra Costituzione nei suoi primi tre articoli, tra i dodici che rappresentano i principi fondamentali, riconosce l’esclusiva titolarità della sovranità al popolo, i diritti inviolabili dell’uomo come singolo e nella formazioni sociali in cui si svolga la sua personalità (art.2) e la pari dignità sociale e uguaglianza davanti alla legge dei cittadini (art.3), assegnando alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona (art. 3).

Dunque, prima i diritti inviolabili delle “persone”, matrice universale dentro la quale si incardina il rispetto della dignità umana su tutto il territorio della Repubblica a prescindere dalla cittadinanza e subito dopo l’uguaglianza formale e sostanziale dei “cittadini”, a prescindere dal sesso, dalla razza, dalla lingua, dalla religione, dalle opinioni politiche, dalle condizioni personali e sociali. Dunque non possono esserci cittadini di pari dignità ed uguali senza persone libere i cui diritti essenziali rimangano inviolati dallo Stato.

Il valore della persona (individuo) e quello della dignità sono dunque legati a doppio filo e ciò emerge anche dall’uso delle parole da parte dei padri e delle madri costituenti. Il diritto alla Salute (articolo 32), per esempio è tutelato come diritto fondamentale dell’individuo, è riconosciuto come interesse della collettivita` ed è garantito agli indigenti. Dispone altresì che Nessuno puo` essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non puo` in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Il rispetto della dignità passa anche attraverso la retribuzione adeguata per i lavoratori. L’articolo 36 parla di retribuzione proporzionata alla quantita` e qualita` del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se´ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. E ancora in tema di iniziativa economica privata, l’articolo 41 la definisce libera se non si svolge in contrasto con l’utilita` sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla liberta` , alla dignita` umana.

E’ dunque di primaria importanza che ogni individuo sul territorio della Repubblica sia tutelato da trattamenti sanitari contrari alla sua dignità, dallo sfruttamento del lavoro e dalla speculazione imprenditoriale.

Tutto ciò considerato il tema della cittadinanza diventa approdo naturale del discorso.

L’articolo 22 della nostra Costituzione, nel titolo I della prima parte, per altro sancisce che nessuno possa essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome, di fatto ascrivendo la cittadinanza ad una componente fondamentale della persona, della sua identità di singolo dentro una comunità.

Cittadinanza è anche il senso di appartenenza ad una comunità, quel legame che i romani descrivevano come idem sentire de re publica e che contraddistingue coloro che costituiscono il popolo (articolo 1 della Costituzione) quale elemento fondativo, unitamente al territorio e alla sovranità, dello Stato. Al popolo così inteso si affianca la popolazione che invece abita uno Stato ed è tenuta comunque al rispetto delle leggi, a prescindere dalla cittadinanza. Molti stranieri non sono cittadini italiani ma vivono, si aggregano, lavorano, studiano, pagano le tasse, insomma conducono una libera esistenza su suolo italiano di cui conoscono cultura, lingua, storia e per i quali questi valori diventano quel patrimonio di riferimento, stante spesse volte l’assenza di un legame con il paese di origine. Ciò accade soprattutto a chi nasce in Italia o a chi ci vive fin da piccolo. Per molti stranieri è possibile parlare di nazionalità italiana, dimensione ben diversa dalla cittadinanza e più una condizione di fatto dello straniero cresciuto in Italia che, priva del crisma giuridico, non è piena portatrice di diritti ed è comunque determinata dalla sola permanenza regolare e prolungata in Italia. Da qui la riflessione più ampia su una comunità in cui nascere e sentirsi a casa dovrebbe poter comportare un diritto più ampio di averne la cittadinanza, intesa come complesso di diritti inviolabili e doveri inderogabili (persona) che sublimano nell’appartenenza allo Stato (cittadino) in cui si viene al mondo.

Lo sguardo più intenso del nuovo ius Soli sarebbe proprio rivolto ai figli, dunque ai minori, già protetti a livello universale in quanto persone in formazione dalla convenzione sui diritti del Fanciullo approvata in sede Onu il 20 novembre 1989, che nei suoi articoli 7 e 8 affronta proprio il delicato tema dei diritti (nome e cittadinanza) da riconoscere e da preservare al momento della venuta al mondo del fanciullo o della fanciulla, tutelando soprattutto le condizioni giuridiche più fragili come l’apolidia o l’impossibilità da parte dei genitori di espletare cure ed educazione. In particolare, inoltre, gli Stati, tra cui anche l’Italia che ha ratificato la convenzione nel 1991, si impegnano a rispettare il diritto del fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari, così come riconosciute dalla legge, senza ingerenze illegali (art. 8). L’impegno per il rispetto dei diritti del fanciullo è ancorato alla volontà dei genitori di mantenere diversa nazionalità. Volontà i cui unici titolari di manifestazione sono appunto i genitori del fanciullo che potrebbero scegliere di non chiedere la cittadinanza italiana al momento della registrazione della nascita o entro la maggiore età, come prevedrebbe la riforma dello ius Soli ferma al Senato. Lo ius Soli è, dunque, un’opportunità, non un obbligo che violerebbe questa disposizione internazionale. Inoltre lo stesso minore, divenuto maggiorenne potrebbe operare una sua scelta autonoma, senza vincoli, e nel pieno delle sue facoltà ritrattare la decisione precedentemente assunta dai genitori. E’ la stessa convenzione a stabilire nel suo articolo 41 che disposizioni più propizie per il minore, sancite dal diritto nazionale e internazionale, non potrebbero essere pregiudicate dalla Convenzione stessa. Dunque i minori stranieri, in quanto persone e minori, sarebbero tutelati in Italia anche senza l’estensione dell’applicabilità dello ius Soli. Considerando, poi, che non trattasi di persone chiamate al voto attivo e passivo, la discussione sembrerebbe priva di fondamento.

Invece la questione non merita una tale banale semplificazione poichè la cittadinanza non può essere ridotta alla sola, pur se importante, dimensione legata ai diritti civili e politici. La nuova legge in materia di cittadinanza comporterebbe un ampliamento di opportunità per lo stesso minore che diverrebbe cittadino del paese in cui nasce con tutta la pienezza di diritti e di doveri e con la facoltà di ritrattare, qualora lo ritenesse, la decisione assunta dai genitori, una volta conseguita la maggiore età. Non vi è alcun automatismo. Si tratta di una legge che riconoscerebbe maggiore libertà a cittadini stranieri sul territorio italiano, che consentirebbe loro, già emigrati e sradicati, di sentire l’Italia come una terra in cui poter restare. Si tratta di una legge che renderebbe il nostro paese più civile ed accogliente con i fatti, dunque con le leggi.

Una legge che guarderebbe al futuro e che proietterebbe questi minori, che nella maggior parte dei casi sono cittadini extracomunitari, anche in uno scenario europeo dal momento che acquisendo la cittadinanza italiana si diventerebbe contestualmente cittadini europei.

Una legge più elastica, per altro, che porrebbe l’Italia, al momento con la disciplina in materia più restrittiva, in linea con le normative degli altri paesi europei dove si diventa cittadino del paese in cui si nasce, anche se con genitori stranieri, se almeno uno dei genitori risiede regolarmente nel Paese da minimo 8 anni (Germania) o abbia un permesso di soggiorno a tempo indeterminato (Regno Unito). In Spagna basta un anno di residenza. In Francia si acquisisce la cittadinanza al compimento di 18 anni se il minore ha vissuto stabilmente nel Paese per almeno 5 anni mentre in Belgio essa è automatica al compimento dei 18 anni o al compimento del dodicesimo 12 se i genitori sono residenti da almeno dieci anni.

Se è vero, dunque, che la cittadinanza costituisce un diritto fondamentale, è altrettanto vero cha al suo riconoscimento attualmente la legge italiana è protesa nel solo senso di colmare un vuoto laddove nessuna cittadinanza esista. La legge italiana non compie ancora il passo verso un diritto più pieno, riconoscibile anche ai figli di cittadini stranieri nati in Italia. Si stima che lo ius Soli e lo ius Culturae modificherebbero lo status giuridico di 800mila stranieri nell’immediato, rappresentanti il 74% dei minori stranieri in Italia, con una prospettiva di 58 mila beneficiari ogni anno.

Il disegno di legge fermo in Senato

Il disegno di legge (numero 2092) rimasto fermo in Senato nella scorsa legislatura, proponeva di affiancare all’ipotesi di cittadinanza per filiazione (ius Sanguinis), nascita da madre e/o padre cittadini italiani (legge 91/1992, art. 1, comma1), un’ipotesi di ius Soli più estesa, a avrebbe introdotto la nuova fattispecie, diversa dalla cittadinanza per nascita, dello ius Culturae legato al compimento di un percorso scolastico in Italia, dopo avervi fatto ingresso entro il dodicesimo anno di vita, seppure nato all’estero.

Per gli stranieri di seconda generazione nati in Italia (ius Soli), i requisiti sarebbero stati la titolarità di almeno uno dei genitori stranieri del diritto di soggiorno permanente o il possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. In costanza di queste circostanze, la cittadinanza sarebbe stata acquisita mediante dichiarazione di volontà espressa, da parte di un genitore o da chi ne esercitava la responsabilità genitoriale, all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età dell’interessato.

Stessa procedura per la nuova fattispecie dello ius Culturae per il minore straniero entrato in Italia prima del compimento del dodicesimo anno di età in Italia (…che abbia frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva di tale corso. www.camera.it).

Sempre in entrambi i casi, il diciottenne poi avrebbe potuto, entro due anni – piuttosto che entro un anno oggi previsto per chiedere di acquisirla in caso di nascita in Italia – rinunciarvi sempre che fosse in possesso di altra cittadinanza, oppure fare richiesta all’ufficiale di stato civile di acquistare la cittadinanza italiana, ove non fosse stata prima espressa dal genitore la dichiarazione di volontà.

Si sarebbe arricchito anche il ventaglio delle ipotesi di naturalizzazione con carattere discrezionale per lo straniero che avesse fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età, tra il dodicesimo ed il diciottesimo anno, e che vi avesse risieduto da almeno sei anni, frequentando regolarmente un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, come previsto per lo ius Culturae.

Il disegno di legge arenatosi a palazzo Madama avrebbe previsto, inoltre, l’esonero per le istanze o dichiarazioni concernenti i minori dal pagamento del contributo previsto attualmente dalla legge per le richieste di cittadinanza.

Era prevista anche una disciplina transitoria vigente per coloro che avessero maturato i requisiti per lo ius Culturae e per lo ius Soli, prima dell’entrata in vigore della legge e che non abbiano compiuto ancora venti anni fa. Qualora li avessero compiuti, la disciplina transitoria si applicherebbe ai minori nati in Italia ancora non ventenni, purchè abbiano studiato in Italia, qui risiedano da almeno cinque anni e inoltrino la richiesta entro 12 mesi dall’entrata in vigore della legge. Ovviamente eventuali pregressi provvedimenti di diniego della cittadinanza per motivi di sicurezza della Repubblica e di espulsione per i medesimi motivi costituirebbero cause di esclusione dalla procedura.

Immanuel Kant pensava che ‘il diritto non dovesse mai adeguarsi alla politica, ma che fosse la politica in ogni tempo a doversi adeguare al diritto’. Nessuna citazione fu tanto calzante per un’Italia in cui l’ottenimento di certe leggi (si pensi anche alle leggi sul trattamento di fine vita e sul testamento biologico) diventa una battaglia di civiltà, in cui il superamento di vecchie barriere e il raggiungimento di un benessere più alto richiede coraggio. Il legislatore, di fatto colui che eleggiamo quando andiamo a votare, dovrebbe porsi al servizio di quella Politica che si ispira al Diritto, non del meccanismo contrario.