Immigrazione, l’esternalizzazione delle frontiere e i diritti negati

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Migranti

Sono 22 mila i decessi registrati nel Mediterraneo tra 2013 e 2021 (dati UNHCR), un numero che in larga misura è da attribuire alle politiche migratorie nazionali ed europee le cui finalità e approcci mirano alla repressione del fenomeno migratorio, piuttosto che al sostegno delle persone migranti. Ci sono satelliti, droni, navi, azioni di polizia, voli di rimpatrio, progetti di cooperazione, scuole di formazione. I mattoni di un muro invisibile e violento, costruito da governi e istituzioni europee, dove ogni giorno si consumano gravi violazioni dei diritti umani. 

Le politiche migratorie europee e nazionali adottate nell’ambito dell’azione esterna, di fatto utilizzano un approccio di tipo securitario che è orientato alla criminalizzazione del fenomeno migratorio, attraverso l’esternalizzazione delle frontiere e le azioni di polizia di Frontex e autorità nazionali. 

Il controllo delle frontiere

L’esternalizzazione del controllo delle frontiere viene definita come l’insieme delle azioni messe in atto da soggetti statali e sovrastatali (come la Ue), generalmente nei territori di Paesi terzi, finalizzate ad impedire che i migranti (e in modo particolare i richiedenti asilo) possano entrare nel territorio di uno stato e così usufruire delle tutele sociali e giuridiche di cui godrebbero. Ciò significa che gli Stati membri, tramite accordi o Memorandum d’Intesa, affidano il controllo delle migrazioni alle autorità competenti di paesi Paesi terzi che spesso si contraddistinguono per essere regimi o governi autoritari.

Gli accordi con la Libia

Tra questi Paesi vi è la Libia, un paese sconvolto dalla guerra civile ma considerato a tutti gli effetti “autorità competente” della zona SAR (Search and Rescue) libica e delle operazioni di ricerca e soccorso sulla rotta centrale del Mediterraneo. Come è stato accertato dalle Nazioni Unite, dal parlamento europeo e da diverse inchieste giornalistiche, la Guardia Costiera Libica opera come deterrente per le migrazioni, riportando le persone in difficoltà in centri di detenzione sovraffollati dove le violenze sono sistematiche.

L’Italia né è complice. Il trattato Italia-Libia siglato a Bengasi il 30 agosto 2008 prevede espressamente aiuti e finanziamenti italiani ed europei per il contrasto dell’immigrazione irregolare, l’addestramento della Guardia Costiera libica, il rafforzamento della cooperazione nella gestione delle frontiere libiche e dei centri di detenzione col fine di garantire il respingimento. La legge verrà poi estesa dal Memorandum d’Intesa firmato nel febbraio del 2017 da Paolo Gentiloni e il governo libico di Fayez al Serraj e rinnovata il 2 febbraio 2020 dal Governo Conte per altri 3 anni, seguita poi dal decreto Salvini-Bis che ha penalizzato i soccorsi in mare delle Ong ed eliminato la protezione umanitaria oltre che alcuni diritti sociali dei migranti.

Nonostante le ripetute denunce di violazione dei diritti umani da parte delle Nazioni Unite, i metodi vengono riconfermati: l’Unione Europea e i governi nazionali continuano di fatto a finanziare i centri di detenzione libici pur essendo a conoscenza del fatto che sono luoghi di violenza e soprusi, di certo non adatti ad ospitare esseri umani. Una notizia dell’8 ottobre scorso denuncia come 6 migranti sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco in un centro di detenzione libico vicino Tripoli in seguito a una rivolta e a un tentativo di fuga: il centro era sovraffollato, negli ultimi giorni conteneva 5000 migranti a fronte di una capacità di 1000 detenuti. Il 3 luglio del 2019, nell’ambito della guerra civile tra le forze del sedicente Esercito nazionale Libico del generale Khalifa Haftar e del governo di unità nazionale di Al-Serraj, una bomba caduta su un centro di detenzione ha fatto 53 vittime e oltre 140 feriti. Eventi di questo tipo uniti a torture fisiche e psicologiche, sono una realtà che certo non sfugge ai paesi membri dell’Ue, ma anzi viene finanziata per evitare di fatto il problema, aggravandolo, affinché gli sbarchi diminuiscano. 

L’accordo con la Turchia

Altro accordo di questo tipo è quello tra i 27 stati europei e la Turchia di Erdogan che dal 2016 ad oggi ha avuto l’effetto di bloccare la fuga di milioni di potenziali richiedenti asilo siriani, afghani, iracheni lungo la rotta orientale del Mediterraneo. La dichiarazione prevede in particolare un finanziamento di circa 6 miliardi di euro alla Turchia e un meccanismo definito “scambio 1:1”: si tratta di un sistema in cui per ogni migrante definito “irregolare” riuscito a sfuggire alle autorità turche e giunto sulle coste della Grecia, un altro viene riammesso in un paese europeo. Nel 2019 le persone ricollocate sono state 8.235 e solo il 77% di essi in stati Europei, a fronte di una presenza di oltre 3.6 milioni di cittadini siriani presenti in Turchia (dati dell’alto commissario delle Nazioni Unite – UNHCR). Ad oggi (https://reliefweb.int/report/turkey/unhcr-turkey-operational-update-february-march-2021-entr) la cifra si attesta attorno ai 4 milioni circa di cui solo l’1.6% accolto in campi profughi, relegando la quasi totalità a pesanti condizioni di povertà e marginalità. Ai rifugiati siriani infatti non viene garantito né il diritto d’asilo né il pieno status di rifugiati, ma viene loro concessa solo la “protezione temporanea” che non permette di lavorare né di accedere agevolmente a forme di tutela sociale. Il più grande strumento di governance europea sull’immigrazione è un successo se si osserva la diminuzione degli sbarchi e degli arrivi via terra lungo la rotta orientale del Mediterraneo; se si considerano le conseguenze, è invece un crimine contro l’umanità.

La rotta più trafficata, tuttavia, rimane quella del Mediterraneo centrale, anch’essa gestita da politiche di esternalizzazione delle frontiere che si sono strutturate in due momenti fondamentali: nell’ambito dei Summit di Khartoum in Sudan e La Valletta a Malta nel 2015 viene ampliato l’utilizzo dell’esternalizzazione delle frontiere concordato al Processo di Rabat nel 2007, quando si lanciò la collaborazione tra UE e alcuni paesi del Maghreb nella gestione della migrazione. 

L’esternalizzazione nel corno d’Africa

Da Khartoum in poi l’esternalizzazione viene estesa alla zona del corno d’Africa e Sahel, delegando il blocco dei migranti e il controllo delle frontiere a paesi terzi, come Sudan ed Eritrea, noti per ospitare regimi e violazioni dei diritti umani: in merito all’accordo con il Sudan dell’ex presidente Omar al-Bashir, la UE e l’Italia hanno delegato il controllo delle frontiere alle cosiddette “Rapid Support Forces”, le ex milizie Janjaweed accusate di genocidio nel Darfur.  L’Italia dunque ha sempre avuto un ruolo centrale nell’esternalizzazione delle frontiere confermandosi così uno dei principali paesi beneficiari del fondo fiduciario per l’Africa (Ue Trust Fund for Africa), uno strumento destinato ai paesi interessati dalla rotta del Mediterraneo centrale: la regione del Sahel (Libia, Mali e Niger) e il Corno d’Africa (Etiopia, Eritrea, Somalia, Sudan). 

Il Niger in particolare è diventato la nuova frontiera meridionale dell’Europa dopo la firma della cosiddetta Intesa Tecnica con il presidente Mahamadou Issoufou nel 2017: l’accordo prevedeva un impegno di 50 milioni di euro da parte dell’Italia e l’invio di una missione militare in Niger (con oltre 470 uomini, 130 mezzi terrestri e 2 aerei) con l’obiettivo di contrastaste l’immigrazione irregolare, rafforzare le capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel (Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad) e contribuire alla creazione di centri d’accoglienza in loco per facilitare i rimpatri.

Se la rotta del Mediterraneo Centrale si caratterizza per gravi violazioni dei diritti umani, non è da meno la rotta del Mediterraneo orientale relativa agli arrivi “irregolari” in Grecia, a Cipro e in Bulgaria. Amnesty International ha denunciato in un nuova rapporto (https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2021/06/GREECE-VIOLENCE-LIES-AND-PUSHBACKS_EUR25-4307-2021.pdf) che la polizia di frontiera greca trattiene in maniera violenta e illegale gruppi di rifugiati e migranti prima di rimandarli in Turchia, contravvenendo ai principali obblighi in materia di diritti umani. 

La missione in Grecia

Durante una missione nella Grecia settentrionale, alcuni deputati al Parlamento europeo appartenenti al gruppo politico The Left hanno incontrato le vittime di espulsioni violente effettuate dalle autorità bulgare verso la Grecia. La polizia greca ha confermato almeno tre casi di “respingimento collettivo”, uno dei quali si è verificato a fine giugno di quest’anno al confine tra Grecia e Bulgaria quando 75 persone furono ritrovate senza vestiti in territorio greco, dopo essere state sottoposte a maltrattamenti e spogliate dei loro effetti personali. Tutte hanno riferito di essere state respinte verso la Grecia dalle autorità bulgare.

Nel mese di giugno, a Ginevra, sono stati presentati i rapporti di due relatori delle Nazioni Unite sui diritti umani e la tortura, Felipe Gonzàlez Morales e Nils Melzer. Il governo croato è accusato di violare sistematicamente il principio di non-refoulement (non-respingimento) e il diritto d’asilo stabiliti nella Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato e il successivo protocollo del 1967. In particolare il rapporto si sofferma sull’uso sproporzionato della forza della polizia croata, oltre che sugli abusi fisici e le umiliazioni subiti dai migranti durante operazioni di respingimento. Il Governo croato non ha fornito nessuna risposta né giustificazione.

Nell’agosto del 2020 il quotidiano statunitense New York Times ha publicato un’inchiesta dettagliata sulle espulsioni segrete di centinaia di migranti da parte de governo greco. Espulsioni che hanno visto persone abbandonate in mare al di là delle proprie acque territoriali. Nell’ultimo anno il Governo greco, con la nomina del Primo Ministro conservatore Kyriakos Mitsotakis, aveva già cominciato ad adottare politiche migratorie molto dure che si sono inasprite tra marzo e agosto dell’anno scorso quando più di 1000 migranti sono stati respinti in segreto in periodo di piena emergenza sanitaria.

Nei diversi accordi, protocolli, piani di azione, il riferimento ai diritti umani è sempre presente e puntuale quanto i respingimenti illegali, la repressione, l’internamento e ogni azione che neghi nel modo più efficace l’ottenimento di un’effettiva protezione. Il notevole ridimensionamento degli arrivi frutto di questi accordi ha comportato un costo altissimo in termini di vite umane e di sofferenza per migliaia di persone che governi e istituzioni europee hanno deciso essere sacrificabili.

Questa politica della sicurezza basata sulla negazione e l’annullamento dei diritti dei migranti è di per sé una nuova forma di “fascismo della frontiera”, come è stato definito dalla scrittrice francese Flore Murard-Yovanovitch. La pericolosa normalizzazione del sistema di esternalizzazione è frutto di una logica che è dichiaratamente e silenziosamente condivisa da quasi tutti i governi d’Europa: i migranti sono soggetti non graditi, “clandestini” che devono restare fuori dalla vista, incarcerati, discriminati, rimpatriati, respinti il più lontano possibile, accettando di fatto le estreme conseguenze che si presentano ogni volta che l’essere umano dimentica di esserlo.