Covid19, Il virus e la necessità di una protezione rafforzata per tutti gli invisibili, anche migranti

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Dolore, preoccupazione e speranza attraversano il mondo in questa estenuante lotta contro il CovID 19.
Il dolore dei familiari delle migliaia di vittime – circa 800 mila casi nel mondo, quasi quarantamila morti e quasi duecentomila guariti – che dalla Cina ha raggiunto Italia, Spagna, Germania, Gran Bretagna, l’Europa insomma, e gli Stati Uniti.

Medici, infermieri, sanitari, operatori della Protezione Civile, forze dell’Ordine, volontari in trincea, continuamente esposti al pericolo per proteggere tutti noi da esso. Ai fratelli e alle sorelle italiane in corsia, accorrono altri medici e infermieri da Cuba e dall’Albania, che non dimentica. “L’Italia è casa nostra da quando i nostri fratelli e sorelle ci hanno salvato nel passato, ospitandoci e adottandoci mentre qui si soffriva”, ha dichiarato il premier al albanese Edi Rama, incarnando per l’intera Europa un importante esempio di responsabilità.
Una straordinaria, non l’unica, pagina di solidarietà che trova spazio in questo libro di dolore e inquietudine.


Il tempo si dilata, pare fermarsi, sospendendo quella vita solo in frangenti come questo percepita come un dono da rinnovarsi ogni giorno; questo tempo pare non consentire di guardare oltre, se non con slancio, scandendo lentamente questa emergenza che aggredisce profondamente la nostra vita, la nostra socialità e la nostra economia.
Fragili e impotenti ci sentiamo tutti ma non tutti lo siamo allo stesso modo e così anche questa pandemia è occasione drammatica per accorgerci delle profonde spaccature sociali in cui ogni comunità sprofonda senza neppure accorgersene. E così ci sono i malati che possono curarsi e quelli che neppure sanno di esserlo, ci sono quelli che devono abituarsi a fare la spesa solo una volta alla settimana e coloro che non possono più permettersi di farla neppure una volta al mese. Il popolo dei vulnerabili si manifesta in tutta la sua vastità, in tutta la sua dimensione sommersa.

“Le maggiori difficoltà alimentari – registra la Coldiretti – sono state riscontrate nel Mezzogiorno: oltre 530mila persone che hanno bisogno di aiuto per mangiare si trovano in Campania, oltre 364mila in Sicilia e quasi 283mila in Calabria e con situazioni diffuse di bisogno si rilevano anche nel Lazio con oltre 263mila persone e con 235mila persone nella Lombardia devastata dal Coronavirus“. Se n’è accorta anche la comunità etiope Oromo di Milano, che nei giorni scorsi ha consegnato alla Croce Rossa di Milano una spesa solidale. “Ci avete salvato dal mare e Milano ci ha accolto”, ha dichiarato Husen Abdussalam, presidente dell’associazione Oromo. Arriva la solidarietà da chi ha di meno come sempre accade quando, emergenza nell’emergenza, le persone povere e indigenti si trovano a lottare nell’invisibilita’. Questa è anche la condizione dei migranti, specie se irregolari e sfruttati nei campi di raccolta del Sud Italia. Gli appelli per una sanatoria riprendono ad essere lanciati per garantire sicurezza in un momento di estrema fragilità per tutti, ma senza nessuna prospettiva a lungo termine.


Intanto come applicare, nelle tendopoli e negli insediamenti presenti anche in Calabria, le regole basilari di distanziamento sociale, del lavaggio frequente delle mani, della permanenza a casa, vivendo ammassati e in baracche senza acqua e luce, che certo case con residenza non possono considerarsi? Il contagio negli insediamenti sarebbe fuori controllo, nonostante le normative in vigore prima di questa emergenza sanitaria, adesso anche economica; il rischio è dunque attuale e concreto, vista l’impraticabilita’ di qualsivoglia quarantena negli stessi insediamenti. 
La tutela della Salute non può prescindere dalla protezione rafforzata di coloro che in tempo di normalità si tollera che restino indietro, dunque degli ultimi. 

In questo appuntamento con la Storia, si raccolgono i frutti di quanto fatto bene e con spirito di lungimiranza ma si fanno anche drammaticamente i conti con tutto quanto sia rimasto irrisolto o sia stato prima gestito male.
Nei giorni scorsi la Cgil Flai (Federazione Lavorarori Agroindustria) ha diffuso una Lettera-appello alle Istituzioni per la tutela dei migranti nei ghetti. “(…)Le richieste di restare a casa o lavarsi le mani, rivolte alla comunità nazionale da tutti gli organi istituzionali e d’informazione, per loro sembrano chimere. Sopravvivono in immense distese di catapecchie senza acqua né servizi igienici. I ragguardevoli provvedimenti assunti dal Governo per l’emergenza coronavirus non prendono in considerazione queste realtà.

A fronte dell’impegno delle organizzazioni che continuano ad operare sul campo, non ci risulta da parte degli organi istituzionali alcun intervento specifico di prevenzione in questi contesti altamente a rischio. Una allarmante discrasia che richiede correttivi istituzionali immediati (…). Riteniamo che i Prefetti, alla luce degli ulteriori poteri loro conferiti dal DPCM del 09 marzo u.s., possano assumere autonomamente iniziative o adottare disposizioni volte alla messa in sicurezza dei migranti e richiedenti asilo presenti sul territorio, mediante l’allestimento e/o la requisizione di immobili a fini di sistemazione alloggiativa (…)”.
La stagione di raccolta sta subendo gravi contraccolpi anche relativamente al flusso in entrata. Tale flusso risulta drasticamente compromesso dalla chiusura delle frontiere con inevitabili conseguenze sul Made in Italy generato dai campi del Meridione.


Secondo la Coldiretti, le limitazioni alla circolazione delle persone mette in pericolo più di ¼ del Made in Italy che arriva sulle nostre tavole, raccolto nelle campagne dalle mani straniere di 370mila lavoratori regolari, provenienti ogni anno dall’estero. Il Dossier statistico Immigrazione 2019, al quale ha collaborato anche la Coldiretti, riporta che la comunità di lavoratori agricoli più presente in Italia è quella rumena con 107591 occupati, seguita da marocchini (35013), indiani (34043), albanesi (32264), senegalesi (14165), polacchi (13134), tunisini (13106), bulgari (11261), macedoni (10428) e pakistani (10272).


Il settore agricolo e i suoi lavoratori sono dunque fortemente esposti: alla crisi il primo e alla perdita di occupazione i secondi. “Si registrano disdette degli impegni di lavoro da parte di decine di migliaia di lavoratori stranieri che – precisa la Coldiretti – in Italia trovano regolarmente occupazione stagionale in agricoltura fornendo il 27% del totale delle giornate di lavoro necessarie al settore”. Mentre l’Europa fa i conti con la seria possibilità di essere un’Unione solo sulla carta e attraversa una crisi che ne cambierà il futuro, preoccupa l’impatto sugli stranieri in Italia ed anche quello sugli africani in Africa. Qui certamente non c’è un servizio sanitario per come concepito ed organizzato in Occidente.


L’Italia lo ha grazie alla prima donna ministra della nostra Repubblica, la partigiana Tina Anselmi che, ricoprendo tra il 1978 e il 1979 l’incarico di ministra della Sanità, introdusse il Servizio Sanitario Nazionale (legge 23 dicembre 1978, n. 833).
Aggiornata al 1° Aprile, la rivista Africa e Affari riferisce di “5353 casi accertati in tutto il continente, solo in Sud Africa 1326, su oltre 1 miliardo e 200 milioni di abitanti”. Il dato in crescita è stato confermato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.”Temo l’ecatombe perché non abbiamo i mezzi per combatterlo e perché gli africani sono costretti a uscire di casa per procurarsi il cibo. Nessuna quarantena è dunque praticabile e dunque il Covid-19 si sta diffondendo a velocità da primato”, ha dichiarato il ginecologo Denis Mukwege, premio Nobel per la Pace nel 2018 che ha fondato un ospedale a Bukavu, nel Congo orientale, per assistere le donne vittime di stupro da parte del soldato e dei ribelli nei conflitti civili.


“Secondo il Centro di controllo delle malattie dell’Unione Africana, – riporta Repubblica – almeno 46 Paesi africani su 54 sono stati raggiunti dalla pandemia, con un totale di quasi 5mila casi di infezione e 150 morti. I Paesi i più colpiti sono il Sudafrica con 1.280 malati, l’Algeria (584) e il Marocco con 516, seguiti da Nigeria, Senegal e Kenya. Quelli dove invece si registrano più vittime sono tutti Paesi nordafricani: l’Egitto con 41 morti, l’Algeria con 35 e il Marocco con 33”.

La pandemia è in atto e nessuna zona può ritenersi un porto franco. Inseguendo picchi o attraversando curve, è guerra aperta in cui molte sono le persone indifese e notevoli sono i rischi per i cittadini più invisibili, che ogni tragedia invece vede benissimo, e per gli anelli deboli che – ci accorgiamo sempre tardi – sostengono la nostra economia.Non c’è alternativa alla comprensione profonda e accurata della realta’ pur se complicata, difficile, anche spietata.”Il numero di morti è più che raddoppiato nell’ultima settimana. Nei prossimi giorni raggiungeremo 1 milione di casi di Covid19 confermati e 50 mila morti. Nelle ultime 5 settimane abbiamo assistito a una crescita quasi esponenziale del numero di nuovi casi, raggiungendo quasi tutti i paesi, territori e aree. E mentre entriamo nel quarto mese dall’inizio della pandemia, sono profondamente preoccupato per la rapida escalation e la diffusione globale dell’infezione”, ha dichiarato ildirettore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus.


Le parole pur se dure, sono necessarie se vere, ponderate e usate con responsabilità.
I migranti, forestieri sospetti per questo solo di manzoniana memoria, sono stati tacciati di portare loro il virus che invece potrebbero contrarre per le condizioni di lavoro e vita in cui sono costretti a vivere in Italia. Ennesima falsità che può diventare realtà con le parole irresponsabili e irriguardose.


Un passo della Peste manzoniano descrive sapientemente la trasformazione delle parole in frangenti come questo, in cui tutto spaventa e cambia radicalmente e repentinamente.“In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.Non è, credo, necessario d’esser molto versato nella storia dell’idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazia del cielo, che non sono molte quelle d’una tal sorte, e d’una tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e alle quali si possano attaccare accessòri d’un tal genere” (capitolo XXXI, Promessi Sposi). Soccorre, anche nel passo manzoniano, ilrichiamo senza tempo e sempre valido alla responsabilità.“Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire” (capitolo XXXI, Promessi Sposi).