Il pianto dei bambini nel silenzio del mare africano

0
507

“Nel silenzio della notte, nel buio del mare africano, mentre viaggiamo tra la Siria, la Libia, a largo delle coste in cerca dei barconi carichi di migranti, è il pianto dei bambini che ti arriva dritto al cuore”.
Parla Roberto Crupi, dirigente medico, e racconta i giorni vissuti, come volontario, sulle fregate della Marina Militare, la Zefiro e l’Aliseo, per soccorrere uomini, donne e bambini in fuga che affrontano viaggi lunghi e rischiano la morte per approdare in Europa, in una terra lontana da guerra e da fame.

“Quando le navi della Marina militare avvistano un barcone, – racconta Crupi – parte subito l’operazione di salvataggio e con una barca a motore si cerca di avvicinare il barcone per far trasbordare le persone, c’è anche un sommozzatore pronto ad intervenire se qualche persona cade in mare. C’è gente che non sa nuotare, che è stremata dal viaggio e dalla paura. Ci sono bambini, donne incinta, giovani, ma anche persone anziane ed ultimamente anche invalidi. Una volta che le persone sono state messe in salvo, il barcone dei trafficanti di uomini resta in acqua, abbandonato e dopo quando ormai la nave militare è lontana ecco che appaiono i trafficanti per riprenderlo, pronti a ricaricarlo di persone per un nuovo viaggio. Purtroppo per le leggi italiane e del mare non è possibile fare nulla per distruggere il barcone, affondarlo, perché si inquina il mare e così resta ancora mezzo di trasporto nelle mani di malviventi, senza scrupoli”.
“Una volta a bordo della fregata Militare i migranti vengono soccorsi, visitati e aiutati in attesa di sbarcare a terra, in territorio italiano, sicuro. Le donne ed i bambini vengono sistemati sotto coperta, su materassini gonfiabili, gli uomini restano invece sul ponte. I membri dell’equipaggio sono eccezionali, e io ho lavorato con loro senza sosta, oltre le mie mansioni specifiche, perché quando vedi gente così sofferente cerchi di aiutarla. Quando visitavo ragazzi di vent’anni, con ustioni, fratture, disidratati, vedevo nei loro occhi mio figlio, pensavo che sarebbe potuto capitare anche a noi”.
“Noi siamo gente di mare, io ho vissuto per anni gli sbarchi di migranti al porto di Reggio Calabria, sono abituato a soccorrere, visitare, ma stare in mezzo al mare africano e vedere con i miei occhi a cosa va incontro questa gente per salvarsi e salvare i figli, è una esperienza unica, che mi porterò sempre nel mio cuore”. “Devo dire, per cercare di far capire alla gente che teme il contagio di malattie e la paura di infezioni, – che non c’è questo rischio, semmai è opportuno che dopo quando i migranti sono sul territorio, nei mesi successivi lo sbarco, fare profilassi”.