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Il Nord e il Sud del mondo

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Il Nord e il Sud del mondo

Tatiana e Carlos sono due dipendenti di un nuovo ristorante aperto a Milano, Ham Holy Burger, della catena di Rossopomodoro. Pochi anni di differenza, esperienze e stili di vita quasi opposti, ma l’arrivo in Italia ha dimostrato loro quanto questo Paese oggi sia, nonostante le credenze, aperto e ospitale ai giovani stranieri volenterosi e dinamici.Le difficoltà riscontrate sono molteplici, ma l’integrazione è risultata quasi totale per entrambi. Malgrado la situazione di crisi in cui versa la nostra penisola, Milano, in particolar modo, risulta essere ancora una volta una città cosmopolita, una metropoli internazionale che vuole dare spazio a nuove generazioni in cerca di un lavoro onesto e dignitoso.
Tatiana Bulgaru, 24 anni. Nata a Soroca, in Moldavia. È la classica bella ragazza dell’est, bionda, occhi azzurri, con un carattere freddo e determinato, a primo impatto può sembrare scontrosa, ma dietro si cela l’animo di una bambina maturata troppo velocemente rispetto alla sua età.
Laureata in giurisprudenza profilo civile, si è trasferita in Italia da appena un anno.
Carlos Santiago, 20 anni. Nato a Salvador di Bahia. È un ragazzo solare, intraprendente e sveglio. Mulatto, occhi castani e sorriso smagliante.
Diplomato in informatica, si è trasferito in Italia 13 anni fa.

1- La tua vita fino al giorno della decisione di partire
T: Un mese prima di arrivare in Italia mi sono laureata in giurisprudenza, dopo sei anni di università. Ho studiato un anno alla facoltà di storia e psicologia, ma mi sono accorta subito non essere la mia strada.
Sono nata in un piccolo paesino di provincia, di circa 4000 abitanti a 100 chilometri dalla capitale e poi mi sono trasferita a Chisinau con un’amica. Non lavoravo e i miei genitori mi aiutavano a mantenere studi e affitto.
Dall’età di 13 anni ho cominciato a fare da mamma ai miei fratelli, perché nel 2000 miei genitori avevano deciso di partire per l’Italia in cerca di un futuro migliore per noi. Abitavo quindi con mia sorella che aveva 2 anni e mio fratello che era di un anno più piccolo di me. Dopo qualche tempo è tornato mio padre per permettermi di studiare all’università.
È stato molto difficile crescere i miei due fratelli da sola, la lontananza dai miei era tantissima, le chiamate erano costose e potevamo sentirci solo una volta a settimana. È anche vero che non ci è mai mancato nulla, perché i miei genitori ci mantenevano a distanza e stavamo addirittura meglio degli altri bambini. Ma oltre all’affetto di mamma e papà siamo vissuti anche senza cose essenziali come lavatrice o gas, io dovevo andare a scuola e mia sorella rimaneva a casa, ogni tanto una zia veniva ad aiutarci, ma abitava troppo lontano e il più delle volte me la sono dovuta cavare da sola.
Ho rivisto mia mamma dopo 3 anni, in tutto questo tempo si era occupata di bambini e in particolare era stata in Sardegna a badare al nipotino di Fabrizio De Andrè.
Noi la vedevamo come un’estranea, si era tinta i capelli e “vestiva in modo strano”.
Poi sono andata in università, ma sentivo mia sorella mille volte al giorno, facevamo persino i compiti per telefono.
C: Sono venuto qui in Italia per volere di mia madre a 7 anni, appena è venuto a mancare mio padre. Non sapevo dove sarei finito, tutti amavano questo Paese, ma io non riuscivo a capire il perché, fino a quando non sono arrivato qui.
Quando ero piccolo ero libero, non abitavo in un appartamento, ero sempre in giro a giocare o a casa di amici, correvo scalzo per le strade, per non parlare del sole e del mare. Partito che era piena estate, arrivato qua con la neve, a dicembre, che per altro nemmeno sapevo cosa fosse.
2- Le cause che ti hanno spinta a partire
T: Gli ultimi due anni ho lavorato in uno studio legale che si occupava di mediazioni con clienti italiani, nel frattempo stavo studiando anche la lingua, perché mia madre voleva a tutti i costi che venissi in Italia per riunire finalmente la famiglia. Sono quindi partita sperando nel riconoscimento della laurea e sognando di poter fare l’avvocato qui e poter prendere anche la seconda laurea. L’altra motivazione erano i pochi soldi che ricevevo come stipendio, non mi bastavano nemmeno per pagare l’affitto ed ero stufa di chiedere continuamente ai miei un aiuto.
Già da quando avevo 16 anni facevo avanti e indietro dall’Italia in estate, impiegando il tempo in piccoli lavoretti di qualsiasi genere, per poter mettere da parte qualcosa per l’inverno. “Ovunque si potesse guadagnare qualcosa, io c’ero!”
La strada post-laurea qui in Italia è stata dura, avrei dovuto ricominciare gli studi da capo per via delle differenze nei vari codici legislativi. Allora avevo deciso di mettere soldi da parte lavorando per poter fare un master, ma mi serviva sapere l’inglese e io conosco solo russo, francese e l’italiano.
C: Mia madre è venuta in Italia in precedenza, sistemandosi e una volta trovato un posto fisso è venuta a prendere anche me. Siamo partiti in quattro, io, lei, il suo compagno e mia sorella. Le differenze tra i due Paesi sono nette, soprattutto perché le tue origini non cambieranno mai ovunque tu vada..
3-Accoglienza che hai ricevuto
T: All’inizio male, avevo i miei genitori vicino, una casa, ma non conoscevo la lingua. Ho trovato lavoro come cameriera da Rossopomodoro. È stato difficile soprattutto per il cambiamento radicale di vita, sono passata da essere dipendente di uno studio legale, con una laurea di una certa rilevanza, a uno stile di vita e lavorativo completamente differente. Non mi rassegnavo al fatto di aver sacrificato anche il cibo per comprarmi i libri e poter studiare, sentendomi qui sgridare per non aver pulito bene un tavolo.
C: Dal primo giorno, a parte le stranezze riscontrate qua, come appunto la neve o il “fumo che usciva dalla bocca” per il freddo, non l’ho presa molto bene. Dovevo rimanere chiuso in casa e osservare il mondo dalla finestra, non potevo più uscire a giocare per strada e ho passato cosi tutto il periodo delle elementari e medie. Forzato? Psicologicamente si, è un duro colpo dover cambiare le tue abitudini e il modo di vivere completamente, ma l’Italia mi ha dato molto dal punto di vista scolastico, mi sono diplomato in informatica e ora finalmente sto bene. Ho un lavoro full time come responsabile di sala e viviamo in una casa di proprietà.
4-Ti manca qualcosa del tuo paese?
T: Si mi manca tutto. È stato un taglio netto tra esistenza precedente e futura. Nel passato ci sono amici, conoscenti, interessi, qui ho preso un foglio bianco e ho ricominciato a scrivere la mia vita partendo da zero. I primi tempi è stato davvero difficile, uscivo solo per andare a lavoro, rimanevo tutto il giorno chiusa in casa, mi sentivo in gabbia, come una selvaggia e intanto invidiavo i miei amici che postavano foto di feste, uscite alle quali io non potevo più partecipare.
C:Tutto! Come se ti innamorassi di una persona e fossi costretto a starle lontano per tanto tempo. Usanze, cultura, amici, le condizioni atmosferiche, che incidono molto sul mio stato d’animo, il profumo del detersivo e del cibo che sentivi passando per i vicoletti e soprattutto l’allegria. Vengo da una famiglia povera, ma nonostante le difficoltà non ti sentivi mai solo, tutto si danno una mano a vicenda. Quello star bene senza niente, senza bisogno di vestire alla moda o di avere il cellulare di ultima generazione, cose alle quali ormai ho fatto l’abitudine, ma credo che più di tutto mi manchi proprio la semplicità.
5-Torneresti indietro?
T: No, perché anche li dovrei ricominciare tutto da capo soprattutto per quanto riguarda i miei studi. Non ho più la mente fresca come da neo laureata e ormai passato l’ostacolo del primo anno qui, sono riuscita ad ambientarmi.
C: Credo di no, ora qui c’è tutta la mia vita, il Brasile rappresenta la spensieratezza, l’infanzia, l’Italia la maturità e il lavoro.
6-Progetti presenti e futuri
T: La ristorazione, che prima vedevo come un demone da sconfiggere, si è rivelata essere il mio possibile futuro. Ho ricevuto la promozione e ora ho il contratto di apprendistato come allievo direttore. Nel frattempo continuo a cercare un master che sia inerente a questo nuovo campo, che si tratti di gestione del personale o diritto del lavoro. In Italia sono cresciuta e ho imparato tante cose e mi piace.
C: Il mio errore più grande è stata la scelta del liceo. Il ragionamento parte tutto dal fatto che in terza media non avevo la minima idea di cosa avrei voluto fare e mi sono affidato al consiglio della maestra. Credo sia difficile per un bambino capire a 13 anni cosa fare della sua vita a meno che i genitori non abbiano già una carriera avviata in qualche campo specifico.
Fin dall’età di 10 anni ho sempre lavorato nel ristorante di mio padre, facevo di tutto, da lavapiatti a cuoco e forse è questo che mi ha dato la forza di continuare gli studi informatici.
7- Passioni e hobby?
T: Ho una qualifica come estetista e ricostruzione e design unghie presso l’Istituto internazionale di Irina Gilbert. Durante le vacanze vorrei fare un corso di aggiornamento perché l’estetica e i prodotti di bellezza cambiano continuamente, ma per poter operare seriamente in questo campo avrei bisogno di un piccolo studio o anche solo un angolo in casa adibito esclusivamente a tutti i miei strumenti da lavoro. Se vuoi guadagnare devi investire. In Moldavia mi dedicavo completamente a questa cosa perché altrimenti avrei perso clientela. Farò anche un corso per acconciature e trucco spose. Per ora però lo tengo come jolly nei periodi di stallo, perché rimarrà sempre un sogno nel cassetto. Giurisprudenza è la mia vita, l’estetica la mia passione.
C: Grazie al compagno di mia madre mi sono avvicinato alla chiropratica, in seconda superiore, ed è proprio il mio progetto futuro, riuscire a mettere da parte più soldi possibili per poter fare un master in America e diventare un dottore.
8- I tuoi genitori come si sono trovati qui?
T: Mia madre quando è arrivata è stata letteralmente lasciata in autostrada dal pullman e si è messa a fare persino l’autostop. Lei non conosceva la lingua, non aveva casa, lavoro, per me è stato semplice. Non voleva che facessimo la sua stessa vita ed ha deciso di sacrificarsi esclusivamente per il nostro bene. Mio padre in Moldavia era un musicista e riusciva a mantenere cinque persone con un solo stipendio per questo non era d’accordo con la decisione presa da mia mamma.
Ha dovuto lavorare tanto e nulla le è stato regalato, piangeva tutte le sere, ma ora da 5 anni ha il lavoro fisso in una portineria di un palazzo. Mio padre invece lavora in una ditta che si occupa di contatori del gas.
C: Mia madre aveva delle conoscenze qui in Italia di persone che già si erano trasferite e lavoravano come babysitter o badanti e nel 2000 l’Italia era vista dal Brasile come l’America nel dopoguerra.
Io essendo troppo piccolo non ho dato peso ai cambiamenti, ma mia madre ha risentito ovviamente del periodo di crisi. Non abbiamo mai avuto una vita facile nemmeno li, perché mio padre era bianco e abbiamo dovuto fronteggiare anche il razzismo, si è dovuta quindi rimboccare le maniche e cercare qualcosa che potesse migliorare le nostre condizioni. In Brasile faceva tantissimi lavori per racimolare quei soldi per i quali qua in Italia sarebbe sufficiente farne uno.
9-Difficoltà riscontrate per il fatto che siete stranieri?
T: Io non ho trovato difficoltà. Non ho mai sentito dire “Non è italiana allora non la prendiamo!”. I diritti sono uguali ormai. Nel mio cuore sarò sempre una straniera, ma gli italiani non mi hanno mai fatto sentire diversa.
Mio fratello che ora è a San Pietroburgo e lavora nella ditta dei genitori della sua fidanzata, dice addirittura che è molto meglio qui, perché la periferia li è rimasta com’era una volta. L’Europa è un’altra cosa.
C: Credo di aver riscontrato più difficoltà in Brasile, come ho detto prima, per il fatto che mio padre fosse bianco, ma qui, anche a scuola, non ho mai risentito delle differenze dal punto di vista razziale, ero abbastanza monello, quello si, ma ci pensava mia mamma a rimettermi in riga. Poi non capisco perché ma tutte le bambine erano innamorate di me!-ride.