Home Libri e pubblicazioni Igiaba Scego e il viaggio dei migranti per parlare della black...

Igiaba Scego e il viaggio dei migranti per parlare della black Italy

0
42
Igiaba scego

Una società meticcia che ricordi la necessità di andare al di là de La linea del colore.

Federica Lento

L’arancione degli orari di arrivi e partenze del tabellone della stazione Termini si riflette sulla vetrina opaca della libreria Borri Books. Dentro Igiaba Scego sta presentando, per Autori in vetrina, il suo ultimo romanzo, La linea del colore edito da Bompiani. Ad accompagnarla la performer, autrice e regista Elvira Frosini. 

Terminicrocevia di vite in arrivo e in partenza, di persone che stanziano senza meta e di chi corre tra un luogo e un altro incastrando obbiettivi. «Termini è un’ossessione, prima o poi scriverò un libro su questa stazione», sorride la scrittrice. E proprio il viaggio è il tema al centro del lavoro di Igiaba Scego; il viaggio dei migranti, quello della necessità. Ma il viaggio non può esseresolo urgenza, le persone dovrebbero poter viaggiare per infinite ragioni. Il viaggio è privilegio di alcuni con i passaporti forti ed è negazione per chi quei passaporti non ce li ha, vittima del ricatto di trafficanti e dei censori del «diritto dei corpi a potersi spostare». 

La stazione Termini è il luogo in cui si incontrano le diverse comunità dei migranti ma è anche Piazza dei Cinquecento, con la Stele di Dogali, dedicata a chi era partito, e caduto, per colonizzare. «Il buio di un lutto inaspettato. Le notizie provenivano dall’Africa orientale e furono accolte a Roma con uno sgomento di ora in ora più crescente. Erano morti degli italiani, erano morti in battaglia o forse in un agguato […] L’unica certezza era che degli italiani erano morti lontano da casa, ed erano morti molto male. Cento cadaveri sul campo di battaglia, duecento cadaveri, poi trecento. No, cinquecento. Cinquecento cadaveri italiani, cifra tonda. Cinquecento morti in Africa orientale. Ma come erano morti? Che ci facevano laggiù in Africa orientale tra le palme e i baobab, tra i miraggi e le sirene? Ed ecco che all’improvviso un nome scoppiò tra le pagine di quei giornali europei. Era il nome di Dogali». Così comincia il romanzo

È  il 26 gennaio 1887. Quella stessa mattina Lafanu Brown, una pittrice afroamericana da anni residente a Roma, diventa bersaglio della rabbia della folla romana. Un anarchico la porta in salvo. A lui Lafanu si racconta, a lui rivela quello che per lei era il sogno dell’Italia e cosa significa adesso essere la ”negra” in quella che «non è più la mia Roma» . L’Italia era «un mistero denso […] era Circe, era Scilla, era Cariddi, la dolce Sibilla, le sabine oltraggiate, era Beatrice la disdegnosa, Caterina la santa, Artemisia la coraggiosa, Sofonisba la talentuosa. L’Italia era un piede infreddolito e scalzo, una libbra di carne consumata. L’Italia era la pastasciutta, il sugo, i bomboloni ripieni […] era anche il bene che la gente si voleva, era fatta di baci appassionati in sottoscala luridi. Era plasmata sugli amori adulterini che si perdevano nel caos delle menzogne […] ed era così che coppie di amanti nate sotto una cattiva stella percorrevano la penisola in cerca di un giaciglio o di un oblio, in cerca di un bacio o di una tomba».

Per una pittrice “la linea del colore” è vita ma è anche quella linea che divide i neri dai bianchi. «La mia personaggia – dice Igiaba Scego– è nata dall’ ispirazione di altre due donne realmente esistite: Sara Parker Remond, un’attivista abolizionista contro la schiavitù e Edmonia Lewis, scultrice. Entrambe hanno viaggiato e poi vissuto a Roma, entrambe attraverso il viaggio hanno realizzato se stesse». La vicenda si muove su più piani narrativi, come gli strati di storia di cui è fatta Roma: quello di Lafanu, vissuta nella seconda metà dell’Ottocento, e quello di Leila, donna contemporanea che studia la sua storia. E in questo libro di “personagge” un’altra donna, Binti, cugina somala di Leila, compie il “viaggio dei migranti”, con la sorte che ad esso è connessa, un viaggio lungo e pericoloso per arrivare in Italia, quella Italia che era stata in passato per Lafanu meta agognata prima, luogo ostile poi.

E in Lafanu, Leila e Binti si incarnano l’ingiustizia di un destino segnato da un passaporto, la disuguaglianza delle possibilità di spostamento, la memoria della black Italy, una società meticcia che ricordi la necessità di andare al di là della linea di un colore.